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Posts Tagged ‘felicità’

Diani-Ukunda – domenica 17 ottobre 2010- ore 18.00 ora locale (-1 ora in Italia)


Oggi, dopo anni che non andavo spontaneamente di cuore ad una messa, mi sono avventurata alle 10.30 nella parrocchia St.Joseph di Diani. Dopo anni per diversi motivi personali mi sono riavvicinata alla fede nel Signore, non nella chiesa, quella del Vaticano per intenderci che per me in larga misura si riassume in una SpA (andatevi a leggere il libro interessante e sconcertante a riguardo: VATICANO SPA).
Comunque Vaticano a parte…se andate in qualche parte dell’Africa dove ci sia una chiesa magari cattolica, dovete entrare a vedere celebrare la messa!
Scordatevi le messe barbose, scure e seriose dell’Italia.
Qui è un’altra storia, come tutto d’altronde lo è già di per sé ma la messa ne è la prova lampante.
Le persone si riuniscono tutte e dico tutte per andare insieme a festeggiare il Signore. Dalla strada al di fuori del cancello senti i cori e nel tragitto, tutti elegantissimi bambini ed uomini e le donne in vestiti chi più o chi meno della festa si incamminano allegramente.
Nel giardino di questa bella semplice chiesa si riuniscono tutti all’ombra dei frangipani ad intonare i canti. I bambini corrono allegri mentre una massa colorata e vociante si infila nella caldissima ed afosa chiesa.
Quando entri accecata dalla luce del sole, gli occhi cercano riparo nell’ombra della sala e mentre si adattano al passaggio di luce, ti si apre davanti il sipario e prende vita uno spettacolo fatto di persone multicolore e plurirazziale.
Ci sono le signore europee, inglesi si presuppone, distinte, eleganti con la gonna al ginocchio perfettamente stirata, la croce semplice ma d’oro al collo, che si guarda intorno divertita, poi intravedi un gruppetto di tedeschi, li riconosci(almeno io) dalla montatura degli occhiali, squadrata e colorata, dai pantaloni con le tasche a trequarti e i sandali birckenstock, l’abbronzatura “all’aragosta maculata”e il sorriso gioviale che regalano a tutti. Intorno a noi anche qualche americano dalla tipica andatura dinoccolata, altissimi, biondi, vestiti sportivamente e con al seguito 5 figli biondissimi come loro. Poi si riconosce qualche italiano anziano e forse nutro sospetti su un’altra coppia più giovane qualche metro più in là che si guarda intorno con la bocca spalancata, qualche altro occidentale di altra nazionalità spicca in mezzo a braccia e teste scure e tutto intorno il colore, l’allegria, il disordine nell’ordine delle cose belle.
Ci sono le tipiche “mama” dai fondoschiena ampi, ampi ma stretti nei vestiti di cotone pesante a fantasia floreale, con l’accrocchio in testa, come lo chiamo io, che fa pendant col vestito, il sorriso largo e gioviale su di un sudatissimo viso. Ci sono le ragazze magre vestite o quasi all’ultima moda, forse quella delle riviste di 2 anni fa ma che per loro fa tanto ultima moda, con una corona in testa di treccine multicolore che sembrano essere lì “più per stare in vetrina” che a pregare. Ci sono anche le giovani coppie con un figlio o massimo due, si incomincia infatti a vedere il cambio di mentalità, in queste famiglie più simili alle nostre e non più dotate di schiere di figli in scala, come si vedeva invece qualche anno fa.
Poi quelli che a me fanno più spalancare la bocca e sgranare gli occhi, sono i Samburu, “cugini” dei Maasai, avvolti nei loro vestiti, o meglio parei rosso fuoco, alternati ed incrociati a quelli turchese e giallo intensi, con le treccine color mattone nei capelli e le mille perline che adornano i braccialetti, creando come tatuaggi multicolore alle caviglie, ai polsi, sulle braccia, con la croce al collo, rigorosamente anch’essa di perline colorate. Si sono convertiti al cristianesimo ma le perline non si toccano e la tradizione neppure!
Loro hanno la mia massima attenzione, li guardo mentre intanto il coro inizia, cantando e annunciando così l’ingresso della croce, dei chierichetti, del corpo di ballo, sì ci sono ballerini che ballano, dei preti e della bibbia, portata con gioia ed allegria in processione e innalzata sopra le teste per farla vedere a tutti e per tutti goderne della vista.
La posizione migliore, quella che io consiglio, è quella delle file interne laterale alla corsia centrale, da lì si vede tutta la fantastica processione colorata e danzante. Ci sono diversi micro-gruppi di ballo che inscenano differenti piccole coreografie ma tutte sincronizzate tra loro.
Stare fermi è impossibile, persino io pezzo di marmo solitamente che si scatena a ballare solo coi bambini per farli ridere, non riesco a contenermi e balletto sui piedi e muovo le braccia, batto le mani e canto anche se non capisco ancora una parola o quasi di kiswahili.
La messa dura due ore. Te credo, per ogni passaggio si canta e si balla! Ma giuro che passano veloci e sono davvero un piacere per gli occhi, le orecchie e l’animo.
La cosa più che tocca e vedere e sentire che la messa per queste persone è davvero importante, è un momento di ritrovo e di riflessione puro e globale. Si sentono parte di un gruppo e questo è bellissimo. Li vedi che si fermano dopo la funzione sul prato della chiesa, chi ha portato delle sedioline, chi la borsa frigo…la prossima volta vorrei rimanere anche io un po’ dopo, per capire, per vedere cosa fanno.

