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Posts Tagged ‘aiutare orfanotrofi’

Questo sarà il mio ultimo post su questo blog.

E’ un anno e più che non scrivo qui e ciò  è accaduto per diverse ragioni.

La mia vita in due anni si è stravolta e non solo, perché ho cambiato continente, lavoro, paesaggi, lingua e cultura intorno a me.
Le persone che io credevo essere in un modo, cambiando luogo e quindi prospettiva, si sono rivelate completamente diverse ai miei occhi, sono cambiate.
Sia le persone a me note e presenti in Kenya, sia molte di quelle lontane rimaste in Italia (che io credevo lontane col fisico ma non col cuore), si sono mano, mano, rivelate per ciò che davvero sono, attraverso pensieri ed azioni hanno dimostrato la loro vera anima.
Purtroppo devo dire che molte, la maggior parte di loro non l’hanno fatto ovviamente in un modo positivo.

Ora per molte di queste personali rivelazioni, tante delle quali rimarranno private e non da pubblicare, e per l’ambiente estremamente corrotto trovato in Kenya, ho deciso di cambiare nuovamente vita, ho deciso di non continuare più un blog che dava  un’immagine di me, che non mi appartiene più da tempo.
Gaia non è più legata al Kenya, Gaia non è più in questo blog. GaiaKenya è morta.

Infatti questo “diario sul web” lo avevo aperto tempo fa, felice di vivere una avventura che io credevo sarebbe stata dura ma comunque bellissima.
Questo spazio era qui per raccontare attraverso i miei occhi e con le mie sensazioni, agli amici ed ai conoscenti ciò che io stavo vivendo.
Ero piena d’amore per questo Kenya, tanto da legare il mio nome che in greco significa “terra” a questo paese.
Ero piena di buone idee e propositi per vivere bene nel paese, integrandomi piano, piano con le persone del posto, kenyote e straniere.
Ero piena di tanta volontà, per continuare ad aiutare i bambini di un orfanotrofio ed i loro direttori che io credevo brave persone, per andare avanti e crescere.
Ero speranzosa per un futuro nuovo e positivo in un paese che mi piaceva per molti versi.
Tutto questo in due anni si è sgretolato giorno dopo giorno.
La corruzione esplicita e sfacciata esibita alla luce del sole in ogni settore, per qualsiasi argomento e la mentalità razzista della moltitudine incontrata nel mio cammino  in Kenya mi ha fatto disinnamorare completamente.
Per tutte queste ragioni e molto di più non ho più scritto su questo blog.

Ora però, a distanza di quasi un anno, sono accadute delle cose in Kenya per le quali ho deciso di scrivere l’ultimo post.
Questo è solo ed unicamente per chiarire e spiegare alcune cose, delle quali avevo scritto in un senso positivo tempo fa. Ora essendo le mie idee e conoscenze cambiate completamente, anche alla luce di quello che è successo ultimamente, devo rettificarle, per un senso di correttezza in generale che sento dentro e nei confronti di persone di buon cuore che so hanno seguito la storia dei bambini meno fortunati in Kenya anche su questo blog.

Se vi collegate al sito internet e pagina facebook SAVEAMALJA.ORG, leggendo la storia completa che è stata pubblicata, ci sono anche degli stralci di una mia intervista, capirete meglio quel che sto per scrivere qui di seguito.
Vi prego per tanto, che siate nuovi, o vecchi lettori di questo piccolo blog di leggere quello che verrà pubblicato agli indirizzi di cui sopra.

