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Diani-Ukunda – lunedì 18ottobre 2010- ore 20.00 ora locale (-1 ora in Italia)

Sisal Plantation
Vediamo un po’ se mi ricordo quanti sogni ho riposto nel cassetto da quando ero piccola…dunque quando avevo poco più di 6 anni avevo deciso di fare la veterinaria perché mi piacevano tanto gli animali, ne avevo anche abbastanza in casa e quindi mi vedevo a lavorare e vivere solo con e per loro, poi c’è stata fase della redazione di giornale, dove con le mie cugine facevamo disegni, ritagliavamo foto dai giornali di mia madre, che lei collezionava gelosamente e compulsivamente, le impaginavamo e decidevamo di “scriverci un pezzo”, poi graffettavo tutto, creavo la copertina e montavo il giornale che poi fotocopiavo in un ufficio dove mia madre lavorava part-time come segretaria tutto fare.
Chi me lo avesse insegnato o da chi lo avessi visto fare resta un mistero, sta di fatto che poi in qualche modo ho davvero svolto questo genere di lavoro nella mia vita e per diversi anni.
Dopo quella fase sognavo di scrivere, fare la giornalista, magari l’inviata speciale, come uno dei miei zii, quello più affascinante all’epoca perché lo vedevo poco di persona ma mi capitava di vederlo in tv ma a scuola mi hanno tarpato subito o quasi le ali dicendomi che non ero capace a scrivere e quindi ho abbandonato l’idea, anche se adesso in barba loro scrivo, tanto è solo un blog, “echissenefrega!, se non è scritto benissimo, tanto lo leggono i miei amici e qualche povero sventurato che si imbatte nelle mie lugubrazioni e nei miei tormenti sulla vita.
Ma anche il lavoro di scrivere lo ho effettivamente svolto, quello a fatica e con un perenne senso di nausea, quando scrivevo comunicati stampa per l’azienda per la quale svolgevo le pubbliche relazioni e l’ufficio stampa.
Poi più grandicella oramai uscita dall’adolescenza avevo deciso che avrei aiutato i ragazzini in difficoltà con le loro famiglie, volevo fare l’assistente sociale, per avere un ruolo in certe storie orribili che leggi sui giornali e che io vedevo e vivevo con i miei occhi.
Anche qui sono stata fermata in realtà da me stessa e dalla mia esigenza di lavorare subito e mantenermi anche prima del tempo e la qualcosa non si conciliava molto con gli studi e la gavetta da fare nella professione da me prescelta in quel periodo della mia vita. Ma occuparmi dei bambini e dei ragazzi è sempre stato presente come pensiero e alla fine, qui in Kenya è questo che sto facendo anche se nei ritagli di tempo con dei bambini di uno o più orfanotrofi, non è granchè, non è esattamente l’aiuto che vorrei dare, o meglio non è solo questo che vorrei dare loro ma mi posso ritenere accontentata in parte, in buona parte.
Ed eccomi qui a distanza di anni a ricordarmi i miei sogni nel cassetto, che avevo riposto come un promemoria, scritto su un foglietto destinato a sbiadirsi ed invece nonostante le difficoltà, gli impedimenti e le deviazioni della vita, riprendo quel foglietto e vedo che molte cose anche se non proprio nella loro forma le ho vissute, le sto vivendo le sto portando avanti.
Sono fortunata mi dico perché vivo intensamente a volte mi lamento, ci piango dei problemi avuti, delle disgrazie, ma poi sento estranei e amici che si raccontano e parlano di come hanno un sogno nel cassetto e non riescono a realizzarlo da anni, di come sono infelici in un lavoro, in un ruolo che non è il loro, lo sentono, lo capiscono ma non si sa bene come, non riescono a raggiungerlo anche solo a sfiorarlo.
Io alla fine ho avuto mille intoppi, salite faticose, anche adesso è sempre una lotta per tutto ma il mio sogno di venire a vivere in Africa, in Kenya per ora con tutti i miei animali e nuovi animali lo sto coronando, l’ho già raggiunto e infatti ho nuovi sogni e vecchi sogni da rispolverare e da inseguire e le strade fatte fino ad ora e quelle sono sicura che farò, sono sempre più affascinanti della meta, è il viaggio che mi rende viva.
Penso caramente quindi ai miei amici, ai miei cari, agli sconosciuti che mi hanno detto di avere un sogno, anche solo uno e da tempo non riescono ad esaudirlo e allora con il cuore auguro loro di arrivare sulla strada che li condurrà ad esso …ma …consiglio loro di godersi il viaggio passo, passo, perché a ripensarci ora, mentre stavo arrivando a una delle mete che ho citato, non mi ero accorta fino alla fine che stavo giungendo al sogno, solo che una volta raggiunto ci si sveglia.
Allora buona fortuna, buon sogno e buon viaggio!