E magari poi raccontarvelo.

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Diani-Ukunda – lunedì 18ottobre 2010- ore 20.00 ora locale (-1 ora in Italia)

Sisal Plantation
Vediamo un po’ se mi ricordo quanti sogni ho riposto nel cassetto da quando ero piccola…dunque quando avevo poco più di 6 anni avevo deciso di fare la veterinaria perché mi piacevano tanto gli animali, ne avevo anche abbastanza in casa e quindi mi vedevo a lavorare e vivere solo con e per loro, poi c’è stata fase della redazione di giornale, dove con le mie cugine facevamo disegni, ritagliavamo foto dai giornali di mia madre, che lei collezionava gelosamente e compulsivamente, le impaginavamo e decidevamo di “scriverci un pezzo”, poi graffettavo tutto, creavo la copertina e montavo il giornale che poi fotocopiavo in un ufficio dove mia madre lavorava part-time come segretaria tutto fare.
Chi me lo avesse insegnato o da chi lo avessi visto fare resta un mistero, sta di fatto che poi in qualche modo ho davvero svolto questo genere di lavoro nella mia vita e per diversi anni.
Dopo quella fase sognavo di scrivere, fare la giornalista, magari l’inviata speciale, come uno dei miei zii, quello più affascinante all’epoca perché lo vedevo poco di persona ma mi capitava di vederlo in tv ma a scuola mi hanno tarpato subito o quasi le ali dicendomi che non ero capace a scrivere e quindi ho abbandonato l’idea, anche se adesso in barba loro scrivo, tanto è solo un blog, “echissenefrega!, se non è scritto benissimo, tanto lo leggono i miei amici e qualche povero sventurato che si imbatte nelle mie lugubrazioni e nei miei tormenti sulla vita.
Ma anche il lavoro di scrivere lo ho effettivamente svolto, quello a fatica e con un perenne senso di nausea, quando scrivevo comunicati stampa per l’azienda per la quale svolgevo le pubbliche relazioni e l’ufficio stampa.
Poi più grandicella oramai uscita dall’adolescenza avevo deciso che avrei aiutato i ragazzini in difficoltà con le loro famiglie, volevo fare l’assistente sociale, per avere un ruolo in certe storie orribili che leggi sui giornali e che io vedevo e vivevo con i miei occhi.
Anche qui sono stata fermata in realtà da me stessa e dalla mia esigenza di lavorare subito e mantenermi anche prima del tempo e la qualcosa non si conciliava molto con gli studi e la gavetta da fare nella professione da me prescelta in quel periodo della mia vita. Ma occuparmi dei bambini e dei ragazzi è sempre stato presente come pensiero e alla fine, qui in Kenya è questo che sto facendo anche se nei ritagli di tempo con dei bambini di uno o più orfanotrofi, non è granchè, non è esattamente l’aiuto che vorrei dare, o meglio non è solo questo che vorrei dare loro ma mi posso ritenere accontentata in parte, in buona parte.
Ed eccomi qui a distanza di anni a ricordarmi i miei sogni nel cassetto, che avevo riposto come un promemoria, scritto su un foglietto destinato a sbiadirsi ed invece nonostante le difficoltà, gli impedimenti e le deviazioni della vita, riprendo quel foglietto e vedo che molte cose anche se non proprio nella loro forma le ho vissute, le sto vivendo le sto portando avanti.
Sono fortunata mi dico perché vivo intensamente a volte mi lamento, ci piango dei problemi avuti, delle disgrazie, ma poi sento estranei e amici che si raccontano e parlano di come hanno un sogno nel cassetto e non riescono a realizzarlo da anni, di come sono infelici in un lavoro, in un ruolo che non è il loro, lo sentono, lo capiscono ma non si sa bene come, non riescono a raggiungerlo anche solo a sfiorarlo.
Io alla fine ho avuto mille intoppi, salite faticose, anche adesso è sempre una lotta per tutto ma il mio sogno di venire a vivere in Africa, in Kenya per ora con tutti i miei animali e nuovi animali lo sto coronando, l’ho già raggiunto e infatti ho nuovi sogni e vecchi sogni da rispolverare e da inseguire e le strade fatte fino ad ora e quelle sono sicura che farò, sono sempre più affascinanti della meta, è il viaggio che mi rende viva.
Penso caramente quindi ai miei amici, ai miei cari, agli sconosciuti che mi hanno detto di avere un sogno, anche solo uno e da tempo non riescono ad esaudirlo e allora con il cuore auguro loro di arrivare sulla strada che li condurrà ad esso …ma …consiglio loro di godersi il viaggio passo, passo, perché a ripensarci ora, mentre stavo arrivando a una delle mete che ho citato, non mi ero accorta fino alla fine che stavo giungendo al sogno, solo che una volta raggiunto ci si sveglia.
Allora buona fortuna, buon sogno e buon viaggio!

