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Posts Tagged ‘forza di carattere’

Malindi 5 novembre 2010 ore 13.30 ora locale(-2 ore in Italia)

La sporcizia di Malindi fa davvero l’ eco a quella in Italia?

Cammini per Malindi e devi scansare la spazzatura accumulata ovunque. Non esiste un vero e proprio marciapiede in nessuna parte della cittadina.
Tutto viene buttato a terra da chiunque. I turisti si devono districare tra mendicanti insistenti, venditori petulanti, tenendo stretta la borsa e la macchina fotografica, schivando o facendosi schivare da un boda boda(taxi in bicicletta) che sfrecciano a velocità impensabile, per non essere investiti e il tutto va associato a fulminei sguardi a terra per fare lo slalom della spazzatura imperante ovunque.
Questa è l’immagine di Malindi al di fuori dei resorts.

Se parli con molti degli italiani residenti a Malindi ti dicono che questo posto, questo paesotto è uno schifo, sporco, in disordine e oltretutto che la corruzione è indescrivibile, che il tuo minimo diritto di cittadino straniero e pure di investitore è calpestato, dimenticato, ignorato.
Signori distinti, educati pensionati che frequentano questo strano caso assurdo, di colonizzazione massiccia italica, ti sconsigliano di investire a Malindi:
“In Kenya sì ma a Malindi mai per carità…”, “Cari miei questa è la fogna del Kenya…”, ti dicono addirittura altri, scuotendo tristemente la testa, quando dici loro che sei appena arrivato per iniziare un’attività.
Qui in effetti i peggiori italiani sono arrivati e hanno fatto di tutto, hanno portato una non-cultura, trasformando una popolazione in accattoni, corrotti, ed estortori peggiori di quelli che già avevano ed hanno in altre parti del paese.
E’ notizia di poco che hanno arrestato il sindaco di Nairobi e 3 ministri si sono dimessi per casi di corruzione.
Intanto sempre sul Daily Nation ci sono notizie di italiani ricercati e pluricondannati in Italia che grazie all’appoggio della polizia locale e di personalità importanti all’immigrazione, si godono beatamente il buen ritiro alla faccia della legge italiana sulla costa kenyota e precisamente a Malindi.
Sul link che riporta la notizia su facebook, seguono molti commenti non proprio gradevoli su quello che pensano i kenyoti di noi italiani, il commento più soft è che violentiamo i loro figli ridendo in faccia loro sul fatto che non andremo mai in galera.
Le parole che più si associano a noi  sono: mafia e pedofilia.
Diciamo che il nostro presidente in questi giorni non ci sta aiutando molto a dimostrare che ci sono altri tipi di italiani in circolazione.
Non passa giorno che non si parli di tangenti, di corruzione, di mafia ed ora l’ennesimo scandalo con escort oltretutto minorenni.

In un mio pezzo precedente, sull’arresto assurdo di mio marito per una multa, parlo di come i poliziotti qui diano per scontato che tutti i bianchi ed in particolare gli italiani siano di facile mancia, o meglio chiamarle per quello che sono: tangenti.

Il suo caso sembra non essere isolato, infatti molti altri italiani hanno raccontato quando ci hanno fermato per strada che ci erano finiti nella stessa condizione di Paolo, poi un pò la poca voglia di difendersi e la molta paura di stare in gattabuia, ha fatto sì che allungando una mancia se la siano scampata.
Eccolo lì il nostro buon costume, la nostra cultura.
Parli poi con altri italiani e ti dicono che non ci si può fare nulla, la corruzione c’è, il malcostume pure ma è così e non è perché arrivi tu che allora puoi cambiare le cose!!
E’ come in Italia, lo vediamo in questi giorni, oramai è una fogna a cielo aperto di nefandezze, scandali e scandaletti. Ma oramai sono tutti rassegnati, non ci si può fare nulla.
Ed eccoci anche qui a farci fregare con la nostra solita mentalità lassista, depressa: Non puoi cambiare le cose.
Ah no?
Non posso farlo al mio paese e quindi nemmeno qui?
Cioè io arrivo in un luogo che una volta era gradevole, si stava bene e stavano bene in tanti, così ci dicono i nostri amici inglesi e tedeschi e scopro che è diventata addirittura una fogna grazie anche e soprattutto al peggior genere italico in abbinamento a quello kenyota e non posso fare nulla?
Quasi, quasi li innervosisco perché me ne lamento e non solo, addirittura mi indigno, perché credo nei diritti e credo nella possibilità di farli rispettare.
No, non posso cambiare nulla, solo perché noto che c’è qualcosa che non mi piace.
Allora io mi dico ma se per ipotesi sto vivendo in un posto che sarebbe bellissimo ma invece è sporco e fa schifo e che è addirittura una fogna, posso provare a ripulirlo, no? Magari se ci si mette in tanti, forse viene pulito anche prima…e se, mentre io da sola o  con pochi altri stiamo lì a pulire , arrivano altri a sporcare ci si può ribellare li si può anche…udite udite: fermare!!

Non ci si deve limitare a dire :”evvabeh che ci posso fare, loro sporcano e allora io non pulisco, mi turo il naso e chiudo gli occhi e va bene così!”

No, non sta scritto da nessuna parte che mi debba turare il naso, e non sta scritto da nessuna parte che loro siano  sempre i più forti.
Questo non dovrebbe accadere nel nostro paese ma nemmeno qui.

