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Posts Tagged ‘beneficenza’

Diani-10 novembre 2010 ore 23.45 ora locale(-2 ore in Italia)

Ce lo dicevano in tanti, prima che iniziassimo la nostra avventura quaggiù che aiutare la popolazione locale non sarebbe stato facile, né così scontato. In effetti i diversi commenti e considerazioni e raccomandazioni hanno più o meno trovato tutti rappresentazioni nei dati di fatti più che nelle opinioni nostre che volevano essere più ottimistiche delle premesse.

Aiutare non è semplice.
Questo però non lo è qui e credo in nessuna parte del mondo e per nessuna situazione o persona.

L’aiuto che uno vuole dare spesso non è quello che l’altro si aspetta e anche se ci si spiega tra le parti, spesso comunque una delle due parti rimarrà delusa.

Aiutare persone povere in difficili situazioni culturali generali ed economiche lo è ancora di più.

Lo vediamo da anni con il nostro paese, con il meridione, io sono per una parte meridionale d’origine e questo nostro paese l’ho girato e posso assicurare che effettivamente le discrepanze si sono sempre viste. Nonostante gli aiuti stanziati quando questi arrivavano erano sempre dati in mani sbagliate e forse(?)arrivavano anche decurtati rispetto alla partenza.

In ogni caso non è dell’Italia che volevo parlare anche se spesso mi ritrovo a fare parallelismi con la nostra condizione, la cultura, la mentalità e spesso ci trovo molto più simili di quanto vediamo o vorremmo vedere ed ammettere.

Aiutare le popolazioni diverse da noi non è sempre facile, soprattutto aiutarle attraverso enti, onlus, ong, organizzazioni mondiali che non sai mai davvero in che percentuale usino i tuoi soldi per la popolazione piuttosto che per farsi pubblicità, usarli nel marketing e viverci pure.

Così quando ti spingi direttamente in certi luoghi ti viene più spontaneo, o almeno per alcuni di noi, darti da fare e mettere mano al portafoglio.

In questi anni frequentando un po’ il Kenya, soprattutto un orfanotrofio ne abbiamo viste di tutti i colori e forme e devo dire che la poesia romantica di aiutare per il gusto puro di farlo insieme ed in gruppo ad altre persone magari sconosciute viene un po’ a mancare.

Come dicevo ne abbiamo viste tante, da i turisti che arrivano in pulmini, portati dalle guide a visitare l’orfanotrofio che scendono armati di macchine fotografiche e videocamere come se fossero ad un safari con soggetti umani, anziché animali. Quelli che scendono, si guardano attorno e cominciano ad elargire caramelle ai bambini, riprendendo e commentando ogni movimento del piccolo mentre scarta l’ennesima caramella del giorno. La sua faccia perplessa infatti non è perché non ha mai visto una caramella, quanto più perché non si spiega che ogni persona bianca che arriva deve dargliene una e non è contento finchè non la mette in bocca.
Ma vaglielo tu a spiegare al turista che non sono scimmie che scoprono i colorati bon bons.

C’è poi la signora armata di scatola di biscotti sotto il braccio che aiutata dalla figlia più piccola riunisce i bambini nella sala da pranzo e comincia a lanciare i micropacchetti ai bambini che dopo le prime perplessità si siedono composti e alzano a turno la mano per afferrare i 4 biscotti.
Mentre tu guardi la scena a bocca spalancata ti appare davanti la scena della tizia allo zoo mentre lancia arachidi incurante di un guardiano che scuote la testa sotto il cartello “non si deve dare cibo alle scimmie”.

Poi ci sono i ragazzotti e anche uomini sulla sessantina che arrivano si piazzano la bimba più bella del gruppo sulle ginocchia e fanno la foto ricordo senza nemmeno ricordarsi dopo 10 minuti come si chiamava, senza nemmeno aver chiesto come stava, da dove veniva, la sua storia.

A te, vengono i brividi di disgusto.

La gente viene qui, lancia biscotti, caramelle e filma e riprende tutto, fa la foto ricordo e se ne torna in albergo e poi a casa, pensando di aver fatto quello che poteva e di aver lasciato una buona impressione.

Ci sono anche quelli che più toccati nel profondo arrivano, vedono e in 3 minuti capiscono tutto e dopo 3 giorni si lanciano in immediate campagne per aiutare i bambini, tra gli amici in vacanza con loro, raccolgono i soldi e li donano al direttore, il quale ben contento gli porge una ricevuta e questi, sicuri della serietà si prodigano appena tornati in Italia a raccogliere fondi per costruire il nuovo padiglione, ristrutturare la cucina, comprare nuovi letti etc etc.
Spesso queste persone armate di tutta la buona volontà e fiducia nel prossimo, raccolgono davvero i soldi, li inviano e poi chiedono al direttore di ricevere informazioni che raramente riceveranno e ancor più raramente potranno verificare in futuro, perché con molta probabilità non torneranno più in quel paese.
Molti altri tornati dalle vacanze ci provano per un po’ poi desistono, presi anche da altri impegni e la vita che scorre frenetica e si dimenticano fino al prossimo viaggio dei bambini poveri di quell’orfanotrofio.