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Diani – Kenya , ora locale 20.09 (-1 ora in Italia)

Non so bene da dove cominciare i pensieri e le parole si confondo, accavallandosi…parto quindi per natura o forse in realtà per mia deformazione professionale dai conti:
Dal conto economico visibile in allegato nelle note posso riassumere che la prima costruzione, ovvero il primo dormitorio per l’orfanotrofio LeaMwana (ma sono state create anche le fondamenta del secondo dormitorio), è costata comprensiva di tutto, incluso alcuni costi di ricerca e spedizione e soprattutto il costo del reperimento dell’attrezzatura un totale di € 6.199 .
Il dormitorio misura 6 per 8 metri interni(7 x 9 esterni) ed ha un’altezza minima di 2,60 e massima 2,80. E’ stato completato fino al soffitto realizzato in canne di bambù ed è stata intonacata in terra cruda e paglia.
Le donazioni raccolte per i costi sostenuti sono state ad oggi di € 6.130 (vedi lista in allegato con nominativi ed importi).
La maggior parte del lavoro è stato effettuato con contributo volontario da parte dei locali: Ibrahim, i fratelli Ken e Ben, Charles e Mwangi, da parte dei corsisti arrivati dall’Italia, ovviamente da parte della mia famiglia, ovvero da parte mia, di mio marito, dei miei suoceri e di mia madre.
Enorme contributo ci è stato dato dall’Hotel Melinde nella persona di Eloisa Minoprio la quale anche con la sua famiglia ha anche contribuito economicamente al progetto. Altrettanto indispensabile e prezioso aiuto e contributo ci è stato fornito dal mitico signor Gordon proprietario del bar-ristorante TICS a poche centinaia di metri dal luogo dell’orfanotrofio.
Vari ringraziamenti anche ai cari guidatori di tuc tuc, Mike-Maina, Wachira, Dankan e Mohamed senza i quali non saremmo riusciti a trasportare sani e salvi e in tempo i volontari, i corsisti e a volte anche i materiali!!!
Ora nel concreto cosa manca e a dopo i più approfonditi ringraziamenti….
Ad oggi servirebbe finire :
>l’intonacatura con altra terra cruda e l’unico costo sarebbe degli operai (4 persone per 1 settimana 350scellini al giorno l’uno), l’acqua per mescolare la terra (circa 50 taniche a 5 scellini l’una);
> ultima mano con calce(circa 5 sacchi a 2500scellini l’uno) con relativi operai (idem come sopra per gli operai);
>copertura soffitto in lamiera (lunghe 3 metri larghe 1,5 ce ne vogliono almeno 24 pezzi ad un costo di circa 1900scellini l’una), minuteria come viti ed etc per fissarle ed operai specializzati(4 operai, montaggio in 5 giorni ad un costo di circa 450 scellini al giorno a persona);
>Pali di sostegno per lamiera e per ricreare piccolo porticato a sostegno della lamiera che fuoriesce dai muri (circa 25 pali, un costo approssimativo di 9000 scellini);
>Porta e telaio con serratura e chiavistelli di sicurezza interno ed esterno (7000scellini);
>2 telai e finestre con sbarre (3500 scellini cad);
>telai e zanzariere per finestre e spazi rimasti liberi sotto il tetto (4000 scellini circa).
>Pavimentazione da definire successivamente
>Impianto elettrico da definire successivamente
>Varie ed eventuali da capire successivamente.
Questo per completare definitivamente il primo dormitorio che accoglierà 8 letti a castello per un totale quindi di 16 bambini.

I direttori del Lea Mwana si stanno impegnando a raccogliere i fondi per completare questo dormitorio e poi continuare la costruzione, per ora di sicuro c’è che se riuscissimo a dare ancora una mano a questi bambini, raccogliendo personalmente i fondi e amministrandoli come fatto finora e poi organizzando i lavori con persone fidate, saremmo certi della riuscita e delle tempistiche.