E se invece scopro che dove sono venuta a vivere, che gli zozzoni sono molti di più di quelli puliti e anche quelli puliti non ne vogliono sapere di riunirsi e ribellarsi, allora posso anche scegliere di andarmene in un posto migliore e più pulito, dove si faccia rispettare la buona regola della pulizia, non solo fisica ma anche quella della legge e questo per buona pace di quelli che pensano che sono una “rompi-equilibri-quasi-perfetti”.
E in effetti gente che la pensa come me ce n’è tanta a partire dall’Italia…avete letto di quanti giovani italiani da anni se ne stanno andando dal loro, dal nostro paese?
Li vedete quelli della passata generazione come sono arrendevoli?
Deve essere generazionale, infatti anche qui li vedo!
La gente che sta a Malindi, pensa che se non ci sono riusciti loro in 40anni a cambiare le cose, passando il tempo a lamentarsi senza che le cose cambiassero, come posso pensare io di rivoluzionare questo loro piccolo mondo?
Meglio continuare a lamentarsi allegramente, rassegnati a dover offrire “una soda” (ndr che in gergo significa 1000-1500 scellini/10-15€) al poliziotto che ti ferma per una stupidata, piuttosto che passare la giornata tra polizia e corte per pagare una multa di 500 scellini(5 €).
Così poi almeno avranno da che raccontare al bar sull’ennesimo sopruso subito e così crogiolarsi nelle proprie disgrazie.
Meglio sbuffare nel veder passare un nostro concittadino che si sa benissimo essere pedofilo e far finta di nulla.
Meglio non andare a lamentarsi dal sindaco sulla sporcizia delle strade nonostante si paghino le tasse.
Meglio non riunirsi con altri concittadini e decidere di fare associazioni vere di residenti all’estero, che servono davvero per combattere i nostri concittadini criminali, isolarli e semmai denunciarli e aiutare quelli seri ed onesti.
Meglio non riunirsi e cercare una strategia comune per rompere le scatole al nostro governo estero, affinché non si dimentichi di noi qui, che siamo il 5° paese che aiuta il Kenya con finanziamenti e non solo ma che veniamo trattati peggio che se fosse l’ultima delle zecche succhia-sangue.
Salvo poi che i nostri criminali vengono coperti ed aiutati perché corrompono, mentre noi vorremmo invece sbatterli in galera nel nostro paese.
Meglio continuare quindi a riunirsi al bar a lamentarsi senza mai fare nulla.

Questo in Italia contro un governo che non governa e che manda allo sbando un paese e i nostri giovani e qui in Kenya, a Malindi dove la brava gente è isolata e nascosta nelle case e i delinquenti vanno in giro liberamente.
Meglio tenersi le cose così come stanno piuttosto che cambiarle.

Sapete cosa c’è…che se ci tenete così tanto a tenervi un’Italia così e una “little Italy” in Malindi così, sporche letteralmente e non solo fisicamente parlando e piene di delinquenti che camminano alla luce del sole, bene, ve le potete tenere.
Voi continuate le vostre vite a lamentarvi e a non fare nulla che altri se la andranno a cercare e creare diversamente altrove.

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Diani-Ukunda – lunedì 18ottobre 2010- ore 20.00 ora locale (-1 ora in Italia)

Sisal Plantation
Vediamo un po’ se mi ricordo quanti sogni ho riposto nel cassetto da quando ero piccola…dunque quando avevo poco più di 6 anni avevo deciso di fare la veterinaria perché mi piacevano tanto gli animali, ne avevo anche abbastanza in casa e quindi mi vedevo a lavorare e vivere solo con e per loro, poi c’è stata fase della redazione di giornale, dove con le mie cugine facevamo disegni, ritagliavamo foto dai giornali di mia madre, che lei collezionava gelosamente e compulsivamente, le impaginavamo e decidevamo di “scriverci un pezzo”, poi graffettavo tutto, creavo la copertina e montavo il giornale che poi fotocopiavo in un ufficio dove mia madre lavorava part-time come segretaria tutto fare.
Chi me lo avesse insegnato o da chi lo avessi visto fare resta un mistero, sta di fatto che poi in qualche modo ho davvero svolto questo genere di lavoro nella mia vita e per diversi anni.
Dopo quella fase sognavo di scrivere, fare la giornalista, magari l’inviata speciale, come uno dei miei zii, quello più affascinante all’epoca perché lo vedevo poco di persona ma mi capitava di vederlo in tv ma a scuola mi hanno tarpato subito o quasi le ali dicendomi che non ero capace a scrivere e quindi ho abbandonato l’idea, anche se adesso in barba loro scrivo, tanto è solo un blog, “echissenefrega!, se non è scritto benissimo, tanto lo leggono i miei amici e qualche povero sventurato che si imbatte nelle mie lugubrazioni e nei miei tormenti sulla vita.
Ma anche il lavoro di scrivere lo ho effettivamente svolto, quello a fatica e con un perenne senso di nausea, quando scrivevo comunicati stampa per l’azienda per la quale svolgevo le pubbliche relazioni e l’ufficio stampa.
Poi più grandicella oramai uscita dall’adolescenza avevo deciso che avrei aiutato i ragazzini in difficoltà con le loro famiglie, volevo fare l’assistente sociale, per avere un ruolo in certe storie orribili che leggi sui giornali e che io vedevo e vivevo con i miei occhi.
Anche qui sono stata fermata in realtà da me stessa e dalla mia esigenza di lavorare subito e mantenermi anche prima del tempo e la qualcosa non si conciliava molto con gli studi e la gavetta da fare nella professione da me prescelta in quel periodo della mia vita. Ma occuparmi dei bambini e dei ragazzi è sempre stato presente come pensiero e alla fine, qui in Kenya è questo che sto facendo anche se nei ritagli di tempo con dei bambini di uno o più orfanotrofi, non è granchè, non è esattamente l’aiuto che vorrei dare, o meglio non è solo questo che vorrei dare loro ma mi posso ritenere accontentata in parte, in buona parte.
Ed eccomi qui a distanza di anni a ricordarmi i miei sogni nel cassetto, che avevo riposto come un promemoria, scritto su un foglietto destinato a sbiadirsi ed invece nonostante le difficoltà, gli impedimenti e le deviazioni della vita, riprendo quel foglietto e vedo che molte cose anche se non proprio nella loro forma le ho vissute, le sto vivendo le sto portando avanti.
Sono fortunata mi dico perché vivo intensamente a volte mi lamento, ci piango dei problemi avuti, delle disgrazie, ma poi sento estranei e amici che si raccontano e parlano di come hanno un sogno nel cassetto e non riescono a realizzarlo da anni, di come sono infelici in un lavoro, in un ruolo che non è il loro, lo sentono, lo capiscono ma non si sa bene come, non riescono a raggiungerlo anche solo a sfiorarlo.
Io alla fine ho avuto mille intoppi, salite faticose, anche adesso è sempre una lotta per tutto ma il mio sogno di venire a vivere in Africa, in Kenya per ora con tutti i miei animali e nuovi animali lo sto coronando, l’ho già raggiunto e infatti ho nuovi sogni e vecchi sogni da rispolverare e da inseguire e le strade fatte fino ad ora e quelle sono sicura che farò, sono sempre più affascinanti della meta, è il viaggio che mi rende viva.
Penso caramente quindi ai miei amici, ai miei cari, agli sconosciuti che mi hanno detto di avere un sogno, anche solo uno e da tempo non riescono ad esaudirlo e allora con il cuore auguro loro di arrivare sulla strada che li condurrà ad esso …ma …consiglio loro di godersi il viaggio passo, passo, perché a ripensarci ora, mentre stavo arrivando a una delle mete che ho citato, non mi ero accorta fino alla fine che stavo giungendo al sogno, solo che una volta raggiunto ci si sveglia.
Allora buona fortuna, buon sogno e buon viaggio!