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Malindi 9 luglio 2010 ore 14.20 ora locale (Italia -1 ora per via dell’ora solare)

Vacanza estate 2004 USA

uno dei momenti in cui ho capito che la mia vita era un'altra

Qualche amico e molte nuove conoscenze in Italia e qui in Kenya, mi chiedono come mai ho “buttato” tutto alle spalle, perché ho scelto questo percorso che pare così duro, diverso e lontano da quello che sono, o meglio dico io, da quello che ero.
Cosa, chi e perché mi ha fatto intraprendere questa strada?
Difficile riassumere tutte le motivazioni e le sensazioni, in un’unica ragione ed impossibile spiegarlo brevemente senza essere a volte fraintese.
Posso iniziare con il dire che ho avuto una vita intensa, fatta da mille cadute e risalite. La mia vita non è stata lineare, semplice, né scontata. Forse per questo, cambiare vita non mi è sembrato più difficile che nel passato, anzi forse questa volta, perché ho deciso da me il cambio di rotta è stata l’unica volta piacevole.
Una delle spinte che mi ha fatto pensare anni fa che la vita che stavo vivendo non mi apparteneva, era la sensazione che mi era stata cucita addosso male come un vestito che non ti valorizza. Come una fotografia che rispunta da un cassetto degli anni passati, quando ti rivedi con improbabili acconciature ed immettibili vestiti e ti chiedi come facessi a conciarti così!
Uguale, mi guardavo allo specchio e mi sentivo fuori posto, o meglio non con i vestiti a posto. Il senso di soffocamento era continuo, costante e davo la colpa all’ansia, alla tiroide, allo stress, ai problemi, all’uomo sbagliato, al capo isterico ma mai pensavo che la mia vita in blocco ne fosse la causa.
Ho iniziato a lavorare giovanissima parallelamente all’università di giurisprudenza, ottima formazione per due anni, infarinatura perfetta per il mio futuro ma decisi di abbandonare presto quell’indirizzo che non era specifico, né così prezioso per il mio lavoro dell’epoca. Continuando a lavorare mi specializzai in comunicazione e marketing e la mia carriera velocemente progrediva tanto quanto cambiavo i lavori e le aziende. Due anni in un’azienda, poi un anno e mezzo in un’altra e così via. Non mi risparmiavo mai, arrivavo sempre per tappare un’emergenza o iniziare un progetto impegnativo, un lancio di una campagna, un marchio da rilanciare, una testata da promuovere sul mercato. Sempre nelle nicchie di mercato, mai grandi nomi o altisonanti a parte due casi ma ho sempre preferito le medie aziende. Lì era dove si imparava di più, dove potevi vedere molti più tasselli delle società e parlare e lavorare gomito a gomito dalla centralinista all’amministratore delegato. Vedere i bilanci, studiare i budget, capire fino in fondo come muoversi nelle varie caselle e nelle strategie delle società. Avevo fame e sete di imparare, di crescere e conoscere sempre di più e di più. Non mi bastava mai. Non mi fermavo mai. Dodici, anche quattordici ore al giorno senza una sosta, sette giorni su sette e chi tra i miei amici legge questo post lo può confermare, a volte sparivo per un mese intero non rispondevo nemmeno al telefono. Sono arrivata da agente e consulente a seguire contemporaneamente 3 società quasi come se fossi un dipendente full time per tutte e tre.