Noi con la nostra famiglia e un gruppo oramai allargato di amici, aiutiamo da tempo con diversi piccoli progetti anche un orfanotrofio vicino Malindi.
Perché abbiamo deciso di aiutarli? Perché siamo tra quelli di uno degli esempi, tornati in Italia abbiamo deciso di fare qualcosa di più ma con una variante. Abbiamo deciso di controllare personalmente quasi ogni fondo o sponsorship portata fisicamente al direttore.
Quindi una volta tornati abbiamo comprato direttamente merce che effettivamente serviva alla struttura, l’abbiamo fatta consegnare, mentre contemporaneamente la vecchia veniva rimossa e abbiamo fatto in modo che ogni piccola o media cifra donata venisse in 4 anni gestita, solo così e in nessun altro modo.
Ovviamente i soldi per le sponsorizzazioni, per le rette scolastiche non è stato possibile monitorarle ma venendo spesso in Kenya prima del nostro trasferimento abbiamo potuto notare che i bambini venivano effettivamente mandati a scuola e chi più e chi meno faceva progressi con l’inglese e non solo.
Ora tra i tanti “turisti degli orfanotrofi” ci sono anche personaggi che si lasciano facilmente trascinare in imprese grandiose di raccolta fondi dopo solo pochi giorni di conoscenza del paese, del luogo, delle persone e della cultura e soprattutto della struttura, queste persone si proiettano “in uno spot”, attrezzandosi in prima persona con siti web, brochure di presentazione, biglietti da visita, addirittura operazioni di marketing ad hoc con storie semi-vere e foto a forte impatto emotivo, conti bancari intestati a loro nome, etc etc  lanciandosi in crociate per questi bambini da lasciare molti a bocca aperta per l’entusiasmo dimostrato ma spesso per la fiducia spropositata che ripongono.

Accade spesso che i rappresentanti delle fondazioni serie, che gestiscono fondi e progetti sul posto, si chiedano e a volte indagano anche, per capire se questi individui siano del tutto ignari  dei rischi e credano ad ogni persona che mostri dei bambini sull’orlo della miseria, chiedendo loro soldi, o se invece siano mosse da altre leve, ovvio immaginare di che tipo e forma potrebbero essere queste, soprattutto in un paese come il Kenya.

In questo breve periodo di 4 anni sentendone e vedendone in prima persona molti di questi esempi di persone non proprio armate da buone intenzioni o comunque non sempre improntati con seria professionalità ed umanità, mentre molte altre tragicamente poi ingannate e deluse dall’esperienza di aver donato molti soldi con molta fiducia, senza poi averli visti di fatto mettere in pratica in opere e progettazioni promessi, abbiamo deciso di continuare i nostri micro-progetti investendo in prima persona, fondi, tempo e lavoro diretto per evitare che i soldi donati venissero dirottati verso altri scopi.
Com’è stato per il progetto “0” del dormitorio con le balle di paglia. Questo progetto è stato inizialmente finanziato totalmente da noi e la nostra famiglia e da qualche amico e poi piano piano si sono aggiunti altri amici che hanno così ridotto il nostro contributo, aiutandoci anche nella realizzazione concreta. Questo progetto doveva servire soprattutto per provare a portare una nuova-vecchia tecnica di costruzione, molto utile da imparare per la comunità locale perché usa di base gli stessi materiali che loro già conoscono(terra, argilla, calce, legno e paglia), la stessa modalità di autocostruzione(di solito si riuniscono tra parenti e amici e costruiscono una stanza alla volta), inoltre il basso impatto economico ed ambientale ma l’enorme differenza era portare abilità nuove per far durare la casa, la struttura molto più a lungo che le loro normali case fatte di fango, sassi e legni legati fra loro, le quali dopo 2 o massimo 4 stagioni delle piogge crollano miseramente.

Il progetto “0” significa che siamo partiti per fare una prova con la comunità locale che in parte è stata compresa e in buona parte ha permesso a noi di comprendere come avanzare per migliorare approcci e metodologia con una cultura totalmente diversa dalla nostra.
Qui infatti sono emerse le evidenze di diversità per le quali amici e conoscenti che frequentano il Kenya da tempo ci avevano messo in guardia.
La cultura keniota soprattutto sulla costa è impregnata di una mentalità di assistenzialismo, dove il bianco, il ricco arriva e da soldi. Punto.
Senza chiedersi a cosa servano davvero, senza chiedere se servono davvero quelli o se invece serve un macchinario, magari per aumentare destrezze e produttività.
O ancora se serve una tecnica per aumentare professionalità e cultura o se serve magari sì, un aiuto economico ma gestito diversamente per fargli costruire per esempio un pozzo e intanto imparare a farlo, per poi rendere indipendenti delle persone.
Magari anche insegnando loro a crearsi un orto così da rendersi autonome in buona parte.
No, il bianco è visto come un bancomat. Lui arriva, io tendo la mano e i soldi spuntano dalle tasche.
Questo poi purtroppo è rafforzato da un effettivo atteggiamento diffuso in molti occidentali.

Le persone di qui, quelle più colte, più intelligenti, più sensibili e più desiderose di emancipazione e cultura ce lo dicono da anni: teneteli i soldi e aiutateci a crescere, gestite voi i soldi insegnandoci a farlo, non date soldi ad un africano non li userà per quello che davvero dice di voler comprare ma li spenderà per altri stupidi scopi.
Questa è la tiritera che se ti fermi a parlare con un certo tipo di gente e soprattutto con i missionari religiosi e laici ma non solo, ti sentirai ripetere fino alla nausea.

