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Malindi 24 giugno 2010 ore 23.49 ora locale (Italia -1 ora per via dell’ora solare)

Radice di un albero secolare a Gede

Di carattere ad una prima occhiata, posso sembrare morbida e dolce, perché ho forme burrose e abbondanti, ho spesso il sorriso in faccia e gli occhi empatici e forse in parte è vero. In realtà però ho una pellaccia, sono coriacea, scontrosa per quanto posso essere diretta nel dire ciò che penso e quello che non mi piace. Per le cose importanti della vita, sui valori, sui principi profondi, non scendo a compromessi, mai o forse è bene dire quasi mai, ma accetto e spesso solo a metà unicamente quelli utili a qualcosa di positivo o se si rischia la vita. Non accetto quelli che non fanno che accorciare le strade, solo per risparmiare fatica e che al tempo stesso danneggiano la morale, l’etica mia e della comunità. Soprattutto non accetto compromessi che mi vengono imposti da altri, di solito me li cerco io e mai e dico mai cadono nell’illegalità. Quindi con me non si deve parlare di corruzione, di chiudere un occhio davanti alla pedofilia, alla violenza su donne, bambini e animali, di non pagare le tasse, soprattutto in un paese come questo che sono davvero fattibili.
Posso essere dura, molto dura col sorriso largo posso dire cose terribili e dare del cretino o del disonesto senza mai pronunciare queste parole. Non ho paura di dire quello che penso e a volte decido di non palesarmi solo perché capisco che non servirebbe a nulla e semplicemente prendo la decisione di tagliare fuori una persona o un business senza nemmeno dare spiegazioni.
Insomma non è facile con una persona come me cercare vie traverse. Sto cercando di farlo capire a questi quattro sgarruppati di italiani che hanno paura della propria ombra e agli altri 4 lestofanti che provano a farti scendere al loro livello, da ambo le parti facendoti pagare la corruzione.
Ma non capiscono che bisogna avere più palle a rimanere sulla retta via piuttosto che scendere a quei certi compromessi che loro non sanno  nemmeno più di poter rifiutare, anziché incentivarli.
Non capiscono che bisogna essere più tosti a rimanere puliti che a diventare delinquenti da cui guardarsi le spalle. Non capiscono che bisogna avere più paura ad essere corrotti e corruttori come loro, piuttosto che onesti come noi.
Io non ho paura quasi di nulla, non ho paura di fare fatica, non ho paura di sbagliare, non ho paura di tentare mille volte la stessa strada. Una che come me ne ha passate tante non ha paura di attendere per vedere un progetto completarsi. Quando uno vede la morte violenta in faccia, la respira a pieni polmoni, la tocca con tutta se stessa, la combatte con tenacia e slancio e ne esce praticamente illesa, capisce, se non impazzisce dalla paura e non si fa traumatizzare, che si può essere praticamente tutto nella vita, si può ottenere con tenacia qualsiasi cosa ci si metta in testa di essere e avere.
Si comprende che si è protagonisti della propria vita e non pallide comparse, dirette da altri.
Ho respirato troppa depressione nella vita e morte per replicare gli errori degli altri nella mia di vita, non spreco la mia possibilità di vivere pienamente per stupide ed infondate paure. So cosa significa morire e so cosa significa vivere, lo so sulla mia pelle e capisco molto bene la differenza. Per questo è difficile, se non impossibile farmi piegare.
Anche per questo l’altro giorno, nella frazione di qualche secondo, sapevo cosa dire e fare, quando mi hanno confermato in ospedale che al collo avevo un piccolo tumore di quasi sicura forma benigna, non ho tentennato: “tagliare-via-inutile ascoltare ancora % di rischi e di riassorbimenti e di esami pre-operatori istologici-via-lo facciamo dopo, solo per sicurezza”, tanto lo sapevo e lo so che sarà negativo che non è nulla, perché la vita mi ha destinato ad un percorso ancora lungo o per lo meno devo ancora risolvere delle cose e devo combattere delle battaglie, come tante ne ho fatte, perse e vinte ma ne devo ancora vincere e sono una che vuole vincere, sempre!
Alle 9 ho visto il dottore chirurgo, italiano, di Aosta, con le palle vere, laureatosi a Torino a riqualificato la sua laurea a Londra, poi è stato anche a Boston e poi non so per quale motivo è venuto qui in Kenya. Piccoletto, gambe da ex-calciatore, amante della montagna, capelli folti bianchi, occhi vispi e diretti, rapidi, dolce voce con l’inflessione torinese anche nel suo inglese, mi si riempiva il cuore di orgoglio mentre mi parlava, e sapevo che è molto stimato qui, tutti vanno da lui, le infermiere sono orgogliose di lavorare con lui e si vede. Mi parlava semplice,semplice, con tono tranquillizzante e mi diceva che non c’era motivo di spaventarsi e io ”e infatti non mi sono spaventata, ok facciamolo, subito però ho da fare oggi.”.