Nel 2010 pochi mesi dopo essere giunta in Kenya per viverci e dopo quasi 4 anni di numerosi viaggi in quel paese, mentre cercavo di aiutare di più, insieme a degli amici un orfanotrofio, sono giunta ad una triste ed amara consapevolezza sulla mentalità e sullo stile di vita di molte persone in Kenya, a riguardo del fragile tema dei minori in generale e degli orfanotrofi.
Se arrivi in uno di questi paesi come il Kenya, ma posso immaginare sia così anche per altri in Africa, vieni colpito alla pancia. (n.d.r.vedi articolo su orfanotrofi di BALI del 7 dicembre 2011 della BBC che mi hanno girato da SaveAmalja)
TU, occidentale, appena sceso dall’aereo e fatto salire su un pulmino, vieni investito con un forte pugno allo stomaco dalla visione continua di scene pietose. Piccoli bambini mal vestiti di soli stracci, sporchi e mezzi malati che giocano tra la spazzatura abbandonata ovunque insieme a cani mezzi randagi, vacche e capre.
Se si arriva in Kenya e si va poi nella zona di Malindi, per gli italiani è un tuffo al cuore sentire gridare uno di questi piccolini, alti anche meno di 50cm, con gli occhioni sgranati e la bocca spalancata, con tutta la voce che ha in corpo un “ciiiiiiaaaaaoooooo” anziché un “jambo”, mentre dall’altra parte della strada, cerca di farsi vedere tra gli arbusti o cumuli di spazzatura.
Per noi dal cuore tenero e la coscienza inspiegabilmente ed istintivamente “sporca”, senza che ce ne sia davvero un motivo, ci sentiamo trafiggere come da un dardo dalle voci di questi bambini.

Ed ecco lì, senza che ce ne si renda conto, il primo aggancio è avvenuto.

Poi proseguendo e arrivando in alberghi e hotels, molti di questi turisti sono ossessionati oramai da quelle faccette e dalle vocine, collegate a quell’immagine di povertà e disperazione.
Da lì in poi ignari di ciò che sta accadendo, ci si ritrova in un percorso a tappe, organizzato spesso da qualche tour operator locale, o peggio dai guidatori di taxi, jeep e pulmini.
Chiunque, sarà portato a vedere prima incredibili animali selvaggi in savana, fantastici pesci in riserve marine favolose, quindi sarà portato anche a visitare, ovviamente il villaggio poverissimo, la zona poverissima della città, fino all’orfanotrofio poverissimo del quartiere.
A quest’ultima tappa del viaggio, il cuore e la coscienza di molti di questi turisti e brava gente, è inevitabilmente scosso.
Così, a quel punto, i turisti nell’orfanotrofio, messi di fronte a decine e decine di bambini in fila a cantargli la tipica canzoncina “Jambo, jambo bwana…”, crollano tutti emotivamente e clamorosamente.
Queste piccole creature danno inizio, anche loro inconsapevolmente quindi, alla fase finale del processo iniziato poco fuori l’aereoporto.
In questi posti i bambini sono vestiti leggermente meglio rispetto agli altri fuori, stanno in case leggermente più stabili delle altre che sono fatte solo di fango e foglie di cocco, questi hanno una parvenza di cucina, ma ovviamente spoglia e vuota di cibarie e di solito si è accolti da una o due persone locali, che si presentano come i salvatori di questi bambini. Questi infine ti fanno fare il tour della loro struttura, facendoti vedere la dispensa vuota, la povertà delle camere da letto, molte senza letti e solo materassi buttati a terra, il buco nel pavimento come bagno, ti mostrano l’insegna scrostata della loro “casa famiglia” o “centro per la cura dei bambini” o “orfanotrofio” e così chiunque si sente quasi felicemente spinto ad aprire il portafoglio.
A molti poi, sono certa gli viene il dubbio che questi soldi non vengano utilizzati tutti ed unicamente per i bambini ma pensano, illudendosi, che anche se solo una piccola parte arriva per i bambini, i soldi sono ben spesi.
Questa è una cosa assolutamente, che vorrei, per esperienza diretta e personale, sconsigliare a chiunque!
E’ assolutamente assurdo pensare questo, perché vorrei far riflettere un po’ di più sul fatto che in pratica, facendo così non si fa altro che sovvenzionare un “circo di Buttafuoco”. I bambini sono “piccole bestioline” in mostra in uno zoo per umani. Queste creature sono messe sul palco della povertà e miseria, appositamente ed unicamente per commuovere, per far risalire nelle coscienze europee, emotività e compassione. Fortissimi sentimenti questi, dei quali come dicevo, molti turisti sono forniti, purtroppo però insieme anche alle video e fotocamere. Pronti a scattare e farsi scattere foto ricordo coi bambini che credono di aiutare, svuotandosi le tasche e “alleggerirsi” così la coscienza.
Di fatto facendo così, si sta donando a questi aguzzini soldi, che a noi sembrano pochi ma che se li moltiplicate per i centinaia di turisti giornalieri che arrivano a frotte coi pulmini, potreste velocemente fare i conti di fine giornata (io l’ho fatto per 3 giorni di seguito dalla mattina alle 11, al pomeriggio alle 3 e considerate che  i turisti iniziano ad arrivare anche prima e ovviamente arrivano fino alle 7 di sera dopo il mare… Un anno fa ho contato, di quelli che ho intervistato su quante offerte hanno lasciato e visto coi miei occhi, circa 700€. In 3 mezze giornate durante la bassa stagione!!!)
Scusate ma ai famigerati zingari in Italia ed in Europa quanti di voi sganciano da un euro fino ad arrivare anche a 50-100 euro a volta?
Quanti di voi danno tutti questi soldi ai genitori di questi bambini seduti per terra o in metropolitana?
E’la stessa tecnica, travestita in maniera diversa e se si può anche peggiore. Tanto gli “zingari cattivi”, ci è stato inculcato, mettono i bambini sporchi, mal vestiti per le strade per commuovere e ricevere soldi, così molti di questi falsi e fatemelo ripetere, FALSI orfanotrofi mettono frotte di bambini in queste strutture per raccogliere quanti più soldi gli è possibile.
E se a qualcuno pensasse “allora gli compro io direttamente mobili, scarpe, libri, cibo….”, lasciate perdere appena voltato l’angolo molta di quelle cose saranno vendute, perfino i polli surgelati.
Ci abbiamo provato in ogni modo prima di gettare la spugna.