La mattina le mie mail partivano alle 4.30 massimo alle 5 e chi ha lavorato con me, leggendo queste righe, sorriderà, perché arrivavo alle 8.30 in ufficio, dopo che ero già passata per tipografie e stampatori, a controllare i lavori eseguiti durante la notte e chiedevo ai colleghi se avevano letto la mia mail con i punti del giorno. Spesso mi rispondevano bofonchiando che erano appena arrivati, molto altre volte appena uscivo dall’ufficio captavo i “benevolenti” auguri di buona giornata…ero terribile. Con i colleghi sempre esigente ma anche con capi. Se infatti, come spesso accade nelle società, riscontravo angherie, scorrettezze non tardavo a farlo presente a scontrarmi anche con i “mega-capi”, famose le mie sfuriate con gli AD difronte a straordinari o bonus promessi e non riconosciuti a colleghi che si erano ammazzati di lavoro.
Insomma non stavo zitta, mi ribellavo se sentivo che potevo provarci o al massimo, cercavo altro se mi stufavano le lotte sterili e me ne andavo da un’altra parte finito quello che mi interessava finire e imparare e chiudevo i capitoli senza star tanto a spiegare.
Soprannominata Bulldog, perché non mollavo la presa mai ma forse anche, perché appunto, rompevo come un cagnaccio di razza bulldog di quelli che ti tampinano sempre abbaiando e spingendoti ai calcagni, finché non vai dove ti dicono loro. Infatti a me stanno simpaticissimi.
Non guardavo ad interessi da così detti ”paraculi” per mantenermi un posto e fare carriera in quel senso, non erano i soldi che mi interessavano ma era crescere. Volevo salire, arrivare sulla vetta, vedere che c’era lassù. Mi ponevo obbiettivi a volte anche rigidissimi, li raggiungevo puntualmente e puntualmente ne riscrivevo di nuovi: entro 25 libera professionista, entro 28 società propria, entro 30 ingrandire e aprire attività etc etc …
Scalare, scalare, con una resistenza che a guardarmi ora mi chiedo come facessi. Ma una volta durante la scalata però mi sono domandata “e se quello che vedrò lassù non fosse abbastanza?”, quello è stato il primo errore. Ho cominciato a dubitare.
Ero giovane sì, avevo amici, avevo una discreta indipendenza economica da quando avevo 20 anni che mi permetteva di vivere e mantenermi egregiamente da sola, permettermi vacanze anche costose, quando riuscivo a ritagliarmi due settimane in agosto, la macchina, gli ammennicoli tecnologici vari, le cene fuori, i bei vestiti, l’aiuto in casa e riuscivo anche ad aiutare mia mamma. Insomma per una ragazza sotto i trent’anni che si era fatta da sola e che viveva a Milano non era poi così male. Non potevo lamentarmi soprattutto se vedevo da dove arrivavo, soprattutto se guardavo i miei coetanei, ancora in casa, ancora studenti, ancora lì nel limbo della vita…. Nonostante ciò non ero felice.

Se ritornavo con la mente a prima del mio primo impiego, ripensavo come mi piaceva leggere e scrivere e soprattutto parlare con la gente, sentire le loro storie, e raccontarle ad altri. Ero curiosa e mi sarebbe piaciuto girare un po’ il mondo per vedere cose e gente diversa.

Poi mi piacevano i bambini, mi interessava però aiutare quelli con difficoltà e soprattutto quelli che come me avevano avuto un passato difficile, di quelli che ci si chiede se potranno risalire mai la china.
Quando si cade in basso è difficile rialzarsi ma se a cadere in basso è un bambino e non ha a fianco persone e mezzi che lo aiutino può essere impossibile farcela.