Così tra le 9.30 e le 11.30 ci siamo precipitati a fare altre cose urgenti in centro per le quali effettivamente eravamo venuti a Nairobi, avevo messo come seconda cosa la mia visita, sospettavo fosse qualcosa da approfondire ma non volevo darci troppa importanza e così è stato.
Giù di corsa agli uffici dell’immigrazione, spiegare a Paolo che nel frattempo dell’operazione lui doveva portarci avanti a fare altre cose e che poi subito dopo saremmo ritornati da quei furbacchioni di impiegati governativi. Così alle 11.30 di nuovo in ospedale, compilata la scheda delle familiarità di malattie, morti, allergie e intanto pensavo che della vita di mio padre, del suo passato so poco o nulla e mi viene la malinconia ma poi penso ai “nostri bambini” che non sanno nemmeno chi siano i genitori, i parenti e allora mi dico, di cosa mi lamento e mi intristisco e proseguo veloce, meccanicamente come se stessi preparandomi per un’estrazione di un dente ma se ci si pensa effettivamente può essere così.
Alle 12.10 ero già dentro in sala operatoria, perfetta, stra-organizzata, tutti efficienti, 2 infermieri ad assistere il chirurgo, al lato della sala, noto due persone, le guardo distrattamente e il chirurgo per nulla superficiale, riscontrando il mio sguardo, mi informa che ho un anestesista ed un rianimatore, che sono solo lì per ogni evenienza ma che devo stare tranquilla. Sono tranquilla. Mi sdraio, chiedo se mi spiega per filo e per segno cosa mi farà, perché ho bisogno di sapere e lui lo fa, preciso, rapido, senza scendere in macabri particolari, sembra facile, come tracciare una riga nera su un foglio bianco.
Mi preparano, gentili e leggeri tocchi di mani mi sollevano, mi coprono con una coperta calda, che finezza e gentilezza penso. Mi ricordo in un flash in passato una sala di un pronto-soccorso con il letto gelido di metallo a contatto della mia schiena nuda e io mezza pesta nell’animo e un po’ sulla faccia, nessuno che mi diceva di stare tranquilla. Ero tranquilla lo stesso, anche se quella volta avevo rischiato di morire e lo sapevo. Ma qui è diverso, è un’altra storia.
Così il dottore inizia con l’anestesia, sento un dolore lancinante ma so che passerà, respiro profondamente. Chiedo di avere uno specchio sulla luce per guardarmi ma il dottore mi dice “non si può è meglio di no, non si fa”, ok, non sa lui che io non mi impressiono a guardare ma più ad immaginare, però decido che qui comanda lui e quindi obbedisco.
I minuti passano, sento il bip-bip alle mie spalle del mio battito, ad un certo punto una mano mi solleva un polpaccio e mi mette sotto una placca fredda, capisco che è il rianimatore, intanto sentendo tutto e capendo sempre meglio l’inglese sento che sto sanguinando molto, è il mio “problema” ho il sangue molto fluido vado facilmente in emorragia, l’ho scritto sulla scheda, l’ho sottolineato e la testa gioca un brutto scherzo e comincio a pensare, e se non l’ha letto, se c’è qualche complicazione, e se quella facile riga nera da tracciare su un foglio bianco fa un buco?e se muoio!?oddio, no….il bip-bip aumenta di velocità, me ne accorgo, sono io che mi sto agitando, allora mi dico, ma no dai, hai talmente tante cose da fare là fuori che non si può….allora respiro di pancia, visualizzo subito una luce calda, soffice, morbida arancione che mi entra dentro dal naso e va fino alla pancia, respiro calma come mi ha insegnato Karen a yoga e a meditazione e il respiro si fa di nuovo lento, il bip lo conferma le mani non le sento più ma sono pesanti come tutto il resto del corpo e sono tranquilla nuovamente.
In un attimo sento dei piccoli strattonamenti e capisco che sono i punti che mi sta dando il dottore, sbircio attraverso le garze che mi ha messo sugli occhi e lo vedo chino, calmo, concentrato e sono di nuovo consapevole: un’altra battaglia vinta, piccola ma vinta, contro la mia paura che mai voglio ammettere di avere, quella di morire, senza aver fatto tutto, tutto quello che voglio fare.