Soprattutto dopo che ho visitato altri orfanotrofi questi seri e ben organizzati, gestiti, purtroppo va detto, da persone europee e ho visto l’enorme divario di stile di vita di altri bambini non mi davo pace.
Questi bambini dove e come arrivano nelle mani di quei personaggi da film horror?
Me lo sono chiesta molte volte in questi ultimi 2anni mentre cercavo di non farmi più trascinare in un inferno emotivo.
Sono giunta a delle conclusioni, dopo averne viste e sentite tante, aver ascoltato molta gente con anni di esperienze, ho intervistato molte persone, sia stranieri che kenyoti che hanno provato ad aiutare davvero i bambini e i quali mi hanno aiutato a darmi la formula di questo scempio ed è presto spiegabile.
Mettici un paese tenuto nella povertà ed ignoranza dal proprio governo, mettici un’assenza appunto di educazione di qualsiasi tipo, aggiungici una sessualità spregiudicata e non protetta, molti anche stupri e violenze per carità, mettici la “cultura” che molti hanno e ti raccontano con sorrisi non proprio consapevoli, che fare figli allunga la vita e porta fortuna (nel senso per loro però che questi da grande poi ti potranno mantenere). Aggiungi il fatto che in Kenya tutto si vende, basta fare soldi. Mescola il tutto con un’assenza totale di controllo del territorio e delle strutture, infatti nessuno sa o meglio fornisce, dati ufficiali di quanti orfanotrofi governativi ci siano, quanti di privati e registrati ufficialmente e quanti altri invece non autorizzati siano in tutto il Kenya. Ecco, mettici questo, più una serie di ulteriori motivazioni, aggravanti che non sto qui ad elencare ancora….Cosa ottieni?
Il caos, l’anarchia totale sulla gestione di bambini disagiati.
Ora in tutta questa melma, mi e ci siamo ritrovati con degli amici nel cercare di aiutare un orfanotrofio e i suoi bambini.
Dopo diverse lotte e strategie andate a vuoto, ho abbandonato completamente l’idea di aiutare quella struttura. Ho assolutamente lasciato perdere l’utopico sogno di vedere stabilirsi questi bambini in un ambiente sano, con una minima speranza di poter studiare e fare un domani forse una vita decente.