Noi quindi abbiamo applicato questa tecnica quasi alla lettera e si potrà capire quindi, quante difficoltà abbiamo incontrato sul nostro percorso, ovviamente, e ce lo aspettavamo anche se non così tante, dai locali, che si sono prima stupiti, poi risentiti e poi di nuovo stupiti dell’assenza da parte nostra di elargire soldi da far gestire a loro per comprare i materiali o peggio per pagare persone non professionalmente valide per svolgere un compito che era svolto da un vero professionista oltretutto volontario ma cosa ancora più assurda e più sconvolgente, abbiamo incontrato anche alcuni nostri connazionali, veramente risentiti dalle nostre raccomandazioni.
Queste care persone, purtroppo ancor più ignoranti(dal verbo:ignorare, significato:colui che ignora che non conosce), dei sottoscritti, sulle culture  e sulle mentalità del luogo, perché alla loro prima esperienza, hanno rifiutato in maniera ferma e sicura gli esempi non proprio edificanti, vissuti da altri concittadini che abbiamo citato loro ma non solo, hanno deciso di donare ed inviare denaro frusciante a cascata su progetti ancora campati per aria e senza il minimo controllo e ci siamo sentiti anche aspramente criticati per la nostra malafede.
Che dire…dare fiducia è difficile e veramente difficile, riporla anche e a volte poi si viene così tanto confusi dalle emozioni e dalle spinte caratteriali da farci prendere vie più impervie.
Ma si sa che ognuno di noi deve fare l’esperienza che più gli serve per comprendere appieno come comportarsi e proseguire.
Noi ci sentiamo di dire a chiunque abbia avuto una brutta esperienza in merito a donazioni di non perdere la fiducia, di provare a continuare ad aiutare, di farlo magari se si può personalmente o attraverso persone che conoscete.
Nonostante le delusioni anche da noi subite in diverse situazioni non ci stiamo arrendendo anche se a volte lo sconforto arriva, perché capiamo che è solo attraverso gli errori che si cresce e si comprende meglio noi stessi e la vita.

Aiutare col cuore e riuscirlo a fare senza rimanere delusi da aspettative mancate insieme alla fiducia ben riposta sono la cosa più bella da provare, quindi nonostante le difficoltà, gli errori e i dubbi che si possono incontrare in un progetto piccolo o grande che sia, non molleremo perché il risultato finale è quello che davvero conta e non gli incidenti sul percorso.

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Diani – Kenya , ora locale 20.09 (-1 ora in Italia)

Non so bene da dove cominciare i pensieri e le parole si confondo, accavallandosi…parto quindi per natura o forse in realtà per mia deformazione professionale dai conti:
Dal conto economico visibile in allegato nelle note posso riassumere che la prima costruzione, ovvero il primo dormitorio per l’orfanotrofio LeaMwana (ma sono state create anche le fondamenta del secondo dormitorio), è costata comprensiva di tutto, incluso alcuni costi di ricerca e spedizione e soprattutto il costo del reperimento dell’attrezzatura un totale di € 6.199 .
Il dormitorio misura 6 per 8 metri interni(7 x 9 esterni) ed ha un’altezza minima di 2,60 e massima 2,80. E’ stato completato fino al soffitto realizzato in canne di bambù ed è stata intonacata in terra cruda e paglia.
Le donazioni raccolte per i costi sostenuti sono state ad oggi di € 6.130 (vedi lista in allegato con nominativi ed importi).
La maggior parte del lavoro è stato effettuato con contributo volontario da parte dei locali: Ibrahim, i fratelli Ken e Ben, Charles e Mwangi, da parte dei corsisti arrivati dall’Italia, ovviamente da parte della mia famiglia, ovvero da parte mia, di mio marito, dei miei suoceri e di mia madre.
Enorme contributo ci è stato dato dall’Hotel Melinde nella persona di Eloisa Minoprio la quale anche con la sua famiglia ha anche contribuito economicamente al progetto. Altrettanto indispensabile e prezioso aiuto e contributo ci è stato fornito dal mitico signor Gordon proprietario del bar-ristorante TICS a poche centinaia di metri dal luogo dell’orfanotrofio.
Vari ringraziamenti anche ai cari guidatori di tuc tuc, Mike-Maina, Wachira, Dankan e Mohamed senza i quali non saremmo riusciti a trasportare sani e salvi e in tempo i volontari, i corsisti e a volte anche i materiali!!!
Ora nel concreto cosa manca e a dopo i più approfonditi ringraziamenti….
Ad oggi servirebbe finire :
>l’intonacatura con altra terra cruda e l’unico costo sarebbe degli operai (4 persone per 1 settimana 350scellini al giorno l’uno), l’acqua per mescolare la terra (circa 50 taniche a 5 scellini l’una);
> ultima mano con calce(circa 5 sacchi a 2500scellini l’uno) con relativi operai (idem come sopra per gli operai);
>copertura soffitto in lamiera (lunghe 3 metri larghe 1,5 ce ne vogliono almeno 24 pezzi ad un costo di circa 1900scellini l’una), minuteria come viti ed etc per fissarle ed operai specializzati(4 operai, montaggio in 5 giorni ad un costo di circa 450 scellini al giorno a persona);
>Pali di sostegno per lamiera e per ricreare piccolo porticato a sostegno della lamiera che fuoriesce dai muri (circa 25 pali, un costo approssimativo di 9000 scellini);
>Porta e telaio con serratura e chiavistelli di sicurezza interno ed esterno (7000scellini);
>2 telai e finestre con sbarre (3500 scellini cad);
>telai e zanzariere per finestre e spazi rimasti liberi sotto il tetto (4000 scellini circa).
>Pavimentazione da definire successivamente
>Impianto elettrico da definire successivamente
>Varie ed eventuali da capire successivamente.
Questo per completare definitivamente il primo dormitorio che accoglierà 8 letti a castello per un totale quindi di 16 bambini.

I direttori del Lea Mwana si stanno impegnando a raccogliere i fondi per completare questo dormitorio e poi continuare la costruzione, per ora di sicuro c’è che se riuscissimo a dare ancora una mano a questi bambini, raccogliendo personalmente i fondi e amministrandoli come fatto finora e poi organizzando i lavori con persone fidate, saremmo certi della riuscita e delle tempistiche.