Infatti in soli 3 mesi siamo riusciti ad organizzare molte cose, dal trovare la materia prima, ovvero le balle di paglia e farle trasportare qui e non è stata cosa facile come si può credere, trovare dei volontari, cosa altrettanto non semplice qui in Kenya, fino a portare dall’Italia grazie a Stefano Soldati, docente costruttore specializzato in balle di paglia che ha organizzato due gruppi di lavoro eccezionali, a Siria dell’agenzia Orobica viaggi che ha gestito per molti di loro i voli e non solo. Poi siamo riusciti ad avere preziosi aiuti da molti come Mariangela, mitica ingegnera, sì con la A e se si potesse pure maiuscola, che ha dovuto creare un progetto basandosi su miei vaneggiamenti dati dall’ignoranza in architettura e dal caldo equatoriale e dallo sfibramento dell’ ”architetto” locale che aveva realizzato un progetto di dormitorio senza porte, nel senso che non si sapeva da dove far entrare i bambini…non c’è da ridere è la verità, ho le prove! A Jason Brayda che senza conoscerci da Nairobi si è fiondato sulla costa più volte per aiutarci e districarci in cose per molti banali che per noi erano come trattare di astrofisica…tipo fare delle fondamenta.
Fino ad arrivare agli sponsors, piccoli, medi e grandi, persone singole, gruppi di amici, anonimi e realtà locali che hanno donato soldi, materiali e non solo, ci hanno donato fiducia ed ottimismo!
Un dono enorme, che ci ha permesso di tirare fuori forza e grinta per continuare in questa impresa che per molti può essere sembrata piccola ma posso assicurare che è stata titanica.
Come molti sanno non siamo del mestiere e mettersi a costruire non è una cosa da poco se si tratta poi di un dormitorio per dei piccoli di un orfanotrofio la cosa si fa ancora più grande. Eppure ce l’abbiamo fatta e questo grazie a tutti quelli che ho messo in elenco nel file del conto economico.
Spero di non aver dimenticato nessuno e di essere stata precisa nella spiegazione delle diverse donazioni, se così non fosse perdonatemi e scrivetemi e provvederò a correggere!!!
Devo però ringraziare per questo progetto anche le avversità avute, le persone che ce l’hanno gufata, tanto per parlare semplice e per quelle che hanno sparlato dicendo che eravamo ridicoli e non ce l’avremmo fatta o che peggio, ci stavamo guadagnando!
Bene, grazie anche a loro, se con l’ottimismo e la fiducia abbiamo tirato fuori forza e grinta, beh con questi ultimi abbiamo tirato fuori le palle, sempre per parlare semplice e la mia natura di mettere tutto per iscritto ci è andata a nozze nell’elencare maniacalmente tutto, ogni singola spesa anche di 5 scellini.
Ed ecco per tutti il resoconto dettagliato delle uscite e delle entrate!
Grazie a tutti voi, nessuno escluso, perché ci avete reso più forti e determinati ma soprattutto consapevoli dei propri limiti ma ancora di più delle proprie potenzialità.
Ringrazio ovviamente anche mio marito, adorabile, instancabile, forte e delicato uomo che mi sopporta e che mi rende così sicura di fare tutto, “solo” perché so che lui mi sostiene, sempre.
Grazie, grazie, grazie ed ora, infine come ultimo inchino, ringrazio anche il Signore, perché in tutta questa bellissima avventura ho riscoperto anche la fede.
Grazie!