Io ce l’avevo fatta, ce la stavo facendo e mi sarebbe piaciuto tanto aiutare alcuni di loro. Quindi nei ritagli minimi di tempo che avevo, aiutavo dei ragazzini di una comunità ma gli scampoli di ore a disposizione erano davvero sfilacciati e se ripenso che avrei tanto voluto lavorare nell’assistenza sociale…era frustrante vedere cosa stavo invece facendo.
Lavoravo con i media di rilievo, molti si stimavano per questo, per le mega riunioni nei palazzoni, con i top manager ma io non li vedevo così importanti, né i palazzi, né le persone, né i loro ruoli e sentivo soprattutto che vendevo o compravo, dipendeva da che parte della scrivania sedevo, un prodotto che non era ancora finito, era aria fritta, erano spazi vuoti.
A ripensarci ero più soddisfatta quando ad undici anni vendevo il pane e le pizze dietro al banco con mia madre. Non mi sentivo all’epoca gratificata di vederci entrambe alle 5 del mattino a lavorare in una panetteria ma ero poi soddisfatta quando la gente ci diceva che il nostro pane era buono e le nostre pizze erano speciali. Ecco sentirsi più soddisfatti di vendere michette e pizze, piuttosto che fare media plan con le più grandi testate e concessionarie pubblicitarie può forse rendere l’idea di che strani pensieri e sensazioni mi entrassero nella pelle.

Ho cominciato a sminuire il lavoro molto ambito da tanti. Questo è stato il secondo grave errore.
Lavorando così tanto non avevo, né il tempo, né la forza per leggere e scrivere, nemmeno le lettere agli amici lontani, o il diario che per anni avevo tenuto e che spesso fungeva da specchio nei momenti di tentennamenti. Non avevo il tempo per stare con i miei gatti, non avevo il tempo di guardare il cielo, di respirare l’aria dell’alba delle domeniche deserte di Milano, non avevo il tempo di stare con le amiche, non avevo il tempo di filosofeggiare, di stare in silenzio seduta a guardare nel vuoto e riflettere sul mondo, non avevo il tempo di cucinare, seguire la mia passione, preparare i dolci, viziare gli amici e me stessa. Lavoravo e basta.
Ero diventata una macchina da lavoro. Con qualche soldo in più in tasca, tante preoccupazioni, molte responsabilità e nessuna libertà di essere davvero quello che forse avrei voluto essere.

Non libera di spegnere il cellulare, perché dovevi essere sempre reperibile, non libera di prendersi un fine settimana men che meno lungo, non libera di dire “no,grazie” ad una cena di lavoro, o alla riunione del venerdì pomeriggio alle 18.
Ho iniziato a desiderare di essere libera davvero e questo è stato il mio fatale e decisivo errore che aggiunto ai primi due hanno portato la mia vita di allora a stravolgersi.