Mi tolgono il telo, mi guarda da dietro gli occhialoni, se li toglie mi sorride e mi dice che mi ha dato 5 punti esterni e un po’ interni, 7 o 8 “posso vedere quello che mi ha tolto!?”, si gira e mi tiene con le pinze, sospeso sopra il mio naso il pezzetto di me impazzito. Si può provare schifo per una parte di sé?, in quel momento sì, è una parte che riconosco mia ma che non sento così piacevole. La guardo e rimango in contatto visivo per far arrivare alla pancia, dove sento le sensazioni, e capisco che era tutto lì, in un pezzetto di carne e pelle, qualcosa che dovevo buttare fuori, e poi tagliare via con decisione. Fatto. Si va avanti.
Chiedo di alzarmi e uscire dalla sala sulle mie gambe, ci tengo, gli dico e lui mi batte teneramente la mano aperta sulla testa, come si fa coi bimbi, a metà tra una pacca ed una carezza e mi dice: ”you’re a strong woman”, “yes it’s true…c’ho le palle quadre!”, si gira e scoppia a ridere di gusto.
Mi fanno sedere fuori e mentre sono lì un po’ intontita per la paura e l’anestesia e la tensione che comincia a scendere, mi passa davanti un’infermiera con in braccio un neonato, ancora sporco, silenzioso con gli occhi semi chiusi, nel passarmi davanti ci incontriamo con lo sguardo e  sono sicura mi stesse guardando. Mi sono messa a piangere, ho pensato che la vita è stupenda e questo bambino ne è la prova e lui lo scoprirà quanto dura e bella sarà la vita.
Dopo poco ero in macchina per strada di nuovo con Paolo per vincere un’altra battaglia. Di nuovo agli uffici governativi dell’immigrazione per fare il mazzo a un gruppetto di furbi di loro. Parliamo con uno di questi che vuole di sicuro la mazzetta per farci passare la pratica e io coi punti, l’anestesia che mi da un po’ di senso di intontimento e le bende mentre rigida come un baccalà lo guardo truce e gli sorrido glaciale e gli dico che io la corruzione non la pago soprattutto, perchè siamo seri e professionisti e che non tutti gli italiani sono così merde e che la maggior parte di noi è un popolo eccellente e possiamo portare lavoro e benessere e che se non ci vogliono…beh c’è la loro cugina Tanzania a fianco, andiamo da loro….e penso…muori tu prima di me brutta piccola schifezza di omuncolo, tu, tumore della società. Il sangue mi pulsa nelle vene della fronte, sto per sbottare …
Poi ripenso alle parole del nostro taxista con il quale abbiamo parlato di quello che ci stava succedendo e lui con orgoglio di Keniota offeso per la corruzione del suo paese, ci ringrazia perchè ci dice che se ce ne fossero anche solo 10 al giorno come noi, loro vincerebbero la corruzione e il suo paese sarebbe salvo, che ci ringrazia perché stiamo lottando non solo per noi ma per i diritti di tutti, “tenete duro”.
Sì, tengo duro, devo dire che se è vero che ho le palle cubiche , me lo dicevano degli amici ridendo, riscontro che qui ti ci vogliono più che in altri posti…e ti escono proprio e se si è in gamba si viene fuori con i lati migliori, come Paolo che calmo e serafico a fianco a me mi ha sostenuto sempre, su tutto, non sa ancora parlare inglese e non può interagire come vorrebbe ma ora lo comprende molto di più e quando non capisce, interrompe, chiede spiegazioni, puntualizza e la sua calma mi aiuta non si fa mai prendere dal panico e questo vuole dire tanto e anche quando si arrabbia è composto, regale, signorile e la gente qui credo si spaventi ancora di più.
Io sto cercando di imparare da lui a contenere la rabbia, le esplosioni e poi dopo questa cosa del collo, capisco che la vita è davvero un gioco e non vale la pena prendersela mai tanto seriamente per certe cose, indignarsi, lottare, ribellarsi ma sempre col giusto distacco per non farsi intaccare nel profondo.
Scendiamo giù da quel palazzone carico di speranze, corruzioni e vite misere con un tassello raggiunto in più, aspettiamo il prossimo round, siamo consapevoli di non essere ancora arrivati ma siamo fermi sulle gambe. Lui mi tiene per un braccio, mi cinge il fianco e mentre scendo le scale, mi scende anche l’adrenalina di tutta la giornata e comincio a piangere e lui, sempre calmo, mi consola, dicendo che ce la faremo, sempre, insieme ce la faremo.

Eccomi lì, dura e morbida al tempo stesso.

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