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Malindi 29 agosto 2010

Questi ultimi mesi sono passati così velocemente ed intensamente che a volte mi chiedo se vivo qui da sempre.
Mi fa ritornare alla realtà il fatto che ho i miei amici storici lontani, che non li sento spesso come prima e che soprattutto non organizzo cene e grigliate da noi con tutti loro.
Mi mancano nei pochi momenti vuoti che ho, dove cerco di godermi la pace e la quiete mi accorgo che mi mancano. Ma è stata una scelta la mia, la nostra, quella di sorvolare un continente, abbandonare la nostra terra e abbracciare una nuova vita e calpestare una terra diversa. Una nuova avventura. Sapevamo i rischi e più o meno abbiamo calcolato le pecche che per ora tolleriamo, certo è che quando vuoi bene a qualcuno fai fatica ad abituarti alla loro mancanza e questa è la pecca peggiore, sembra a volte una punizione.
Ma la vita è strana e bella anche per quello che ti può togliere, e sto capendo da tempo che a volte toglie, perché poi deve dare qualcosa che ancora non si sa e non si immagina ma qualcosa arriva, sempre anche un insegnamento che vale molto di più del tolto..
L’ho imparato presto e da tempo lo so e di questa consapevolezza, quando ero piccola me ne facevo a volte un cruccio, a volte una speranza.
Quando mio padre è morto all’improvviso e siamo finite, mia madre ed io nel tipico precipizio economico con poche speranze per una donna di 50anni senza lavoro e senza un solo risparmio, con una bambina di 9 anni, ho imparato che ci sono persone che inaspettatamente ti aiutano anche con poco, per loro ma che in realtà è tanto per te.
Quanti pomeriggi ho passato, ospite delle mie compagne di classe, che prima che io diventassi il caso umano della scuola, nemmeno mi calcolavano? Tante di loro, lo sapevo, avrebbero preferito altre compagne di giochi ma alla fine è nata un’amicizia, anche se forzatamente prima e anche se poi durante la crescita ci siamo perse, dopo con piacere ci siamo ritrovate e riscelte e ora siamo legate da un bel legame che è ancora più prezioso.
Quante cene calde ho avuto prima di affrontare ore di viaggio per tornare in una casa che era troppo lontana dalla città e dalla scuola ma che era l’unica che avevamo avuto gratis da amici. A loro sembrava di fare poco dandoci una ex-portineria per casa ma per noi alla fine era tantissimo e per le mamme delle mie amiche era quasi nulla darmi da mangiare, in realtà era enorme l’aiuto che stavano dando a me e a mia madre.
Quando ci stavamo risollevando, poco dopo il lutto e il dissesto economico, abbiamo perso tutto nuovamente, per colpa di un incendio doloso del nostro vicino e siamo finite a vivere in una topaia di albergo. Era pur sempre un appoggio, il quale ci ha permesso di avere una stanza calda e un bagno e lì in quei momenti ho anche imparato che i vestiti che avevo donato io, attraverso la scuola anni prima ai poveri, con un gesto banale e neppure consapevole, ora, attraverso lo stesso gesto di altre persone come me in precedenza, era indispensabile per aiutare me e a mia madre per coprirci da un inverno pesante e dall’impossibilità di comprarci qualcosa.
Ancora tempo dopo, quando da quella casa oramai inagibile per l’incendio, siamo finite a vivere a Milano in una casa a ringhiera, dentro una soffitta per casa, non era coibentata e per le molte perdite nel tetto, ci faceva morire di caldo d’estate e di freddo ed umidità di inverno. Ma ho imparato che ero, nonostante questi problemi, molto fortunata. Intanto non ero più così distante dalle mie amiche e da scuola e nonostante i difetti della casa, valendo questa poco, costava anche poco, quindi mia madre poteva pagare l’affitto e questo era già tanto per me. Grazie anche a questa soffitta ho imparato, dipingendola, sistemandola e riadattandola, facendola diventare quasi una vera casa ad usare le mani e la creatività soprattutto di tipo economico e che ora tanto ringrazio!
Quando solo poco tempo dopo, un nostro vicino di casa che soffriva da tempo di disturbi mentali, ha cercato di uccidermi, tentando di accoltellarmi prima e di gettarmi poi dal primo piano della casa a ringhiera nella quale vivevamo, ho imparato che la mia voglia di vivere era più forte della mia depressione e che la mia forza di sopravvivenza era più energica di un uomo 3 volte più grande di me con tanta voglia di spaccare il mondo e le persone. E l’ ho imparato ed ho avuto conferma che ci sono persone splendide che non hanno esitato un attimo per salvarmi, poliziotti e vicini di casa, persone semplici che senza pensare troppo alla loro incolumità mi hanno strappato a morte certa.
Ritornando al primo episodio nella mia vita, la morte di mio padre che ha rotto un falso perfetto equilibrio di una bambina di soli 9 anni in una famiglia apparentemente normale, mi ha insegnato tanto e posso dire in positivo. Tornando infatti a quel momento, posso dire che mio padre è morto all’improvviso per noi ma in verità non per colpa di una malattia scoperta improvvisamente o per un incidente ma perché all’improvviso ha deciso di palesare un suo malessere che nessuno vedeva o voleva vedere da anni, forse decenni, decenni di solitudine. Ha preso la pistola di suo padre, ha cercato un posto isolato sotto un ponte vicino a casa e ha deciso di portarsela alla tempia e sparare un colpo.
Ci ha lasciati così, con un vuoto lacerante, molti dubbi, inutili innumerevoli domande senza risposte e un troppo sintetico biglietto con spiegazioni troppo semplici per accettare una morte di un essere vivente, di un sensibile uomo, di un dolce padre.
Mio padre era morto dentro da tempo ma nessuno se ne era accorto, viveva una vita non sua con una forza che non era forza propulsiva ma solo di inerzia.
Dopo la sua morte e per la sua morte la mia vita è stata una continua lotta, dove le discese sono state rapide e dolorose e le salite lente e altrettanto dolorose ma ora ho imparato che quando arrivo in cima è perché l’ho voluto io e solo io. Ho imparato che non importa che lavoro si faccia, che compiti si svolgano, ho imparato a sopravvivere a tante situazioni pesanti e spesso anche tutte contemporaneamente. Ho imparato quanto una vita sia importante ma soprattutto che “Come si vive una vita”, ha un’importanza enorme. Ho imparato tanto dalla mia vita, per questo non voglio smettere di farlo, non voglio fermarmi davanti a nulla, non voglio avere paura di niente e soprattutto non voglio smettere di pensare che qualcosa sia impossibile da raggiungere. Io ne ho avuto dimostrazione, anche ora mentre ho affrontato mille problemi per costruire un primo pezzo di un orfanotrofio in kenya, fra mille problemi, ostacoli, e impedimenti ce la sto facendo.
Mi ha tolto tanta energia farlo ma mi ha regalato tanta esperienza e soprattutto mi ha regalato persone splendide che si sono dannate per dare un aiuto a me e a i bambini. E’ stata dura ma alla fine mi ha dato il regalo più bello, scoprire l’umanità di certe persone.
La vita toglie, perché deve dare qualcos’altro. A me ha tolto tanto ma ho avuto tantissimo indietro ed ogni giorno lo scopro con piacere, gioia e commozione.
Non ho rimpianti, ma un solo rimorso : che mio padre non sia qui a vedere come io sia diventata nel bene e nel male e come sia bella la vita nel bene e nel male ma senza il suo gesto, forse io non sarei qui. Quindi ringrazio la vita, perché ho imparato e sto imparando ma dico anche: Grazie Papà.