Questa è la mia esperienza ma come dicevo non sono stata l’unica a vivere queste cose, ci sono persone che le raccontano anche meglio di me. Non siamo soli in questa melma, purtroppo però, mi viene da dire.

Ho visto e ascoltato storie che vorrei avere il coraggio di descrivere e di combattere ufficialmente per aiutare quante più persone, bambini sarebbe giusto aiutare.
Ma ne sono certa, scriverei “Una Gomorra kenyota” e dovrei poi vivere sotto scorta ogni volta mettessi un piede in Kenya e forse pure fuori.
La mentalità mafiosa non nasce in Italia e poi si espande, espatria all’estero e ce la copiano. No, la mafiosità è insita nell’animo umano, punto. Noi italiani abbiamo semplicemente trovato e dato una parola ad un lifestyle, chiamiamolo così.

Sono passati mesi stancamente lunghi con uno sgretolamento sistematico, traumatico e giornaliero della nostra, della mia, sciocca, infantile, fasulla consapevolezza su chi fossero queste persone.

Dico sempre che il Kenya mi ha tolto tanto, mi ha fatto invecchiare, mi ha tolto la freschezza, la poesia, l’amore dei quali ero ricca all’inizio per il paese e la popolazione.
Mi ha svuotato.
Il Kenya però mi ha dato anche tanto, mi ha fatto vedere la realtà delle cose e delle persone, mi ha aperto gli occhi sulla loro vera natura, mi ha “regalato” le storie orribili dei bambini che hanno risvegliato in me una più forte voglia di rivalsa e di giustizia, mi ha reso più matura e si spera anche più saggia.
Il Kenya mi ha anche quindi risvegliato.
Il risveglio non mi è piaciuto molto ma è così che doveva andare.

Una cara amica mi dice che sentendo queste cose, vivendo queste esperienze, il suo corpo le sta dicendo con mille dolori ovunque che non vuole vedere, sentire e vorrebbe decidere di andare avanti, “prescindendo dal proprio corpo” così da non soffrire.
“Prescindere:fare astrazione da ciò che non si ritiene rilevante –lasciando da parte, non considerando.”. Questa è la descrizione del verbo prescindere. Non si può prescindere quindi, credo, dal nostro corpo che manda segnali e neanche prescindere dalle persone e dai fatti che ci stanno intorno e che ci accadono.

Per tutto questo non ho scritto più su questo blog di una giovane donna sognatrice che non c’è più ma allo stesso tempo per tutto questo, ho deciso che questo ultimo post era dovuto anche se e soprattutto che “il sogno non c’è più”.

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Diani-10 novembre 2010 ore 23.45 ora locale(-2 ore in Italia)

Ce lo dicevano in tanti, prima che iniziassimo la nostra avventura quaggiù che aiutare la popolazione locale non sarebbe stato facile, né così scontato. In effetti i diversi commenti e considerazioni e raccomandazioni hanno più o meno trovato tutti rappresentazioni nei dati di fatti più che nelle opinioni nostre che volevano essere più ottimistiche delle premesse.

Aiutare non è semplice.
Questo però non lo è qui e credo in nessuna parte del mondo e per nessuna situazione o persona.

L’aiuto che uno vuole dare spesso non è quello che l’altro si aspetta e anche se ci si spiega tra le parti, spesso comunque una delle due parti rimarrà delusa.

Aiutare persone povere in difficili situazioni culturali generali ed economiche lo è ancora di più.