All’epoca non lo sapevo ancora ma tutto quello che ho fatto, scelto e azionato negli anni a venire mi ha portato a tutto quello che sto facendo ora,  non ne ero consapevole ma stavo cambiando, di nuovo, la mia vita.
Meglio dire la rotta della mia vita. Perché la vita è una ma le rotte, i mari e le terre che si possono tracciare, solcare e visitare possono essere innumerevoli.
Questo lo sto capendo, che se studi per diventare avvocato non devi necessariamente morire avvocato, se studi per architetto non devi farlo fino alla fine della tua vita. Se ti lanci a fare il carrierista puoi anche fermarti bruscamente e cercare quello che ti rende più libero e felice.
Spesso però è questo che non impariamo in tutta la nostra vita, ovvero a comprendere davvero cosa ci renda felici.
Studiamo come matti, ci impostano come bravi e perfetti scolari, che non devono contestare, dissentire e soprattutto dubitare mai. La strada è quella, loro te la indicano con un dito ed un braccio teso e tu pian piano come tanti altri a fianco a te, tendi il tuo di braccio in quella direzione e pensi che sia l’unica direzione. Perché tutti puntano verso quella unica via.
L’unica strada, l’unica vita.
Invece se pensassimo che di vite intorno ce ne sono mille, come mille sono le stelle, e che mille ne potremmo vedere e provare a scegliere se solo ci avessero insegnato a contestare, dissentire e soprattutto dubitare!!
Mi ricordo che quando ero piccola, dissentivo su tutto, domandavo sempre il perché per ogni cosa. Torturavo mio papà con i perché e i come, lui mi sembrava pazientemente rassegnato a farmi vedere dei lati delle cose non mi dava mai spiegazioni decisive e tagliate di netto e questo, credo, mi abbia aiutato molto nel mio spirito critico. Non mi dava risposte preconfezionate.
Come quando per la scuola dovevo disegnare in scala il duomo di Milano e lo tormentavo con i dettagli di precisione, perché a scuola mi dicevano che dovevamo essere il più precisi possibile. Invece lui, che era un artista, più che di mestiere come tanti se ne trovano, proprio per vocazione mi disse che la precisione stava nella mia interpretazione di come lo vedevo IO il duomo!
Mi insegnò che non era indispensabile disegnarlo precisamente ma darne l’impressione che IO provavo guardandolo. Fu il mio primo successo.
Non mi ricordo a dir la verità cosa mi dissero a scuola, perché ben presto mi accorsi che della loro opinione non mi interessava granché ma lo sentii come un successo personale. Il “mio duomo” lo vedevo bellissimo con le sue vetrate stupende, che credo di aver messo sul fronte e non sul retro, perché disegnandolo dal davanti ma piacendomi molto le vetrate sul retro decisi che dovevano essere posizionate in modo differente. Non mi ricordo molte cose di mio padre ma anche se poche devo dire che forse mi hanno segnato nel carattere molto di più di quanto avessi immaginato in passato.
Una delle rotte della mia vita iniziò da lì da quel periodo felice poco prima di incontrare diverse tempeste.
Un’altra rotta è iniziata ora, avendo attraversato molti altri mari in burrasca e mi sa che tanti altri ne affronterò ma basta sapere di poterli solcare con la mia barca, che se mai l’avrò si chiamerà “libera e ribelle”, come ero nata io e come sto cercando di tornare ad essere totalmente.

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bavaglio chic

PROTESTA CONTRO LA DEMOCRAZIA E LA LIBERTA'

Mi chiamo Gaia, ho 34 anni, un marito, due cani, due gatti e una nuova vita all’estero e tanta voglia di democrazia.
Ho una proposta da fare, per aumentare la protesta in maniera simbolica ma di forte impatto, contro la così detta “legge Bavaglio”, aggiungere qualcosa di semplice ma più visibile, soprattutto di più costante,delle foto inviate alle redazioni dei giornali e su facebook e delle poche, a mio parere, manifestazioni di protesta.
L’idea mi è venuta proprio guardando le foto di queste manifestazioni.
Aggiungere un simbolo, nel quotidiano di tutti noi, giovani e non, in Italia e anche all’estero, come se fosse l’oggetto di moda, l’”IPhone italiano, l’accessorio indispensabile:
mentre siamo al lavoro, fuori con gli amici, nei ristoranti e nei bar, nelle università, negli ospedali, nelle banche(!), mentre andiamo in giro a piedi, in bicicletta e anche se ci andiamo in macchina per raggiungere tutti questi posti e molti altri di più, su i mezzi pubblici sempre ed ovunque metterci sulla faccia un vero e proprio Bavaglio!
Non limitandoci a metterlo, solo nelle sparute o spero più numerose manifestazioni!

Se dici bavaglio pensi a delle immagini ad uno Stile :
Alla Pistolera, alla Bandito, alla Sovversivo ma anche all’Americana, all’ Araba…
Siamo detentori della Moda?

Bene Inventiamoci “Lo Stile del Bavaglio all’Italiana” !