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Malindi 15 luglio 2010 ore 21. 47 ora locale (Italia -1 ora per via dell’ora solare)
Emmanuel solo 10 anni
Emmanuel ha  10 anni, è magrolino ma dinamico e forte. Ama fare karaté come suo papà. Ha il mito di Bruce Lee e con l’aiuto di Paolo, mio marito, sta imparando a far roteare un bastoncino di bambù come si fa con i “nunchaku” e qualche nozione base di difesa personale. Mentre si allena è molto fiero di sé, concentrato e serio con lo sguardo fisso verso Paolo, mentre svolge i movimenti lenti.
A prima vista in mezzo ai tanti non lo noti, 35 bambini sono tanti, ancora dopo 4 anni e passa, di frequentazione con questo gruppo allegro e chiassoso, facciamo fatica a ricordarci i nomi di tutti.
In passato qualche notizia su qualcuno di loro la abbiamo ricevuta da Christopher ma  in mezzo a tante tristi storie, la similitudine di destino di molti di loro, te li fa confondere : “la mamma è morta, non ha il padre”, “era malato è morto”, “aveva l’aids”, “beveva”, ”era una prostituta”, “la nonna è troppo vecchia per occuparsene”, “è finito in carcere il suo unico genitore e non ha nessuno a casa che si occupi di lui”, insomma in questo desolato elenco si faceva fatica a ricordarsi il passato di tutti.
Ma in questi giorni mi sto mettendo a fianco uno di loro a turno per scrivere qualcosa su le loro vite e sto imparando a conoscerli meglio. Allora a fatica con alcuni di questi, iniziamo scrivendo la loro età, cosa amano studiare, il loro piatto preferito, come vanno a scuola, cosa vorrebbero fare da grandi, quanto tempo fa sono arrivati al Leamwana.
Piano, piano ci avviciniamo ai ricordi, al momento di quando si sono separati dalle famiglie. “Cosa provavi?” Qualcuno si ricorda, qualcuno no, qualcuno dice che era felice da subito, qualcuno invece dice che è felice ora, sottintende che all’epoca non lo era, mi chiedo io?
Con molti bisogna ripetere con calma e dolcezza le domande più volte, ancora dopo 4 anni che ci conoscono e molti mesi che li frequentiamo assiduamente, si vergognano, un po’ per carattere e un po’ per educazione, sono poco abituati a parlare di sé e soprattutto credo con un muzungu(bianco).
Invece con pochi altri ma soprattutto con Emmanuel, semmai si ha la situazione opposta.
Lui è un fiume in piena, parla, si spiega, ricorda. Che piacere, pensavo ieri, mentre parlava con emozione e con la voce carica di dolcezza di come si ricordava di sua madre e di come lo amasse molto. Mi ha raccontato un pezzo della sua vita, dei suoi ricordi. Di sua madre e di suo padre, fiero, mi spiega che lavorava per la compagnia dell’elettricità ma che ora non lavora più. “Non si può occupare più di me e anche mia nonna è troppo anziana!”. Semplice e diretto spiega che quindi è arrivato qui ma si è subito trovato bene, perché mangia regolarmente e dorme in un letto anche se lo deve dividere con un altro bambino ma soprattutto e ci tiene a sottolinearmelo, qui gli danno la possibilità di studiare come amava fare suo padre e lui vuole studiare tanto per diventare un soldato.
Mamma mia, penso io, spero proprio di no! Provo a chiedergli “come mai pensi a questo lavoro, per le armi forse?Ti piace giocare  alla guerra?” “No, assolutamente ma io voglio servire il mondo se ce ne fosse bisogno!”.
Il tempo di tornare a casa è arrivato allora lo ringrazio e gli dico che continueremo domani. Lui è felice, perché a potuto dirmi tante cose e me lo dice pure.