Lo vediamo da anni con il nostro paese, con il meridione, io sono per una parte meridionale d’origine e questo nostro paese l’ho girato e posso assicurare che effettivamente le discrepanze si sono sempre viste. Nonostante gli aiuti stanziati quando questi arrivavano erano sempre dati in mani sbagliate e forse(?)arrivavano anche decurtati rispetto alla partenza.

In ogni caso non è dell’Italia che volevo parlare anche se spesso mi ritrovo a fare parallelismi con la nostra condizione, la cultura, la mentalità e spesso ci trovo molto più simili di quanto vediamo o vorremmo vedere ed ammettere.

Aiutare le popolazioni diverse da noi non è sempre facile, soprattutto aiutarle attraverso enti, onlus, ong, organizzazioni mondiali che non sai mai davvero in che percentuale usino i tuoi soldi per la popolazione piuttosto che per farsi pubblicità, usarli nel marketing e viverci pure.

Così quando ti spingi direttamente in certi luoghi ti viene più spontaneo, o almeno per alcuni di noi, darti da fare e mettere mano al portafoglio.

In questi anni frequentando un po’ il Kenya, soprattutto un orfanotrofio ne abbiamo viste di tutti i colori e forme e devo dire che la poesia romantica di aiutare per il gusto puro di farlo insieme ed in gruppo ad altre persone magari sconosciute viene un po’ a mancare.

Come dicevo ne abbiamo viste tante, da i turisti che arrivano in pulmini, portati dalle guide a visitare l’orfanotrofio che scendono armati di macchine fotografiche e videocamere come se fossero ad un safari con soggetti umani, anziché animali. Quelli che scendono, si guardano attorno e cominciano ad elargire caramelle ai bambini, riprendendo e commentando ogni movimento del piccolo mentre scarta l’ennesima caramella del giorno. La sua faccia perplessa infatti non è perché non ha mai visto una caramella, quanto più perché non si spiega che ogni persona bianca che arriva deve dargliene una e non è contento finchè non la mette in bocca.
Ma vaglielo tu a spiegare al turista che non sono scimmie che scoprono i colorati bon bons.

C’è poi la signora armata di scatola di biscotti sotto il braccio che aiutata dalla figlia più piccola riunisce i bambini nella sala da pranzo e comincia a lanciare i micropacchetti ai bambini che dopo le prime perplessità si siedono composti e alzano a turno la mano per afferrare i 4 biscotti.
Mentre tu guardi la scena a bocca spalancata ti appare davanti la scena della tizia allo zoo mentre lancia arachidi incurante di un guardiano che scuote la testa sotto il cartello “non si deve dare cibo alle scimmie”.

Poi ci sono i ragazzotti e anche uomini sulla sessantina che arrivano si piazzano la bimba più bella del gruppo sulle ginocchia e fanno la foto ricordo senza nemmeno ricordarsi dopo 10 minuti come si chiamava, senza nemmeno aver chiesto come stava, da dove veniva, la sua storia.

A te, vengono i brividi di disgusto.

La gente viene qui, lancia biscotti, caramelle e filma e riprende tutto, fa la foto ricordo e se ne torna in albergo e poi a casa, pensando di aver fatto quello che poteva e di aver lasciato una buona impressione.

Ci sono anche quelli che più toccati nel profondo arrivano, vedono e in 3 minuti capiscono tutto e dopo 3 giorni si lanciano in immediate campagne per aiutare i bambini, tra gli amici in vacanza con loro, raccolgono i soldi e li donano al direttore, il quale ben contento gli porge una ricevuta e questi, sicuri della serietà si prodigano appena tornati in Italia a raccogliere fondi per costruire il nuovo padiglione, ristrutturare la cucina, comprare nuovi letti etc etc.
Spesso queste persone armate di tutta la buona volontà e fiducia nel prossimo, raccolgono davvero i soldi, li inviano e poi chiedono al direttore di ricevere informazioni che raramente riceveranno e ancor più raramente potranno verificare in futuro, perché con molta probabilità non torneranno più in quel paese.
Molti altri tornati dalle vacanze ci provano per un po’ poi desistono, presi anche da altri impegni e la vita che scorre frenetica e si dimenticano fino al prossimo viaggio dei bambini poveri di quell’orfanotrofio.