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Diani – Kenya , ora locale 20.09 (-1 ora in Italia)

Non so bene da dove cominciare i pensieri e le parole si confondo, accavallandosi…parto quindi per natura o forse in realtà per mia deformazione professionale dai conti:
Dal conto economico visibile in allegato nelle note posso riassumere che la prima costruzione, ovvero il primo dormitorio per l’orfanotrofio LeaMwana (ma sono state create anche le fondamenta del secondo dormitorio), è costata comprensiva di tutto, incluso alcuni costi di ricerca e spedizione e soprattutto il costo del reperimento dell’attrezzatura un totale di € 6.199 .
Il dormitorio misura 6 per 8 metri interni(7 x 9 esterni) ed ha un’altezza minima di 2,60 e massima 2,80. E’ stato completato fino al soffitto realizzato in canne di bambù ed è stata intonacata in terra cruda e paglia.
Le donazioni raccolte per i costi sostenuti sono state ad oggi di € 6.130 (vedi lista in allegato con nominativi ed importi).
La maggior parte del lavoro è stato effettuato con contributo volontario da parte dei locali: Ibrahim, i fratelli Ken e Ben, Charles e Mwangi, da parte dei corsisti arrivati dall’Italia, ovviamente da parte della mia famiglia, ovvero da parte mia, di mio marito, dei miei suoceri e di mia madre.
Enorme contributo ci è stato dato dall’Hotel Melinde nella persona di Eloisa Minoprio la quale anche con la sua famiglia ha anche contribuito economicamente al progetto. Altrettanto indispensabile e prezioso aiuto e contributo ci è stato fornito dal mitico signor Gordon proprietario del bar-ristorante TICS a poche centinaia di metri dal luogo dell’orfanotrofio.
Vari ringraziamenti anche ai cari guidatori di tuc tuc, Mike-Maina, Wachira, Dankan e Mohamed senza i quali non saremmo riusciti a trasportare sani e salvi e in tempo i volontari, i corsisti e a volte anche i materiali!!!
Ora nel concreto cosa manca e a dopo i più approfonditi ringraziamenti….
Ad oggi servirebbe finire :
>l’intonacatura con altra terra cruda e l’unico costo sarebbe degli operai (4 persone per 1 settimana 350scellini al giorno l’uno), l’acqua per mescolare la terra (circa 50 taniche a 5 scellini l’una);
> ultima mano con calce(circa 5 sacchi a 2500scellini l’uno) con relativi operai (idem come sopra per gli operai);
>copertura soffitto in lamiera (lunghe 3 metri larghe 1,5 ce ne vogliono almeno 24 pezzi ad un costo di circa 1900scellini l’una), minuteria come viti ed etc per fissarle ed operai specializzati(4 operai, montaggio in 5 giorni ad un costo di circa 450 scellini al giorno a persona);
>Pali di sostegno per lamiera e per ricreare piccolo porticato a sostegno della lamiera che fuoriesce dai muri (circa 25 pali, un costo approssimativo di 9000 scellini);
>Porta e telaio con serratura e chiavistelli di sicurezza interno ed esterno (7000scellini);
>2 telai e finestre con sbarre (3500 scellini cad);
>telai e zanzariere per finestre e spazi rimasti liberi sotto il tetto (4000 scellini circa).
>Pavimentazione da definire successivamente
>Impianto elettrico da definire successivamente
>Varie ed eventuali da capire successivamente.
Questo per completare definitivamente il primo dormitorio che accoglierà 8 letti a castello per un totale quindi di 16 bambini.

I direttori del Lea Mwana si stanno impegnando a raccogliere i fondi per completare questo dormitorio e poi continuare la costruzione, per ora di sicuro c’è che se riuscissimo a dare ancora una mano a questi bambini, raccogliendo personalmente i fondi e amministrandoli come fatto finora e poi organizzando i lavori con persone fidate, saremmo certi della riuscita e delle tempistiche.


Infatti in soli 3 mesi siamo riusciti ad organizzare molte cose, dal trovare la materia prima, ovvero le balle di paglia e farle trasportare qui e non è stata cosa facile come si può credere, trovare dei volontari, cosa altrettanto non semplice qui in Kenya, fino a portare dall’Italia grazie a Stefano Soldati, docente costruttore specializzato in balle di paglia che ha organizzato due gruppi di lavoro eccezionali, a Siria dell’agenzia Orobica viaggi che ha gestito per molti di loro i voli e non solo. Poi siamo riusciti ad avere preziosi aiuti da molti come Mariangela, mitica ingegnera, sì con la A e se si potesse pure maiuscola, che ha dovuto creare un progetto basandosi su miei vaneggiamenti dati dall’ignoranza in architettura e dal caldo equatoriale e dallo sfibramento dell’ ”architetto” locale che aveva realizzato un progetto di dormitorio senza porte, nel senso che non si sapeva da dove far entrare i bambini…non c’è da ridere è la verità, ho le prove! A Jason Brayda che senza conoscerci da Nairobi si è fiondato sulla costa più volte per aiutarci e districarci in cose per molti banali che per noi erano come trattare di astrofisica…tipo fare delle fondamenta.
Fino ad arrivare agli sponsors, piccoli, medi e grandi, persone singole, gruppi di amici, anonimi e realtà locali che hanno donato soldi, materiali e non solo, ci hanno donato fiducia ed ottimismo!
Un dono enorme, che ci ha permesso di tirare fuori forza e grinta per continuare in questa impresa che per molti può essere sembrata piccola ma posso assicurare che è stata titanica.
Come molti sanno non siamo del mestiere e mettersi a costruire non è una cosa da poco se si tratta poi di un dormitorio per dei piccoli di un orfanotrofio la cosa si fa ancora più grande. Eppure ce l’abbiamo fatta e questo grazie a tutti quelli che ho messo in elenco nel file del conto economico.
Spero di non aver dimenticato nessuno e di essere stata precisa nella spiegazione delle diverse donazioni, se così non fosse perdonatemi e scrivetemi e provvederò a correggere!!!
Devo però ringraziare per questo progetto anche le avversità avute, le persone che ce l’hanno gufata, tanto per parlare semplice e per quelle che hanno sparlato dicendo che eravamo ridicoli e non ce l’avremmo fatta o che peggio, ci stavamo guadagnando!
Bene, grazie anche a loro, se con l’ottimismo e la fiducia abbiamo tirato fuori forza e grinta, beh con questi ultimi abbiamo tirato fuori le palle, sempre per parlare semplice e la mia natura di mettere tutto per iscritto ci è andata a nozze nell’elencare maniacalmente tutto, ogni singola spesa anche di 5 scellini.
Ed ecco per tutti il resoconto dettagliato delle uscite e delle entrate!
Grazie a tutti voi, nessuno escluso, perché ci avete reso più forti e determinati ma soprattutto consapevoli dei propri limiti ma ancora di più delle proprie potenzialità.
Ringrazio ovviamente anche mio marito, adorabile, instancabile, forte e delicato uomo che mi sopporta e che mi rende così sicura di fare tutto, “solo” perché so che lui mi sostiene, sempre.
Grazie, grazie, grazie ed ora, infine come ultimo inchino, ringrazio anche il Signore, perché in tutta questa bellissima avventura ho riscoperto anche la fede.
Grazie!