Mettiamoci sulla bocca, legato dietro sulla testa, coprendoci bene la bocca, mettiamoci tutti quanti un bavaglio tutti i giorni, tutto il giorno !!
Non importa il colore, non importa la grandezza, non importa la fantasia, non importa come, importa solo che lo Facciamo TUTTI e SEMPRE!

Cominceranno ad essercene sempre di più, in giro, sui mezzi pubblici, nei pubblici uffici, nei negozi, nelle aziende, nelle scuole, università e mi auguro ospedali, tribunali, ovunque!

Il coraggio è contagioso.

La gente non informata, assopita, anestetizzata da questo grande bluff si comincerà a domandare e ad informare e la gente che sa ma che non scende in piazza, perché costa “fatica sprecata”, scoprirà in un cassetto un foulard, una fazzoletto, una bandana e proverà a fare un gesto semplice che non costa nemmeno la delusione di una “fatica sprecata”.

Gli artisti potranno realizzarne opere d’interpretazione di un’epoca, e gli stilisti un nuovo costoso gadget da vendere strafirmato e strapagato magari indossandolo, si spera, prima di tutti loro!

E la nostra stampa e la “nostra” tv non potranno non filmare, non vedere, non descrivere ma soprattutto la stampa estera ci vedrà, gli stranieri in Italia ci vedranno, e spero anche all’estero ci saranno Italiani, che come me inizieranno a farsi vedere col bavaglio ovunque e così parleranno di noi.
Parleranno di un popolo che ha un bavaglio sulla bocca, sempre e non per manifestare e non per religione o per tradizione ma per mancanza di libertà, giustizia e democrazia nel proprio paese.

Il mondo intero ci vedrà e noi riusciremo con un gesto simbolico, pacifico ma molto, molto forte a dimostrare ai nostri politici che il potere ce l’abbiamo noi!
Che gli Italiani con la I maiuscola siamo NOI, quelli che hanno il bavaglio e non quelli che cercano di mettercelo!

Le cose possono cambiare, devono cambiare, non per forza con le manifestazioni che sono ancora troppo poco fastidiose per il nostro governo e quindi, senza violenza, senza scontri, senza colori, senza partiti, da destra a sinistra, dal basso all’alto della nostra società sono convinta, che ci siano tanti Italiani che non vogliono questa legge : mettiamoci un Bavaglio!

Scrivo a tutti, giornali, blogger, radio, amici, sconosciuti, per cercare di diffondere questa banale, semplice idea, questa proposta che può sembrare ridicola ma sono convinta che è arrivato il momento di unirci davvero come popolo, come filosofia di vita , come diritto di democrazia e non, e ripeto non, come un partito politico, non c’è nulla di politico in questo, c’è solo libertà dell’individuo!

Nel mio modesto blog, iniziato per aggiornare i miei amici in giro per il mondo o restati in un paese che ogni giorno di più mi indigna, scrivo e scriverò di questa mia proposta, su facebook lo inoltrerò e chiederò di farlo e spero anche voi lo facciate e si trovi una soluzione a questo scempio a questo cappio sempre più stretto, dopo il bavaglio ci sono i paraocchi, o forse ce li hanno giù messi e questo è l’atto finale!?

Spero diate spazio a questa mia “idea” o per lo meno tiriamone fuori una migliore se esiste, perché sono stufa per molti motivi ed ora anche per questo di vergognarmi di dire che sono italiana invece di esserne fiera per tutti quegli individui storici che hanno fatto della libertà e della verità il loro baluardo e ci hanno rimesso anche la vita.
Voglio sentirmi una fiera Italiana!