Noi con la nostra famiglia e un gruppo oramai allargato di amici, aiutiamo da tempo con diversi piccoli progetti anche un orfanotrofio vicino Malindi.
Perché abbiamo deciso di aiutarli? Perché siamo tra quelli di uno degli esempi, tornati in Italia abbiamo deciso di fare qualcosa di più ma con una variante. Abbiamo deciso di controllare personalmente quasi ogni fondo o sponsorship portata fisicamente al direttore.
Quindi una volta tornati abbiamo comprato direttamente merce che effettivamente serviva alla struttura, l’abbiamo fatta consegnare, mentre contemporaneamente la vecchia veniva rimossa e abbiamo fatto in modo che ogni piccola o media cifra donata venisse in 4 anni gestita, solo così e in nessun altro modo.
Ovviamente i soldi per le sponsorizzazioni, per le rette scolastiche non è stato possibile monitorarle ma venendo spesso in Kenya prima del nostro trasferimento abbiamo potuto notare che i bambini venivano effettivamente mandati a scuola e chi più e chi meno faceva progressi con l’inglese e non solo.
Ora tra i tanti “turisti degli orfanotrofi” ci sono anche personaggi che si lasciano facilmente trascinare in imprese grandiose di raccolta fondi dopo solo pochi giorni di conoscenza del paese, del luogo, delle persone e della cultura e soprattutto della struttura, queste persone si proiettano “in uno spot”, attrezzandosi in prima persona con siti web, brochure di presentazione, biglietti da visita, addirittura operazioni di marketing ad hoc con storie semi-vere e foto a forte impatto emotivo, conti bancari intestati a loro nome, etc etc  lanciandosi in crociate per questi bambini da lasciare molti a bocca aperta per l’entusiasmo dimostrato ma spesso per la fiducia spropositata che ripongono.

Accade spesso che i rappresentanti delle fondazioni serie, che gestiscono fondi e progetti sul posto, si chiedano e a volte indagano anche, per capire se questi individui siano del tutto ignari  dei rischi e credano ad ogni persona che mostri dei bambini sull’orlo della miseria, chiedendo loro soldi, o se invece siano mosse da altre leve, ovvio immaginare di che tipo e forma potrebbero essere queste, soprattutto in un paese come il Kenya.

In questo breve periodo di 4 anni sentendone e vedendone in prima persona molti di questi esempi di persone non proprio armate da buone intenzioni o comunque non sempre improntati con seria professionalità ed umanità, mentre molte altre tragicamente poi ingannate e deluse dall’esperienza di aver donato molti soldi con molta fiducia, senza poi averli visti di fatto mettere in pratica in opere e progettazioni promessi, abbiamo deciso di continuare i nostri micro-progetti investendo in prima persona, fondi, tempo e lavoro diretto per evitare che i soldi donati venissero dirottati verso altri scopi.
Com’è stato per il progetto “0” del dormitorio con le balle di paglia. Questo progetto è stato inizialmente finanziato totalmente da noi e la nostra famiglia e da qualche amico e poi piano piano si sono aggiunti altri amici che hanno così ridotto il nostro contributo, aiutandoci anche nella realizzazione concreta. Questo progetto doveva servire soprattutto per provare a portare una nuova-vecchia tecnica di costruzione, molto utile da imparare per la comunità locale perché usa di base gli stessi materiali che loro già conoscono(terra, argilla, calce, legno e paglia), la stessa modalità di autocostruzione(di solito si riuniscono tra parenti e amici e costruiscono una stanza alla volta), inoltre il basso impatto economico ed ambientale ma l’enorme differenza era portare abilità nuove per far durare la casa, la struttura molto più a lungo che le loro normali case fatte di fango, sassi e legni legati fra loro, le quali dopo 2 o massimo 4 stagioni delle piogge crollano miseramente.