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Malindi 29 agosto 2010

Questi ultimi mesi sono passati così velocemente ed intensamente che a volte mi chiedo se vivo qui da sempre.
Mi fa ritornare alla realtà il fatto che ho i miei amici storici lontani, che non li sento spesso come prima e che soprattutto non organizzo cene e grigliate da noi con tutti loro.
Mi mancano nei pochi momenti vuoti che ho, dove cerco di godermi la pace e la quiete mi accorgo che mi mancano. Ma è stata una scelta la mia, la nostra, quella di sorvolare un continente, abbandonare la nostra terra e abbracciare una nuova vita e calpestare una terra diversa. Una nuova avventura. Sapevamo i rischi e più o meno abbiamo calcolato le pecche che per ora tolleriamo, certo è che quando vuoi bene a qualcuno fai fatica ad abituarti alla loro mancanza e questa è la pecca peggiore, sembra a volte una punizione.
Ma la vita è strana e bella anche per quello che ti può togliere, e sto capendo da tempo che a volte toglie, perché poi deve dare qualcosa che ancora non si sa e non si immagina ma qualcosa arriva, sempre anche un insegnamento che vale molto di più del tolto..
L’ho imparato presto e da tempo lo so e di questa consapevolezza, quando ero piccola me ne facevo a volte un cruccio, a volte una speranza.
Quando mio padre è morto all’improvviso e siamo finite, mia madre ed io nel tipico precipizio economico con poche speranze per una donna di 50anni senza lavoro e senza un solo risparmio, con una bambina di 9 anni, ho imparato che ci sono persone che inaspettatamente ti aiutano anche con poco, per loro ma che in realtà è tanto per te.
Quanti pomeriggi ho passato, ospite delle mie compagne di classe, che prima che io diventassi il caso umano della scuola, nemmeno mi calcolavano? Tante di loro, lo sapevo, avrebbero preferito altre compagne di giochi ma alla fine è nata un’amicizia, anche se forzatamente prima e anche se poi durante la crescita ci siamo perse, dopo con piacere ci siamo ritrovate e riscelte e ora siamo legate da un bel legame che è ancora più prezioso.
Quante cene calde ho avuto prima di affrontare ore di viaggio per tornare in una casa che era troppo lontana dalla città e dalla scuola ma che era l’unica che avevamo avuto gratis da amici. A loro sembrava di fare poco dandoci una ex-portineria per casa ma per noi alla fine era tantissimo e per le mamme delle mie amiche era quasi nulla darmi da mangiare, in realtà era enorme l’aiuto che stavano dando a me e a mia madre.
Quando ci stavamo risollevando, poco dopo il lutto e il dissesto economico, abbiamo perso tutto nuovamente, per colpa di un incendio doloso del nostro vicino e siamo finite a vivere in una topaia di albergo. Era pur sempre un appoggio, il quale ci ha permesso di avere una stanza calda e un bagno e lì in quei momenti ho anche imparato che i vestiti che avevo donato io, attraverso la scuola anni prima ai poveri, con un gesto banale e neppure consapevole, ora, attraverso lo stesso gesto di altre persone come me in precedenza, era indispensabile per aiutare me e a mia madre per coprirci da un inverno pesante e dall’impossibilità di comprarci qualcosa.
Ancora tempo dopo, quando da quella casa oramai inagibile per l’incendio, siamo finite a vivere a Milano in una casa a ringhiera, dentro una soffitta per casa, non era coibentata e per le molte perdite nel tetto, ci faceva morire di caldo d’estate e di freddo ed umidità di inverno. Ma ho imparato che ero, nonostante questi problemi, molto fortunata. Intanto non ero più così distante dalle mie amiche e da scuola e nonostante i difetti della casa, valendo questa poco, costava anche poco, quindi mia madre poteva pagare l’affitto e questo era già tanto per me. Grazie anche a questa soffitta ho imparato, dipingendola, sistemandola e riadattandola, facendola diventare quasi una vera casa ad usare le mani e la creatività soprattutto di tipo economico e che ora tanto ringrazio!
Quando solo poco tempo dopo, un nostro vicino di casa che soffriva da tempo di disturbi mentali, ha cercato di uccidermi, tentando di accoltellarmi prima e di gettarmi poi dal primo piano della casa a ringhiera nella quale vivevamo, ho imparato che la mia voglia di vivere era più forte della mia depressione e che la mia forza di sopravvivenza era più energica di un uomo 3 volte più grande di me con tanta voglia di spaccare il mondo e le persone. E l’ ho imparato ed ho avuto conferma che ci sono persone splendide che non hanno esitato un attimo per salvarmi, poliziotti e vicini di casa, persone semplici che senza pensare troppo alla loro incolumità mi hanno strappato a morte certa.
Ritornando al primo episodio nella mia vita, la morte di mio padre che ha rotto un falso perfetto equilibrio di una bambina di soli 9 anni in una famiglia apparentemente normale, mi ha insegnato tanto e posso dire in positivo. Tornando infatti a quel momento, posso dire che mio padre è morto all’improvviso per noi ma in verità non per colpa di una malattia scoperta improvvisamente o per un incidente ma perché all’improvviso ha deciso di palesare un suo malessere che nessuno vedeva o voleva vedere da anni, forse decenni, decenni di solitudine. Ha preso la pistola di suo padre, ha cercato un posto isolato sotto un ponte vicino a casa e ha deciso di portarsela alla tempia e sparare un colpo.
Ci ha lasciati così, con un vuoto lacerante, molti dubbi, inutili innumerevoli domande senza risposte e un troppo sintetico biglietto con spiegazioni troppo semplici per accettare una morte di un essere vivente, di un sensibile uomo, di un dolce padre.
Mio padre era morto dentro da tempo ma nessuno se ne era accorto, viveva una vita non sua con una forza che non era forza propulsiva ma solo di inerzia.
Dopo la sua morte e per la sua morte la mia vita è stata una continua lotta, dove le discese sono state rapide e dolorose e le salite lente e altrettanto dolorose ma ora ho imparato che quando arrivo in cima è perché l’ho voluto io e solo io. Ho imparato che non importa che lavoro si faccia, che compiti si svolgano, ho imparato a sopravvivere a tante situazioni pesanti e spesso anche tutte contemporaneamente. Ho imparato quanto una vita sia importante ma soprattutto che “Come si vive una vita”, ha un’importanza enorme. Ho imparato tanto dalla mia vita, per questo non voglio smettere di farlo, non voglio fermarmi davanti a nulla, non voglio avere paura di niente e soprattutto non voglio smettere di pensare che qualcosa sia impossibile da raggiungere. Io ne ho avuto dimostrazione, anche ora mentre ho affrontato mille problemi per costruire un primo pezzo di un orfanotrofio in kenya, fra mille problemi, ostacoli, e impedimenti ce la sto facendo.
Mi ha tolto tanta energia farlo ma mi ha regalato tanta esperienza e soprattutto mi ha regalato persone splendide che si sono dannate per dare un aiuto a me e a i bambini. E’ stata dura ma alla fine mi ha dato il regalo più bello, scoprire l’umanità di certe persone.
La vita toglie, perché deve dare qualcos’altro. A me ha tolto tanto ma ho avuto tantissimo indietro ed ogni giorno lo scopro con piacere, gioia e commozione.
Non ho rimpianti, ma un solo rimorso : che mio padre non sia qui a vedere come io sia diventata nel bene e nel male e come sia bella la vita nel bene e nel male ma senza il suo gesto, forse io non sarei qui. Quindi ringrazio la vita, perché ho imparato e sto imparando ma dico anche: Grazie Papà.