Infatti in soli 3 mesi siamo riusciti ad organizzare molte cose, dal trovare la materia prima, ovvero le balle di paglia e farle trasportare qui e non è stata cosa facile come si può credere, trovare dei volontari, cosa altrettanto non semplice qui in Kenya, fino a portare dall’Italia grazie a Stefano Soldati, docente costruttore specializzato in balle di paglia che ha organizzato due gruppi di lavoro eccezionali, a Siria dell’agenzia Orobica viaggi che ha gestito per molti di loro i voli e non solo. Poi siamo riusciti ad avere preziosi aiuti da molti come Mariangela, mitica ingegnera, sì con la A e se si potesse pure maiuscola, che ha dovuto creare un progetto basandosi su miei vaneggiamenti dati dall’ignoranza in architettura e dal caldo equatoriale e dallo sfibramento dell’ ”architetto” locale che aveva realizzato un progetto di dormitorio senza porte, nel senso che non si sapeva da dove far entrare i bambini…non c’è da ridere è la verità, ho le prove! A Jason Brayda che senza conoscerci da Nairobi si è fiondato sulla costa più volte per aiutarci e districarci in cose per molti banali che per noi erano come trattare di astrofisica…tipo fare delle fondamenta.
Fino ad arrivare agli sponsors, piccoli, medi e grandi, persone singole, gruppi di amici, anonimi e realtà locali che hanno donato soldi, materiali e non solo, ci hanno donato fiducia ed ottimismo!
Un dono enorme, che ci ha permesso di tirare fuori forza e grinta per continuare in questa impresa che per molti può essere sembrata piccola ma posso assicurare che è stata titanica.
Come molti sanno non siamo del mestiere e mettersi a costruire non è una cosa da poco se si tratta poi di un dormitorio per dei piccoli di un orfanotrofio la cosa si fa ancora più grande. Eppure ce l’abbiamo fatta e questo grazie a tutti quelli che ho messo in elenco nel file del conto economico.
Spero di non aver dimenticato nessuno e di essere stata precisa nella spiegazione delle diverse donazioni, se così non fosse perdonatemi e scrivetemi e provvederò a correggere!!!
Devo però ringraziare per questo progetto anche le avversità avute, le persone che ce l’hanno gufata, tanto per parlare semplice e per quelle che hanno sparlato dicendo che eravamo ridicoli e non ce l’avremmo fatta o che peggio, ci stavamo guadagnando!
Bene, grazie anche a loro, se con l’ottimismo e la fiducia abbiamo tirato fuori forza e grinta, beh con questi ultimi abbiamo tirato fuori le palle, sempre per parlare semplice e la mia natura di mettere tutto per iscritto ci è andata a nozze nell’elencare maniacalmente tutto, ogni singola spesa anche di 5 scellini.
Ed ecco per tutti il resoconto dettagliato delle uscite e delle entrate!
Grazie a tutti voi, nessuno escluso, perché ci avete reso più forti e determinati ma soprattutto consapevoli dei propri limiti ma ancora di più delle proprie potenzialità.
Ringrazio ovviamente anche mio marito, adorabile, instancabile, forte e delicato uomo che mi sopporta e che mi rende così sicura di fare tutto, “solo” perché so che lui mi sostiene, sempre.
Grazie, grazie, grazie ed ora, infine come ultimo inchino, ringrazio anche il Signore, perché in tutta questa bellissima avventura ho riscoperto anche la fede.
Grazie!