Oggi quindi quando sono arrivata e mi sono seduta iniziando a scrivere con una delle bambine e a rispondere con dei bambini a qualche mail dei loro sponsor tra i miei amici, vedevo che mi ronzava intorno e spesso mi faceva domande o mi correggeva mentre scrivevo. Così dopo aver finito alcune cose e visto che rimaneva ancora vicino a me abbiamo ricominciato a parlare. Siamo partiti da Paolo, mi ha chiesto “dove va tutti i pomeriggi?” e così gli ho spiegato che lui non è stato fortunato quando era più piccolo e non ha potuto studiare le lingue e quindi ora gli tocca imparare con più fatica. Così lui mi dice che sa di essere fortunato perché al Leamwana può studiare cosa che a casa non gli sarebbe stato possibile fare.
“Sai Emmanuel è molto bello quello che dici, hai avuto una vita un po’ difficile, è vero ma i problemi possono essere occasioni per capire delle cose della vita e anche se hai vissuto cose brutte ce ne sono altre per le quali puoi considerarti comunque fortunato!”. “Sì ringrazio Dio” mi dice e da quel pensiero, come un fiume in piena mi ha raccontato i tasselli sulla sua vita che mi mancavano.
Prima che morisse sua mamma avevano una bella casetta, anche se di fango e pietre e mangiavano bene ma i vicini gelosi li hanno denunciati alla polizia raccontando bugie e cose brutte su di loro. Si ricorda che sono arrivati i poliziotti e gliel’ hanno distrutta, buttandola giù. Suo fratello ha cercato di impedire lo scempio, il padre non c’ era, così lui e sua mamma sono dovuti scappare nella foresta, mentre suo fratello è fuggito lontano. Quando, finalmente il padre li ha ritrovati li ha fatti rimanere nascosti anche se non ha mai saputo perché e così lui ha perso diversi mesi di scuola.
Molto probabilmente l’intervento della polizia era stato scatenato da lotte di pulizia etnica tra tribù, le quali spesso sono successe e forse ancora accadono in certe parti del paese, senza che nessuno lo sappia.
Dopo che si erano nuovamente riuniti, non era ancora momento di stare tranquilli, il fratello, il quale era tornato dopo molto tempo, probabilmente dopo molti mesi, avendo frequentato brutte compagnie, “si era trasformato in un diavolo”. Così dice lui spalancando gli occhi, “era drogato?” gli chiedo io e lui annuisce. In un altro soffio mi dice che suo fratello ha cercato di ucciderlo e che lui se lo ricorda molto bene mentre è stato salvato dalla madre e solo per fortuna. Il padre tornato a casa e scoperta la malefatta ha cacciato quindi l’altro suo figlio, il fratello Caino.
Sembrerebbe già tanto per un bambino ma si vede che la vita anche per lui ha deciso di accanirsi. Sopo poco, una caduta massi da una collina travolge delle persone, tra le quali c’e anche sua madre, dopo una lunga malattia, forse un coma, gli viene così portata via l’amata mamma.
Il padre rimasto solo, con un lavoro che lo porta spesso lontano e senza poterlo affidare a nessuno, decide di trasferirsi dalla nonna . Il destino non è ancora soddisfatto abbastanza e così poco dopo, un incidente sul lavoro rende il padre di Emmanuel invalido tanto che è destinato ad usare le stampelle a vita. Così è stato deciso, per il bene del bambino di portarlo al LeaMwana per essere accudito e seguito con cura, dove i pasti sono garantiti, la scuola privata è una realtà e la vita per lui si auspica migliore che se fosse rimasto a vivere a casa con il padre oramai senza lavoro e senza soldi.
A questo punto del racconto, il suo respiro si era fatto corto e il petto si alzava e abbassava velocemente, i suoi occhi hanno cominciato a riempirsi di lacrime e a quel punto me lo sono tirato vicino e l’ho abbracciato forte. L’ho coccolato come si fa con i bambini piccoli e l’ho cullato e gli ho detto che poteva piangere e liberarsi. Così è stato.
Poi gli ho sussurrato che è fortunato, perché sarà un uomo forte e buono e potrà aiutare gli altri, perché sa cosa sia la dura vita ma sa anche che ha avuto la fortuna di incontrare persone che si occuperanno di lui e che gli vogliono bene.
Emmanuel ha solo 10 anni e una vita dura ed intensa alle spalle.
Ma per esperienza diretta so per certo che ce la farà.