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Malindi 15 luglio 2010 ore 21. 47 ora locale (Italia -1 ora per via dell’ora solare)
Emmanuel solo 10 anni
Emmanuel ha  10 anni, è magrolino ma dinamico e forte. Ama fare karaté come suo papà. Ha il mito di Bruce Lee e con l’aiuto di Paolo, mio marito, sta imparando a far roteare un bastoncino di bambù come si fa con i “nunchaku” e qualche nozione base di difesa personale. Mentre si allena è molto fiero di sé, concentrato e serio con lo sguardo fisso verso Paolo, mentre svolge i movimenti lenti.
A prima vista in mezzo ai tanti non lo noti, 35 bambini sono tanti, ancora dopo 4 anni e passa, di frequentazione con questo gruppo allegro e chiassoso, facciamo fatica a ricordarci i nomi di tutti.
In passato qualche notizia su qualcuno di loro la abbiamo ricevuta da Christopher ma  in mezzo a tante tristi storie, la similitudine di destino di molti di loro, te li fa confondere : “la mamma è morta, non ha il padre”, “era malato è morto”, “aveva l’aids”, “beveva”, ”era una prostituta”, “la nonna è troppo vecchia per occuparsene”, “è finito in carcere il suo unico genitore e non ha nessuno a casa che si occupi di lui”, insomma in questo desolato elenco si faceva fatica a ricordarsi il passato di tutti.
Ma in questi giorni mi sto mettendo a fianco uno di loro a turno per scrivere qualcosa su le loro vite e sto imparando a conoscerli meglio. Allora a fatica con alcuni di questi, iniziamo scrivendo la loro età, cosa amano studiare, il loro piatto preferito, come vanno a scuola, cosa vorrebbero fare da grandi, quanto tempo fa sono arrivati al Leamwana.
Piano, piano ci avviciniamo ai ricordi, al momento di quando si sono separati dalle famiglie. “Cosa provavi?” Qualcuno si ricorda, qualcuno no, qualcuno dice che era felice da subito, qualcuno invece dice che è felice ora, sottintende che all’epoca non lo era, mi chiedo io?
Con molti bisogna ripetere con calma e dolcezza le domande più volte, ancora dopo 4 anni che ci conoscono e molti mesi che li frequentiamo assiduamente, si vergognano, un po’ per carattere e un po’ per educazione, sono poco abituati a parlare di sé e soprattutto credo con un muzungu(bianco).
Invece con pochi altri ma soprattutto con Emmanuel, semmai si ha la situazione opposta.
Lui è un fiume in piena, parla, si spiega, ricorda. Che piacere, pensavo ieri, mentre parlava con emozione e con la voce carica di dolcezza di come si ricordava di sua madre e di come lo amasse molto. Mi ha raccontato un pezzo della sua vita, dei suoi ricordi. Di sua madre e di suo padre, fiero, mi spiega che lavorava per la compagnia dell’elettricità ma che ora non lavora più. “Non si può occupare più di me e anche mia nonna è troppo anziana!”. Semplice e diretto spiega che quindi è arrivato qui ma si è subito trovato bene, perché mangia regolarmente e dorme in un letto anche se lo deve dividere con un altro bambino ma soprattutto e ci tiene a sottolinearmelo, qui gli danno la possibilità di studiare come amava fare suo padre e lui vuole studiare tanto per diventare un soldato.
Mamma mia, penso io, spero proprio di no! Provo a chiedergli “come mai pensi a questo lavoro, per le armi forse?Ti piace giocare  alla guerra?” “No, assolutamente ma io voglio servire il mondo se ce ne fosse bisogno!”.
Il tempo di tornare a casa è arrivato allora lo ringrazio e gli dico che continueremo domani. Lui è felice, perché a potuto dirmi tante cose e me lo dice pure.