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Malindi 15 luglio 2010 ore 21. 47 ora locale (Italia -1 ora per via dell’ora solare)
Emmanuel solo 10 anni
Emmanuel ha  10 anni, è magrolino ma dinamico e forte. Ama fare karaté come suo papà. Ha il mito di Bruce Lee e con l’aiuto di Paolo, mio marito, sta imparando a far roteare un bastoncino di bambù come si fa con i “nunchaku” e qualche nozione base di difesa personale. Mentre si allena è molto fiero di sé, concentrato e serio con lo sguardo fisso verso Paolo, mentre svolge i movimenti lenti.
A prima vista in mezzo ai tanti non lo noti, 35 bambini sono tanti, ancora dopo 4 anni e passa, di frequentazione con questo gruppo allegro e chiassoso, facciamo fatica a ricordarci i nomi di tutti.
In passato qualche notizia su qualcuno di loro la abbiamo ricevuta da Christopher ma  in mezzo a tante tristi storie, la similitudine di destino di molti di loro, te li fa confondere : “la mamma è morta, non ha il padre”, “era malato è morto”, “aveva l’aids”, “beveva”, ”era una prostituta”, “la nonna è troppo vecchia per occuparsene”, “è finito in carcere il suo unico genitore e non ha nessuno a casa che si occupi di lui”, insomma in questo desolato elenco si faceva fatica a ricordarsi il passato di tutti.
Ma in questi giorni mi sto mettendo a fianco uno di loro a turno per scrivere qualcosa su le loro vite e sto imparando a conoscerli meglio. Allora a fatica con alcuni di questi, iniziamo scrivendo la loro età, cosa amano studiare, il loro piatto preferito, come vanno a scuola, cosa vorrebbero fare da grandi, quanto tempo fa sono arrivati al Leamwana.
Piano, piano ci avviciniamo ai ricordi, al momento di quando si sono separati dalle famiglie. “Cosa provavi?” Qualcuno si ricorda, qualcuno no, qualcuno dice che era felice da subito, qualcuno invece dice che è felice ora, sottintende che all’epoca non lo era, mi chiedo io?
Con molti bisogna ripetere con calma e dolcezza le domande più volte, ancora dopo 4 anni che ci conoscono e molti mesi che li frequentiamo assiduamente, si vergognano, un po’ per carattere e un po’ per educazione, sono poco abituati a parlare di sé e soprattutto credo con un muzungu(bianco).
Invece con pochi altri ma soprattutto con Emmanuel, semmai si ha la situazione opposta.
Lui è un fiume in piena, parla, si spiega, ricorda. Che piacere, pensavo ieri, mentre parlava con emozione e con la voce carica di dolcezza di come si ricordava di sua madre e di come lo amasse molto. Mi ha raccontato un pezzo della sua vita, dei suoi ricordi. Di sua madre e di suo padre, fiero, mi spiega che lavorava per la compagnia dell’elettricità ma che ora non lavora più. “Non si può occupare più di me e anche mia nonna è troppo anziana!”. Semplice e diretto spiega che quindi è arrivato qui ma si è subito trovato bene, perché mangia regolarmente e dorme in un letto anche se lo deve dividere con un altro bambino ma soprattutto e ci tiene a sottolinearmelo, qui gli danno la possibilità di studiare come amava fare suo padre e lui vuole studiare tanto per diventare un soldato.
Mamma mia, penso io, spero proprio di no! Provo a chiedergli “come mai pensi a questo lavoro, per le armi forse?Ti piace giocare  alla guerra?” “No, assolutamente ma io voglio servire il mondo se ce ne fosse bisogno!”.
Il tempo di tornare a casa è arrivato allora lo ringrazio e gli dico che continueremo domani. Lui è felice, perché a potuto dirmi tante cose e me lo dice pure.
Oggi quindi quando sono arrivata e mi sono seduta iniziando a scrivere con una delle bambine e a rispondere con dei bambini a qualche mail dei loro sponsor tra i miei amici, vedevo che mi ronzava intorno e spesso mi faceva domande o mi correggeva mentre scrivevo. Così dopo aver finito alcune cose e visto che rimaneva ancora vicino a me abbiamo ricominciato a parlare. Siamo partiti da Paolo, mi ha chiesto “dove va tutti i pomeriggi?” e così gli ho spiegato che lui non è stato fortunato quando era più piccolo e non ha potuto studiare le lingue e quindi ora gli tocca imparare con più fatica. Così lui mi dice che sa di essere fortunato perché al Leamwana può studiare cosa che a casa non gli sarebbe stato possibile fare.
“Sai Emmanuel è molto bello quello che dici, hai avuto una vita un po’ difficile, è vero ma i problemi possono essere occasioni per capire delle cose della vita e anche se hai vissuto cose brutte ce ne sono altre per le quali puoi considerarti comunque fortunato!”. “Sì ringrazio Dio” mi dice e da quel pensiero, come un fiume in piena mi ha raccontato i tasselli sulla sua vita che mi mancavano.
Prima che morisse sua mamma avevano una bella casetta, anche se di fango e pietre e mangiavano bene ma i vicini gelosi li hanno denunciati alla polizia raccontando bugie e cose brutte su di loro. Si ricorda che sono arrivati i poliziotti e gliel’ hanno distrutta, buttandola giù. Suo fratello ha cercato di impedire lo scempio, il padre non c’ era, così lui e sua mamma sono dovuti scappare nella foresta, mentre suo fratello è fuggito lontano. Quando, finalmente il padre li ha ritrovati li ha fatti rimanere nascosti anche se non ha mai saputo perché e così lui ha perso diversi mesi di scuola.
Molto probabilmente l’intervento della polizia era stato scatenato da lotte di pulizia etnica tra tribù, le quali spesso sono successe e forse ancora accadono in certe parti del paese, senza che nessuno lo sappia.
Dopo che si erano nuovamente riuniti, non era ancora momento di stare tranquilli, il fratello, il quale era tornato dopo molto tempo, probabilmente dopo molti mesi, avendo frequentato brutte compagnie, “si era trasformato in un diavolo”. Così dice lui spalancando gli occhi, “era drogato?” gli chiedo io e lui annuisce. In un altro soffio mi dice che suo fratello ha cercato di ucciderlo e che lui se lo ricorda molto bene mentre è stato salvato dalla madre e solo per fortuna. Il padre tornato a casa e scoperta la malefatta ha cacciato quindi l’altro suo figlio, il fratello Caino.
Sembrerebbe già tanto per un bambino ma si vede che la vita anche per lui ha deciso di accanirsi. Sopo poco, una caduta massi da una collina travolge delle persone, tra le quali c’e anche sua madre, dopo una lunga malattia, forse un coma, gli viene così portata via l’amata mamma.
Il padre rimasto solo, con un lavoro che lo porta spesso lontano e senza poterlo affidare a nessuno, decide di trasferirsi dalla nonna . Il destino non è ancora soddisfatto abbastanza e così poco dopo, un incidente sul lavoro rende il padre di Emmanuel invalido tanto che è destinato ad usare le stampelle a vita. Così è stato deciso, per il bene del bambino di portarlo al LeaMwana per essere accudito e seguito con cura, dove i pasti sono garantiti, la scuola privata è una realtà e la vita per lui si auspica migliore che se fosse rimasto a vivere a casa con il padre oramai senza lavoro e senza soldi.
A questo punto del racconto, il suo respiro si era fatto corto e il petto si alzava e abbassava velocemente, i suoi occhi hanno cominciato a riempirsi di lacrime e a quel punto me lo sono tirato vicino e l’ho abbracciato forte. L’ho coccolato come si fa con i bambini piccoli e l’ho cullato e gli ho detto che poteva piangere e liberarsi. Così è stato.
Poi gli ho sussurrato che è fortunato, perché sarà un uomo forte e buono e potrà aiutare gli altri, perché sa cosa sia la dura vita ma sa anche che ha avuto la fortuna di incontrare persone che si occuperanno di lui e che gli vogliono bene.
Emmanuel ha solo 10 anni e una vita dura ed intensa alle spalle.
Ma per esperienza diretta so per certo che ce la farà.