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Malindi-Muyeye 13 luglio 2010

Prima che aprisse LeaMwana, Carolyn arrivò nella famiglia di Agnes e Christopher; aveva solo 7 anni. Perse il padre per un incidente d’auto che era molto piccola; sua madre essendo molto giovane e con un altro figlio non poteva occuparsi di lei e quindi la diede alle cure di Agnes e suo marito. Nel frattempo suo fratel…lo morì per malattia e sua madre incominciò a bere e le cose andarono peggiorando così che Carolyn restò al LeaMwana (che nel frattempo avevano aperto la struttura). Sfortunatamente questa settimana sua madre è morta per malattia. Così Carolyn ora è sola completamente. E’ una bella ragazza di 13 anni è responsabile con gli altri bambini più piccoli, ama studiare ed ovviamente è una brava scolara tanto che vorrebbe diventare un dottore per aiutare gli altri.
A febbraio 2011 andrà al liceo, una scuola più cara rispetto alle medie, il costo annuo per la retta della scuola sarà di 500€. Più persone e famiglie potrebbero diventare insieme sponsor per i suoi studi, donando 100€ a famiglia per un anno.

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Malindi 11 luglio 2010 ore 00.59 ora locale (Italia -1 ora per via dell’ora solare)

concerto musica classica a Malindi

Stasera evento unico nella storia di Malindi, e per una volta posso dire “io c’ero”, si è tenuto un concerto del conservatorio di Nairobi con la collaborazione dell’Istituto Italiano della cultura e l’Ufficio della cooperazione italiana allo sviluppo.
Un bel gruppo di giovani e giovanissimi musicisti del conservatorio, belli, allegri ed informali. Vestiti di nero con un tocco ognuno di rosso fuoco, il bello era vederne alcune ragazze semplicemente vestite con le infradito. La maggioranza kenyoti, un’inglese e un fratello ed una sorella spagnoli, curiosità tra i kenyoti 3 sorelle gemelle, identiche ognuna di loro suonava uno strumento diverso! Questa bella gioventù è stata diretta dal poliedrico italiano, Pasqualino Procacci dottore di professione, direttore del’istituto della cultura ma soprattutto direi io, musicista-compositore nella profondità dell’animo, a dimostrazione che “si possono vivere” molte vite ed anche egregiamente.
Hanno iniziato sotto un tetto di makuti di un hotel della costa, con a volta altissima molto scenografica il tempo ballerino non permetteva di rischiare sul prato ma forse questo ha aiutato a rendere l’atmosfera intima e raccolta, quando infatti hanno iniziato prima con l’inno keniota e poi con quello italiano, devo dire che in noi la pelle d’oca e gli occhi lucidi ci sono venuti.
Subito dopo ci hanno deliziato del classico ma sempre apprezzato Barbiere di Siviglia di Rossini. Un pipistrello di considerevole misura sembrava apprezzare molto questo brano e l’atmosfera dato che ha più volte planato leggero come in una danza sulle note e sulla testa dei giovani musicisti, i quali totalmente assorti dall’interpretazione, nemmeno l’hanno notato.
La sala era piacevolmente piena, anche se a parer mio c’erano troppe poche persone  del luogo e molti europei, intanto le prime due file riservate alle solite personalità di spicco sono rimaste vuote fino a quando, con ampio ritardo, un ministro col tutto il suo seguito si sono accomodati abbastanza poco avvezzi a puntualità e silenzio, mentre le note volavano alte.
A seguire il concerto op.15 di Beethoven, devo dire è stato stupendo in tutte e tre le sequenze specialmente quella con piano e clarinetto, il rondò poi è stato coinvolgente. La musicalità sprigionata, e la passione del pianista Carlo Michini, credo abbia portato gli animi più sensibili ad un livello diverso di musicalità. Peccato solo per alcuni trillare continui dei telefonini che provenivano dalle file anteriori. Mi chiedo spesso come mai le prime file siano riservate alle autorità e personalità che essendo sempre molto prese o troppo impegnate non possono godere in silenzio e raccoglimento, come gli spetta a momenti come questi. Non sarebbe meglio riservare loro, dato appunto tutti questi inderogabili impegni, le file di dietro, così, forse anche in pochi noterebbero i ritardatari e i loro continui chiacchericci?! E’ una osservazione che mi faccio da molto tempo e che è nata su esperienze riscontrate anche in patria.
Tralasciando questa mia digressione, la Sonatina in C maggiore con flauto traverso e orchestra ci ha regalato una rappresentazione di quello che la natura può regalare, il bravissimo Mauro Baiocco con il suo flauto ci ha fatto entrare in sala centinaia di fringuelli! A seguire un brano a 4 mani di Bizet che mai avevo sentito e che i due interpreti kenyoti Atigala Luvai e lola Akwabi, rispettivamente direttore ed insegnante del conservatorio, hanno egregiamente suonato.
I nostri due bravissimi musicisti Carlo Michini al piano e il portento Mauro Baiocco al flauto traverso ci hanno fatto ascoltare prima un romantico “Variazioni sulla cenerentola” Chopin-Rossini e poi un concerto appunto per piano e flauto op.17 di Morlacchi. Baiocco ha un tocco leggiadro, magico con l’accompagnamento di Michini al piano hanno creato una leggiadria di toni che si innalzava su per l’alta volta del tetto, uscendo e fondendosi in una fresca notte africana e il canto dei grilli, solo in lontananza il frangersi delle onde.
Baiocco è quello che mi ha colpito più di tutti dall’aspetto arrotondato, sguardo cordiali e dolce, nasconde in un momento un fringuello a volte uno stormo di cinciallegre dentro di sé che fa fuoriuscire dalla bocca aiutandoli con un leggero tocco delle dita sul suo flauto.

Ci si può immaginare un piccolo elfo che fischia e balla a fianco a lui mentre suona.

Quando vedi questi Italiani, senti davvero salire il senso dell’onore di appartenere ad un popolo valido che, nonostante i molti difetti di alcuni che ci fanno cattiva pubblicità nel mondo, ci può far sentir fieri. L’orgoglio cresce, sapere che può esistere la speranza guardando questi artisti portare in giro una buona reputazione.
Per chiusura un arrangiamento di Procacci delle opere di Nino Rota ed Ennio Morricone, il brano Gabriel Oboe ci ha ricordato, con una certa emozione a mio marito e me, il nostro matrimonio. Infatti durante la cerimonia della nostra funzione nella sala affrescata del comune di Morimondo nell’edificio della famosa abbazia, come sottofondo e per il mio ingresso abbiamo scelto proprio questo brano. Volutamente scelti per dare emozione e smuovere i cuori e gli animi, creando quella commozione che ha portato alle lacrime quasi tutti i presenti. Volevo lacrime di liberazione e gioia, per tutti gli anni in passato e le tante lacrime versate da amici e parenti, per me e mia madre. Questa volta dovevano essere lacrime nuove a lavare via ogni ombra, come la pioggia primaverile che lava via il grigiore dell’inverno e che scopre la rigogliosa rinascita della natura. Un’esplosione di nuova vita come le note del flauto traverso che stasera il bravissimo musicista ha fatto veramente uscire con sbuffi di natura e magia. Notte davvero magica.

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