Oggi quindi quando sono arrivata e mi sono seduta iniziando a scrivere con una delle bambine e a rispondere con dei bambini a qualche mail dei loro sponsor tra i miei amici, vedevo che mi ronzava intorno e spesso mi faceva domande o mi correggeva mentre scrivevo. Così dopo aver finito alcune cose e visto che rimaneva ancora vicino a me abbiamo ricominciato a parlare. Siamo partiti da Paolo, mi ha chiesto “dove va tutti i pomeriggi?” e così gli ho spiegato che lui non è stato fortunato quando era più piccolo e non ha potuto studiare le lingue e quindi ora gli tocca imparare con più fatica. Così lui mi dice che sa di essere fortunato perché al Leamwana può studiare cosa che a casa non gli sarebbe stato possibile fare.
“Sai Emmanuel è molto bello quello che dici, hai avuto una vita un po’ difficile, è vero ma i problemi possono essere occasioni per capire delle cose della vita e anche se hai vissuto cose brutte ce ne sono altre per le quali puoi considerarti comunque fortunato!”. “Sì ringrazio Dio” mi dice e da quel pensiero, come un fiume in piena mi ha raccontato i tasselli sulla sua vita che mi mancavano.
Prima che morisse sua mamma avevano una bella casetta, anche se di fango e pietre e mangiavano bene ma i vicini gelosi li hanno denunciati alla polizia raccontando bugie e cose brutte su di loro. Si ricorda che sono arrivati i poliziotti e gliel’ hanno distrutta, buttandola giù. Suo fratello ha cercato di impedire lo scempio, il padre non c’ era, così lui e sua mamma sono dovuti scappare nella foresta, mentre suo fratello è fuggito lontano. Quando, finalmente il padre li ha ritrovati li ha fatti rimanere nascosti anche se non ha mai saputo perché e così lui ha perso diversi mesi di scuola.
Molto probabilmente l’intervento della polizia era stato scatenato da lotte di pulizia etnica tra tribù, le quali spesso sono successe e forse ancora accadono in certe parti del paese, senza che nessuno lo sappia.
Dopo che si erano nuovamente riuniti, non era ancora momento di stare tranquilli, il fratello, il quale era tornato dopo molto tempo, probabilmente dopo molti mesi, avendo frequentato brutte compagnie, “si era trasformato in un diavolo”. Così dice lui spalancando gli occhi, “era drogato?” gli chiedo io e lui annuisce. In un altro soffio mi dice che suo fratello ha cercato di ucciderlo e che lui se lo ricorda molto bene mentre è stato salvato dalla madre e solo per fortuna. Il padre tornato a casa e scoperta la malefatta ha cacciato quindi l’altro suo figlio, il fratello Caino.
Sembrerebbe già tanto per un bambino ma si vede che la vita anche per lui ha deciso di accanirsi. Sopo poco, una caduta massi da una collina travolge delle persone, tra le quali c’e anche sua madre, dopo una lunga malattia, forse un coma, gli viene così portata via l’amata mamma.
Il padre rimasto solo, con un lavoro che lo porta spesso lontano e senza poterlo affidare a nessuno, decide di trasferirsi dalla nonna . Il destino non è ancora soddisfatto abbastanza e così poco dopo, un incidente sul lavoro rende il padre di Emmanuel invalido tanto che è destinato ad usare le stampelle a vita. Così è stato deciso, per il bene del bambino di portarlo al LeaMwana per essere accudito e seguito con cura, dove i pasti sono garantiti, la scuola privata è una realtà e la vita per lui si auspica migliore che se fosse rimasto a vivere a casa con il padre oramai senza lavoro e senza soldi.
A questo punto del racconto, il suo respiro si era fatto corto e il petto si alzava e abbassava velocemente, i suoi occhi hanno cominciato a riempirsi di lacrime e a quel punto me lo sono tirato vicino e l’ho abbracciato forte. L’ho coccolato come si fa con i bambini piccoli e l’ho cullato e gli ho detto che poteva piangere e liberarsi. Così è stato.
Poi gli ho sussurrato che è fortunato, perché sarà un uomo forte e buono e potrà aiutare gli altri, perché sa cosa sia la dura vita ma sa anche che ha avuto la fortuna di incontrare persone che si occuperanno di lui e che gli vogliono bene.
Emmanuel ha solo 10 anni e una vita dura ed intensa alle spalle.
Ma per esperienza diretta so per certo che ce la farà.