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Malindi 24 maggio 2010 ore 15.59 ora locale (Italia -1 ora per via dell’ora solare)

LeaMwana Children Center Care

LeaMwana realizzato con le balle di paglia.

Oggi qui a Malindi è una giornata fresca, un po’ grigia ma piacevole, dovrebbe essere il periodo delle piogge, dico dovrebbe, perché mi aspettavo piogge torrenziali per giorni interi e per una settimana di seguito, invece per ora ho vissuto solo improvvisi intensi acquazzoni che si alternano a pomeriggi assolati e cocenti. Nel frattempo ne gode la vegetazione che è un tripudio di decine di verdi scintillanti dai più tenui ai più intensi. I Baobab paiono avere una testa di ricci verdi, così carichi di foglie che mai avevo visto nei miei trascorsi qui. Le bouganville si allungano e si estendono ovunque con i loro rami carichi di foglie enormi e brillanti e l’erba é così fitta che ogni due giorni va tagliata.
Insomma il così tanto temuto ed orribile periodo delle piogge per ora si sta rivelando il momento migliore mai vissuto qui. Infatti in queste settimane, Malindi soprattutto si è svuotata totalmente, regalando un po’ più di calma e di silenzio a chi rimane. Certo i venditori ambulanti ed i negozianti si lamentano, qualcuno si dispera per i mancati guadagni ma i più si crogiolano al sole e si riposano aspettando i primi di luglio quando i primi turisti torneranno ad affollare, le vie e i negozi di questa caotica e chiassosa cittadina.
Approfitto quindi di una giornata un po’ più uggiosa per scrivere e aggiornare amici e parenti che mi chiedono di scrivere un po’ di più, bigiando le lezioni di inglese e kiswahili mi sono chiusa in veranda con lo sguardo sul giardino a mettere giù tutte le impressioni dolci ed amare raccolte in questi due ultimi mesi.
Come già ho scritto in un altro post, il mio cambiamento, il lento risveglio sta avvenendo, oramai ogni giorno mi sento sempre più lontana dalla marionetta che negli anni ero diventata e mi sento più libera di scoprire me stessa.
Quello che mi pareva un sogno, un film, ovvero di aiutare i bambini dell’orfanotrofio del LeaMwana sta incominciando a prendere forma.
Le adesioni per il corso per imparare a costruire una casa con le balle di paglia stanno arrivando.
Costruiremo o meglio inizieremo a costruire il nuovo orfanotrofio con la tecnica delle balle di paglia. Un metodo nuovo anche se antico che risale ai pionieri in America che sprovvisti di legname dovettero adattarsi a costruire le case con le balle di paglia, si accorsero ben presto che isolavano dal freddo e dal caldo e anche dal rumore. Man mano la tecnica si affinò e ad oggi esistono ancora case perfettamente funzionanti ed utilizzate costruite con questa tecnica nel Nevada.