CONTRO LA LEGGE BAVAGLIO-GAG LOW

RINGHIO E MI RIBELLO PER IL BAVAGLIO - UNITI RIMEDIAMO ALLO SBAGLIO

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Malindi 13 marzo 2010 ore 18.00 ora locale (Italia -2ore)

gatto-cane

Addio mio caro amico

Da ieri sera il mio fidato gatto Whisky non si trova più, si è come volatilizzato. Al rientro ieri dopo un pomeriggio passato a scuola e poi al Lea Mwana, non ho trovato il mio gattone nero che era solito aspettarmi in veranda. Ho capito subito che era strano, col buio infatti era solito rimanere o in casa oppure appunto in veranda, e se andava per scorribande lo faceva solo mentre mangiavamo fuori, poi ritornava e stava quasi tutta la notte a dormire.
In queste poche settimane qui, Whisky si era comportato come era stato solito fare nella nostra convivenza degli ultimi 12 anni, la sua vicinanza a me nonostante la libertà era il cardine del nostro rapporto uomo-gatto.
Infatti diciamo che non era un vero felino ma un gatto-cane, a richiamo arrivava di corsa, se anche aveva modo di allontanarsi non lo faceva mai abbastanza, per essere sempre pronto a tornare verso di me, anche solo per sentire lo schiocco della mie dita. Da ieri sera non c’è più.
Ho passato molte ore a cercarlo tra ieri sera e stamani presto, insieme a tutti ci siamo riuniti nella battuta dei campi vicini e delle ville qui intorno. Ho parlato con chiunque io abbia trovato sulla mia strada, ho bussato a molti cancelli, ho coinvolto anche il nostro “amico” Dankan, un nuovo fidato guidatore di tuc tuc. Ma niente il mio adorato micione pare essere sparito.
MI dicono di sperare che tornerà ma io sento che non è così…La sensazione che ho avuto da subito non è stata positiva e i miei pensieri e sogni stanotte non sono stati sereni. Ho la capacità di visualizzare cose che non esistono come se fossero vere e forse mi dico, è perché in realtà esistono davvero.
Ero così felice di vedere i miei gatti finalmente liberi di girovagare per un giardino enorme pur essendo consapevole dei rischi che correvano loro e di conseguenza io.
D’altronde essere liberi e dare la libertà comporta sempre un prezzo da pagare.
Ma la loro gioia nel vederli rotolarsi nell’erba e sostare dopo piccole baruffe tra di loro e rincorse di lucertole all’ombra delle acacie e degli ibisco valeva il prezzo per tutti noi.
Lo vedevo da giorno molto sonnacchioso e pigro ma davo la colpa al caldo, forse la responsabilità era data anche dall’età…e allora mi dico che forse, come i suoi più grandi cugini felini, ha deciso che era arrivata la sua ora ed è andato a trovarsi un posto tranquillo nella quiete di un cespuglio di bouganville, o all’ombra di baobab col solo frinire dei grilli nell’aria come ultima canzone.
Me lo immagino anche mentre nel rincorrere una lucertola si sia avventurato nel caldo sole del tramonto africano in mezzo all’erba alta oramai bruciata mentre si gode la vera libertà da felino quale lui in realtà è sempre in fondo stato. Riprendendosi così un’identità che in qualche modo io gli devo e quindi sapendo che non tornerà.
Oppure ancora si è ritrovato fuori dal cancello a lottare con un cane o un gatto o un procione e me lo vedo mentre combatte fino all’ultimo soffio e zampata come un vero combattente quale è sempre stato anche se non ha avuto la meglio.
In ogni caso sia andata, gli auguro ora di stare meglio di come sia mai stato, di essersi goduti questi momenti di vera libertà, di aver lottato fino alla fine meritandosi una gloriosa fine di gatto-cane di città, ridiventato finalmente felino libero e ribelle.
Ho pianto tutte le mie lacrime facendole mischiare sotto una doccia fredda per cercare di essere più forte ma non ci riesco, ancora ora mi rigano e mi annebbiano nella scrittura.
Addio mio caro, dolce e intenso amico che mi hai seguito in questi anni tenendomi compagnia anche nei momenti bui, dove hai visto le mie discese e risalite dai tuoi occhi gialli intensamente pieni d’amore per me.
Non ero ancora pronta per saperti lontano e per fare a meno di te, non ero ancora pronta ma in qualche modo mi stai dicendo che forse lo sono, o meglio lo dovrò essere. Caro amico addio.

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