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Kim ha 11 anni e frequenta la 5°. È stato affidato alle cure del Lea Mwana per i gravi problemi di denaro in cui versava la mamma, che non le consentivano di provvedere al suo sostentamento. Ha solo lei ed in un anno è riuscita a vederla solo una volta a causa della grande distanza. A Kim piace stare al Lea Mwana, perché si rende conto che qui può studiare in maniera adeguata: le sue materie preferite ? Scienze e matematica. Gli piace studiare molto perché animato da un senso di patriottismo nei confronti della sua terra. Parla molto bene e conosce approfonditamente la storia della sua nazione; è molto sveglio e spero (commento personale) che possa diventare un maestro.
I suoi cibi preferiti sono ugali (per l’energia), pesce (per la struttura corporea) e banane (perché protettive). I commenti tra parentesi sono le motivazioni da lui stesso date. Gli piace il ballo doping-dancing stile Michael Jackson.

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Malindi 9 luglio 2010 ore 14.20 ora locale (Italia -1 ora per via dell’ora solare)

Vacanza estate 2004 USA

uno dei momenti in cui ho capito che la mia vita era un'altra

Qualche amico e molte nuove conoscenze in Italia e qui in Kenya, mi chiedono come mai ho “buttato” tutto alle spalle, perché ho scelto questo percorso che pare così duro, diverso e lontano da quello che sono, o meglio dico io, da quello che ero.
Cosa, chi e perché mi ha fatto intraprendere questa strada?
Difficile riassumere tutte le motivazioni e le sensazioni, in un’unica ragione ed impossibile spiegarlo brevemente senza essere a volte fraintese.
Posso iniziare con il dire che ho avuto una vita intensa, fatta da mille cadute e risalite. La mia vita non è stata lineare, semplice, né scontata. Forse per questo, cambiare vita non mi è sembrato più difficile che nel passato, anzi forse questa volta, perché ho deciso da me il cambio di rotta è stata l’unica volta piacevole.
Una delle spinte che mi ha fatto pensare anni fa che la vita che stavo vivendo non mi apparteneva, era la sensazione che mi era stata cucita addosso male come un vestito che non ti valorizza. Come una fotografia che rispunta da un cassetto degli anni passati, quando ti rivedi con improbabili acconciature ed immettibili vestiti e ti chiedi come facessi a conciarti così!
Uguale, mi guardavo allo specchio e mi sentivo fuori posto, o meglio non con i vestiti a posto. Il senso di soffocamento era continuo, costante e davo la colpa all’ansia, alla tiroide, allo stress, ai problemi, all’uomo sbagliato, al capo isterico ma mai pensavo che la mia vita in blocco ne fosse la causa.
Ho iniziato a lavorare giovanissima parallelamente all’università di giurisprudenza, ottima formazione per due anni, infarinatura perfetta per il mio futuro ma decisi di abbandonare presto quell’indirizzo che non era specifico, né così prezioso per il mio lavoro dell’epoca. Continuando a lavorare mi specializzai in comunicazione e marketing e la mia carriera velocemente progrediva tanto quanto cambiavo i lavori e le aziende. Due anni in un’azienda, poi un anno e mezzo in un’altra e così via. Non mi risparmiavo mai, arrivavo sempre per tappare un’emergenza o iniziare un progetto impegnativo, un lancio di una campagna, un marchio da rilanciare, una testata da promuovere sul mercato. Sempre nelle nicchie di mercato, mai grandi nomi o altisonanti a parte due casi ma ho sempre preferito le medie aziende. Lì era dove si imparava di più, dove potevi vedere molti più tasselli delle società e parlare e lavorare gomito a gomito dalla centralinista all’amministratore delegato. Vedere i bilanci, studiare i budget, capire fino in fondo come muoversi nelle varie caselle e nelle strategie delle società. Avevo fame e sete di imparare, di crescere e conoscere sempre di più e di più. Non mi bastava mai. Non mi fermavo mai. Dodici, anche quattordici ore al giorno senza una sosta, sette giorni su sette e chi tra i miei amici legge questo post lo può confermare, a volte sparivo per un mese intero non rispondevo nemmeno al telefono. Sono arrivata da agente e consulente a seguire contemporaneamente 3 società quasi come se fossi un dipendente full time per tutte e tre.
La mattina le mie mail partivano alle 4.30 massimo alle 5 e chi ha lavorato con me, leggendo queste righe, sorriderà, perché arrivavo alle 8.30 in ufficio, dopo che ero già passata per tipografie e stampatori, a controllare i lavori eseguiti durante la notte e chiedevo ai colleghi se avevano letto la mia mail con i punti del giorno. Spesso mi rispondevano bofonchiando che erano appena arrivati, molto altre volte appena uscivo dall’ufficio captavo i “benevolenti” auguri di buona giornata…ero terribile. Con i colleghi sempre esigente ma anche con capi. Se infatti, come spesso accade nelle società, riscontravo angherie, scorrettezze non tardavo a farlo presente a scontrarmi anche con i “mega-capi”, famose le mie sfuriate con gli AD difronte a straordinari o bonus promessi e non riconosciuti a colleghi che si erano ammazzati di lavoro.
Insomma non stavo zitta, mi ribellavo se sentivo che potevo provarci o al massimo, cercavo altro se mi stufavano le lotte sterili e me ne andavo da un’altra parte finito quello che mi interessava finire e imparare e chiudevo i capitoli senza star tanto a spiegare.
Soprannominata Bulldog, perché non mollavo la presa mai ma forse anche, perché appunto, rompevo come un cagnaccio di razza bulldog di quelli che ti tampinano sempre abbaiando e spingendoti ai calcagni, finché non vai dove ti dicono loro. Infatti a me stanno simpaticissimi.
Non guardavo ad interessi da così detti ”paraculi” per mantenermi un posto e fare carriera in quel senso, non erano i soldi che mi interessavano ma era crescere. Volevo salire, arrivare sulla vetta, vedere che c’era lassù. Mi ponevo obbiettivi a volte anche rigidissimi, li raggiungevo puntualmente e puntualmente ne riscrivevo di nuovi: entro 25 libera professionista, entro 28 società propria, entro 30 ingrandire e aprire attività etc etc …
Scalare, scalare, con una resistenza che a guardarmi ora mi chiedo come facessi. Ma una volta durante la scalata però mi sono domandata “e se quello che vedrò lassù non fosse abbastanza?”, quello è stato il primo errore. Ho cominciato a dubitare.
Ero giovane sì, avevo amici, avevo una discreta indipendenza economica da quando avevo 20 anni che mi permetteva di vivere e mantenermi egregiamente da sola, permettermi vacanze anche costose, quando riuscivo a ritagliarmi due settimane in agosto, la macchina, gli ammennicoli tecnologici vari, le cene fuori, i bei vestiti, l’aiuto in casa e riuscivo anche ad aiutare mia mamma. Insomma per una ragazza sotto i trent’anni che si era fatta da sola e che viveva a Milano non era poi così male. Non potevo lamentarmi soprattutto se vedevo da dove arrivavo, soprattutto se guardavo i miei coetanei, ancora in casa, ancora studenti, ancora lì nel limbo della vita…. Nonostante ciò non ero felice.

Se ritornavo con la mente a prima del mio primo impiego, ripensavo come mi piaceva leggere e scrivere e soprattutto parlare con la gente, sentire le loro storie, e raccontarle ad altri. Ero curiosa e mi sarebbe piaciuto girare un po’ il mondo per vedere cose e gente diversa.

Poi mi piacevano i bambini, mi interessava però aiutare quelli con difficoltà e soprattutto quelli che come me avevano avuto un passato difficile, di quelli che ci si chiede se potranno risalire mai la china.
Quando si cade in basso è difficile rialzarsi ma se a cadere in basso è un bambino e non ha a fianco persone e mezzi che lo aiutino può essere impossibile farcela.