Le domande saranno mille nella testa di chi legge per la prima volta di questo materiale, ma posso assicurare che le mie mille, anzi no, miliardi di domande poste hanno avuto risposte esaustive ma soprattutto hanno avuto conferme esistenti. Le case stanno in piedi per secoli, ovviamente con una buona costruzione alle spalle ed una manutenzione ordinaria(ma questo dovrebbe valere per tutte le costruzioni).
Le balle di paglia e tutti i materiali utilizzati sono naturali e non inquinanti, non deturpano irrimediabilmente la Terra, se si abbattono queste case, tutto torna alla terra, tutto é smaltibile, nulla rimane irrimediabilmente ad inquinare dopo il nostro passaggio. Le balle di paglia sono eco-friendly.
Inoltre le balle di paglia, propriamente rivestite di una mistura di calce spenta e argilla in diversi strati, rendono le case fresche d’estate, calde d’inverno e soprattutto non si annida umidità e aria malsana, quindi sono più sane delle case tradizionali e anche più economiche nella manutenzione e gestione.
Rivestite opportunamente resistono agli incendi molto più a lungo che le normali case in cemento e questo non lo dicono tanto per dire gli ingegneri e gli architetti che si occupano di case in paglia ma lo dimostrano con esperimenti e test del fuoco ufficiali, realizzati un po’ ovunque e dimostrabili con certificazioni e video.
Le case sono silenziose, l’ambiente è ovattato all’interno e già dalla prima impressione percepisci che è sano,questo dato che non si utilizzano né vernici, né sostanze chimiche e tossiche per la salute.
Se costruite su fondamenta particolari, utilizzando copertoni (gomme per auto e camion) dismesse e ghiaia, diventano anche antisismiche. Il terremoto dell’Aquila ha un esempio citato sul sito :www.laboa.org.
Le forme da dare a queste case possono essere molteplici, da quelle dall’aspetto fiabesco, come le case coi tetti di paglia irlandesi o scozzesi, a quelle più in stile britannico con i muri bianchi e le travi di legno dipinte di scuro e il tetto in tegole grigie, fino ad arrivare a forme tonde, bombate e fantasiose dal gusto etnico e caliente dell’argentina con i tetti bassi e piatti, oppure ancora in stile molto pulito e asciutto dai tetti spioventi ed alti dal gusto nordico o ancora con uno stile tradizionale mediterraneo insospettabilmente dall’aspetto classico.
Imparare a costruire queste case è facile e rapido, si possono infatti seguire dei corsi in campo d’opera, ovvero in un cantiere.
Si va fisicamente a costruire, con le proprie mani, una casa e i corsi possono durare da pochi giorni, per avere un primo approccio, oppure prolungarsi fino al completamento di una stanza fino al tetto.
Lo spirito che mi ha subito affascinato, essendo donna, che le “femmine” non vengono respinte e guardate con sospetto e sufficienza per voler svolgere lavori di solito attribuiti solo agli uomini, anzi non solo sono ben accolte ma sono considerate alla pari e parte integrante del progetto, perfino persone anziane e bambini possono partecipare in alcuni dei passaggi, come per esempio l’intonacatura e l’eventuale decorazione dei muri e dei pavimenti.
Lette tutte queste cose prima sul sito : http://www.laboa.org di Stefano Soldati e poi sul libro di Barbara Jones, “Costruire con le balle di paglia”, ho deciso con la mia solita entusiastica intraprendenza, vista da molti a partire da mia madre con ironia e incredulità nel risultato, di contattare direttamente colui che mi aveva ispirato fiducia. Così ho scritto una mail a Stefano Soldati, sul mio progetto in Kenya. Gli ho illustrato il nostro progetto di trasferimento, della mia idea di costruirmi una casa con questa tecnica per non inquinare e non deturpare ambiente e natura ma soprattutto per sperimentarla prima sulla mia “pelle” e poi procedere, una volta visti gli eventuali problemi, costruendo l’orfanotrofio LeaMwana, per il quale nutrivo tanto interesse nell’aiutarlo da diversi anni ma alcuna risorsa economica sufficiente. Gli spiegavo che con questa tecnica saremmo riusciti almeno ad iniziare i lavori e poi chissà a trovare i finanziatori e poi i volontari e blablabla….. e la mia mente, la mia fantasia e la mia volontà di aiutare volavano sulle punte delle mie dita che digitavano veloci le parole…. e mentre scrivevo questa mail mi dicevo che forse, anzi di sicuro, mi avrebbe considerato un po’ matta, un po’ fuori dal mondo, una di quelle che si esalta come un bambino, senza rendersi conto dei limiti. Si vede però che anche Stefano deve essere un po’ matto o non so cosa, perché invece che cancellare la mia mail, o rispondermi evasivo, o mettermi davanti a delle problematiche insormontabili, facendo così crollare il mio entusiasmo, mi ha risposto che potevamo iniziare subito dall’orfanotrofio e intanto rispondendo a tutte le mie domande angosciate (la pioggiaaaaa durante il periodo delle piogge!!!???-quale pioggia? Piove più in Scozia a confronto!) e ai miei mille dubbi, mi stava concretizzando il sogno davanti agli occhi, i qauli si sono riempiti subito di lacrime. Ero emozionata.
Qualcuno mi dava retta, qualcuno voleva provare questa avventura senza dire subito: “non si può – è follia”.
Forse c’è davvero del folle in questo progetto, ma senza la follia positiva, mi chiedo che sarebbe la mia vita ora e quella di molte altre persone!!?
Ora sono qui, in questa terra che sento mia come non mai, a chiedermi come fare a divulgare questo mio progetto, come faccio a trovare tanti folli positivi come me,mio marito e Stefano e coinvolgerli in questi corsi?
Come faccio a far comprendere alle persone che i sogni si possono far esistere davvero ma soprattutto che la realizzazione di questi è possibile, solo se ci si mette insieme a più persone con tutto il cuore, la felicità e la fiducia ?!!
Si possono aiutare delle persone, dei bambini orfani, solo se si vuole davvero.

Nulla è impossibile. Nulla è impraticabile.
Le prime adesioni stanno arrivando ma ne servono ancora e molte di più!
Cerco persone curiose, di ogni estrazione sociale e cultura che vogliano sperimentarsi nell’imparare qualcosa di nuovo ed utile per loro ed allo stesso tempo un aiuto per dei bambini, per avere una casa migliore dove vivere.
Io pagherò il corso per me, per mio suocero che ho in pratica forzatamente reclutato(ma questa chiamata, sono sicura l’ha accolta con piacere) e per due persone del luogo, dei locali, così che il know-how non si disperda e con i quali potremo poi continuare a lavorare a questo progetto ed io spero a molti altri.
Spero che questo primo mese di corsi sia solo il primo di una lunga serie.
Spero che questa esperienza porterà conoscenza su una tecnica nuova, con materiali ecologici e poco costosi e che potrà aiutare non solo gli occidentali a costruirsi case di nuova ideologia e concezione eco-friendly ma anche le popolazioni locali più povere, che potranno costruirsi case più solide e durature con minor costi.
Spero e desidero che tutto ciò avvenga e chiedo anche il vostro appoggio, aiuto, anche solo diffondendo il link del mio blog, inoltrando il testo in una mail a degli amici, chissà che fra loro non ci sia qualcuno che possa essere interessato!?
Non metto mai limiti alla potenzialità delle persone.
Per questo credo nel progetto dell’orfanotrofio LeaMwana costruito con le Balle di Paglia.