Io ce l’avevo fatta, ce la stavo facendo e mi sarebbe piaciuto tanto aiutare alcuni di loro. Quindi nei ritagli minimi di tempo che avevo, aiutavo dei ragazzini di una comunità ma gli scampoli di ore a disposizione erano davvero sfilacciati e se ripenso che avrei tanto voluto lavorare nell’assistenza sociale…era frustrante vedere cosa stavo invece facendo.
Lavoravo con i media di rilievo, molti si stimavano per questo, per le mega riunioni nei palazzoni, con i top manager ma io non li vedevo così importanti, né i palazzi, né le persone, né i loro ruoli e sentivo soprattutto che vendevo o compravo, dipendeva da che parte della scrivania sedevo, un prodotto che non era ancora finito, era aria fritta, erano spazi vuoti.
A ripensarci ero più soddisfatta quando ad undici anni vendevo il pane e le pizze dietro al banco con mia madre. Non mi sentivo all’epoca gratificata di vederci entrambe alle 5 del mattino a lavorare in una panetteria ma ero poi soddisfatta quando la gente ci diceva che il nostro pane era buono e le nostre pizze erano speciali. Ecco sentirsi più soddisfatti di vendere michette e pizze, piuttosto che fare media plan con le più grandi testate e concessionarie pubblicitarie può forse rendere l’idea di che strani pensieri e sensazioni mi entrassero nella pelle.

Ho cominciato a sminuire il lavoro molto ambito da tanti. Questo è stato il secondo grave errore.
Lavorando così tanto non avevo, né il tempo, né la forza per leggere e scrivere, nemmeno le lettere agli amici lontani, o il diario che per anni avevo tenuto e che spesso fungeva da specchio nei momenti di tentennamenti. Non avevo il tempo per stare con i miei gatti, non avevo il tempo di guardare il cielo, di respirare l’aria dell’alba delle domeniche deserte di Milano, non avevo il tempo di stare con le amiche, non avevo il tempo di filosofeggiare, di stare in silenzio seduta a guardare nel vuoto e riflettere sul mondo, non avevo il tempo di cucinare, seguire la mia passione, preparare i dolci, viziare gli amici e me stessa. Lavoravo e basta.
Ero diventata una macchina da lavoro. Con qualche soldo in più in tasca, tante preoccupazioni, molte responsabilità e nessuna libertà di essere davvero quello che forse avrei voluto essere.

Non libera di spegnere il cellulare, perché dovevi essere sempre reperibile, non libera di prendersi un fine settimana men che meno lungo, non libera di dire “no,grazie” ad una cena di lavoro, o alla riunione del venerdì pomeriggio alle 18.
Ho iniziato a desiderare di essere libera davvero e questo è stato il mio fatale e decisivo errore che aggiunto ai primi due hanno portato la mia vita di allora a stravolgersi.

All’epoca non lo sapevo ancora ma tutto quello che ho fatto, scelto e azionato negli anni a venire mi ha portato a tutto quello che sto facendo ora,  non ne ero consapevole ma stavo cambiando, di nuovo, la mia vita.
Meglio dire la rotta della mia vita. Perché la vita è una ma le rotte, i mari e le terre che si possono tracciare, solcare e visitare possono essere innumerevoli.
Questo lo sto capendo, che se studi per diventare avvocato non devi necessariamente morire avvocato, se studi per architetto non devi farlo fino alla fine della tua vita. Se ti lanci a fare il carrierista puoi anche fermarti bruscamente e cercare quello che ti rende più libero e felice.
Spesso però è questo che non impariamo in tutta la nostra vita, ovvero a comprendere davvero cosa ci renda felici.
Studiamo come matti, ci impostano come bravi e perfetti scolari, che non devono contestare, dissentire e soprattutto dubitare mai. La strada è quella, loro te la indicano con un dito ed un braccio teso e tu pian piano come tanti altri a fianco a te, tendi il tuo di braccio in quella direzione e pensi che sia l’unica direzione. Perché tutti puntano verso quella unica via.
L’unica strada, l’unica vita.
Invece se pensassimo che di vite intorno ce ne sono mille, come mille sono le stelle, e che mille ne potremmo vedere e provare a scegliere se solo ci avessero insegnato a contestare, dissentire e soprattutto dubitare!!
Mi ricordo che quando ero piccola, dissentivo su tutto, domandavo sempre il perché per ogni cosa. Torturavo mio papà con i perché e i come, lui mi sembrava pazientemente rassegnato a farmi vedere dei lati delle cose non mi dava mai spiegazioni decisive e tagliate di netto e questo, credo, mi abbia aiutato molto nel mio spirito critico. Non mi dava risposte preconfezionate.
Come quando per la scuola dovevo disegnare in scala il duomo di Milano e lo tormentavo con i dettagli di precisione, perché a scuola mi dicevano che dovevamo essere il più precisi possibile. Invece lui, che era un artista, più che di mestiere come tanti se ne trovano, proprio per vocazione mi disse che la precisione stava nella mia interpretazione di come lo vedevo IO il duomo!
Mi insegnò che non era indispensabile disegnarlo precisamente ma darne l’impressione che IO provavo guardandolo. Fu il mio primo successo.
Non mi ricordo a dir la verità cosa mi dissero a scuola, perché ben presto mi accorsi che della loro opinione non mi interessava granché ma lo sentii come un successo personale. Il “mio duomo” lo vedevo bellissimo con le sue vetrate stupende, che credo di aver messo sul fronte e non sul retro, perché disegnandolo dal davanti ma piacendomi molto le vetrate sul retro decisi che dovevano essere posizionate in modo differente. Non mi ricordo molte cose di mio padre ma anche se poche devo dire che forse mi hanno segnato nel carattere molto di più di quanto avessi immaginato in passato.
Una delle rotte della mia vita iniziò da lì da quel periodo felice poco prima di incontrare diverse tempeste.
Un’altra rotta è iniziata ora, avendo attraversato molti altri mari in burrasca e mi sa che tanti altri ne affronterò ma basta sapere di poterli solcare con la mia barca, che se mai l’avrò si chiamerà “libera e ribelle”, come ero nata io e come sto cercando di tornare ad essere totalmente.

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