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Malindi – 24 febbraio 2010 ore 08-27 ora locale ( – 2 ore in Italia)

La storia del Lea Mwana (in kiswahili significa: “prendersi cura dei bambini”)

L’orfanotrofio Lea Mwana – Children Center Care è una struttura per l’assistenza di orfani, che si trova a Malindi-Kenya per l’esattezza nel “quartiere” Mujeje, attualmente presenti sono 35 bambini orfani o con genitori che non possono occuparsi di loro, perché malati terminali o carcerati o semplicemente non interessati ad occuparsi di un ulteriore bocca da sfamare. Lea Mwana nasce nel 2006 grazie a Cristopher , una persona del posto che aveva raccolto in casa sua da diverso tempo alcuni dei bambini tutt’ora presenti nel centro. Grazie a donazioni di privati, come turisti e residenti esteri per lo più e a piccoli aiuti governativi, tutti i bambini mangiano regolarmente e vengono mandati in scuole private che costano poco di più delle scuole governative ma danno una formazione migliore e con classi meno numerose; Cristopher infatti nutre per questi bambini la speranza di poter offrire loro attraverso un’istruzione migliore un futuro più roseo .

La struttura dove attualmente vivono è in affitto ma è troppo piccola, fatiscente e non idonea alla presenza di bambini che vanno dai 4 ai 16 anni, necessitano infatti di camerate, di diversi bagni, di una sala mensa, una sala per lo studio e di aree gioco interne ed esterne. Il centro Lea Mwana non è affiancato da alcuna associazione di volontariato o di beneficenza di qualsiasi tipo, realizza tutto solo con l’aiuto del passaparola. Molti bambini vengono “adottati” a distanza, garantendo così per loro e per gli altri l’aiuto economico necessario per la scuola privata, gruppi di turisti acquistano cibo e fanno piccole donazioni monetarie e i risultati si sono concretizzati dopo solo 4 anni, infatti il direttore Cristopher è riuscito, risparmiando su molte cose  ad acquistare un piccolo terreno così da costruire la nuova struttura dell’orfanotrofio.

Ovviamente però servono fondi per costruire l’edificio che potrà contenere fino a 65 bambini, il progetto è ambizioso ben strutturato ma costoso. La difficoltà viene proprio ora, nel cercare di raccogliere fondi sufficienti per completare buona parte dell’edificio così da permettere ai bambini di trasferirsi comodamente.

Case di paglia

Mio marito ed io seguiamo questo orfanotrofio da praticamente l’inizio ed esattamente dall’estate del 2006, pochi mesi dopo la sua apertura e possiamo testimoniare con la nostra esperienza come sotto i nostri occhi i bambini abbiano realizzato passi da gigante, imparando a parlare il kiswahili benissimo e l’inglese allo stesso livello. Addirittura molti di loro all’inizio erano talmente inibiti da muoversi e guardare chiunque a malapena ma ad ogni nostra visita notavamo con stupore come gli stessi bambini fossero diventati più spigliati e spontanei nel parlare, muoversi e giocare. In questo periodo siamo tornati ogni anno e ci siamo talmente innamorati del posto e dei piccoli da decidere di trasferirci a vivere qui. Una delle forti spinte emotive che ci ha portati a questo passo è stato il desiderio di voler aiutare questo gruppetto di piccoli adorabili e scatenati ragazzini.

Qui arriva la mia idea delle case con le balle di paglia. Tempo fa avevo letto su dei siti come poter costruire in modo ecologico ed eco-compatibile edifici di tutti i generi in più parti del mondo, con materiali naturali, si parlava del legno, fino ad arrivare appunto alle balle di paglia. Me ne ero quasi dimenticata, fino a che un giorno la mia amica Mabel mi ha ricordato di quella tecnica e come d’incanto mi sono resa conto che avevo forse la soluzione davanti agli occhi e bastava attivarsi per metterla in pratica. Così dopo una breve ricerca ho trovato molti siti in inglese e tedesco che descrivevano la tecnica e i progetti realizzati poi ne ho trovato uno in italiano: http://www.laboa.org e ho poi preferito contattare direttamente il responsabile di questo sito, perché mi aveva convinto per diversi motivi che non sto qui a spiegare. In breve, in tempi rapidi mi sono trovata nel salotto, in fase di trasloco per il Kenya, di casa mia a farmi rapire da una lezione affascinante ed interessante di come si può costruire senza inquinare, creando praticamente qualsiasi tipo di struttura, in modo più veloce, senza compromettere solidità, sicurezza e la salute (sono antiallergiche perché utilizzano materiali ecologici ) in maniera ecocompatibile e soprattutto anche, risparmiando!

Stefano Soldati è il responsabile del sito e della neo nata Associazione EDILPAGLIA, opera in diverse parti del mondo  insegnando come costruire le case con le balle di paglia, lui ha concretizzato un sogno davanti ai miei occhi  che mi pareva irrealizzabile:

costruire l’orfanotrofio con costi contenuti e soprattutto senza inquinare ma al tempo stesso potremo insegnare una nuova tecnica alle persone del luogo.

Ora, febbraio 2010 siamo a Malindi, ci siamo trasferiti definitivamente e stiamo organizzando 2 corsi che si terranno in agosto con persone che si spera arriveranno da diversi paesi d’Europa e dall’Italia per costruire il primo modulo 5metri per 5 dell’orfanotrofio.

Ovviamente servono fondi per raccogliere la paglia a nord di Eldoret, vicino al confine con l’Uganda e farla trasportare fino a Malindi, sulla costa; inoltre dovremo acquistare anche il restante del materiale, argilla, calce, legname e poi pagare l’elettricista e l’idraulico.

Serve l’aiuto di tutti, amici e conoscenti che conoscono noi e la nostra storia e che si possono quindi fidare nel donare piccole cifre così da raccoglierle e destinarle alla costruzione dell’orfanotrofio e per chi lo volesse resta sempre valida l’opzione di adottare a distanza uno dei piccoli.

Sono fiduciosa, l’aiuto arriverà.

Nel frattempo ringrazio il destino, dio o chi per essi per avermi portato fin qui.

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