Il progetto “0” significa che siamo partiti per fare una prova con la comunità locale che in parte è stata compresa e in buona parte ha permesso a noi di comprendere come avanzare per migliorare approcci e metodologia con una cultura totalmente diversa dalla nostra.
Qui infatti sono emerse le evidenze di diversità per le quali amici e conoscenti che frequentano il Kenya da tempo ci avevano messo in guardia.
La cultura keniota soprattutto sulla costa è impregnata di una mentalità di assistenzialismo, dove il bianco, il ricco arriva e da soldi. Punto.
Senza chiedersi a cosa servano davvero, senza chiedere se servono davvero quelli o se invece serve un macchinario, magari per aumentare destrezze e produttività.
O ancora se serve una tecnica per aumentare professionalità e cultura o se serve magari sì, un aiuto economico ma gestito diversamente per fargli costruire per esempio un pozzo e intanto imparare a farlo, per poi rendere indipendenti delle persone.
Magari anche insegnando loro a crearsi un orto così da rendersi autonome in buona parte.
No, il bianco è visto come un bancomat. Lui arriva, io tendo la mano e i soldi spuntano dalle tasche.
Questo poi purtroppo è rafforzato da un effettivo atteggiamento diffuso in molti occidentali.

Le persone di qui, quelle più colte, più intelligenti, più sensibili e più desiderose di emancipazione e cultura ce lo dicono da anni: teneteli i soldi e aiutateci a crescere, gestite voi i soldi insegnandoci a farlo, non date soldi ad un africano non li userà per quello che davvero dice di voler comprare ma li spenderà per altri stupidi scopi.
Questa è la tiritera che se ti fermi a parlare con un certo tipo di gente e soprattutto con i missionari religiosi e laici ma non solo, ti sentirai ripetere fino alla nausea.

Noi quindi abbiamo applicato questa tecnica quasi alla lettera e si potrà capire quindi, quante difficoltà abbiamo incontrato sul nostro percorso, ovviamente, e ce lo aspettavamo anche se non così tante, dai locali, che si sono prima stupiti, poi risentiti e poi di nuovo stupiti dell’assenza da parte nostra di elargire soldi da far gestire a loro per comprare i materiali o peggio per pagare persone non professionalmente valide per svolgere un compito che era svolto da un vero professionista oltretutto volontario ma cosa ancora più assurda e più sconvolgente, abbiamo incontrato anche alcuni nostri connazionali, veramente risentiti dalle nostre raccomandazioni.
Queste care persone, purtroppo ancor più ignoranti(dal verbo:ignorare, significato:colui che ignora che non conosce), dei sottoscritti, sulle culture  e sulle mentalità del luogo, perché alla loro prima esperienza, hanno rifiutato in maniera ferma e sicura gli esempi non proprio edificanti, vissuti da altri concittadini che abbiamo citato loro ma non solo, hanno deciso di donare ed inviare denaro frusciante a cascata su progetti ancora campati per aria e senza il minimo controllo e ci siamo sentiti anche aspramente criticati per la nostra malafede.
Che dire…dare fiducia è difficile e veramente difficile, riporla anche e a volte poi si viene così tanto confusi dalle emozioni e dalle spinte caratteriali da farci prendere vie più impervie.
Ma si sa che ognuno di noi deve fare l’esperienza che più gli serve per comprendere appieno come comportarsi e proseguire.
Noi ci sentiamo di dire a chiunque abbia avuto una brutta esperienza in merito a donazioni di non perdere la fiducia, di provare a continuare ad aiutare, di farlo magari se si può personalmente o attraverso persone che conoscete.
Nonostante le delusioni anche da noi subite in diverse situazioni non ci stiamo arrendendo anche se a volte lo sconforto arriva, perché capiamo che è solo attraverso gli errori che si cresce e si comprende meglio noi stessi e la vita.

Aiutare col cuore e riuscirlo a fare senza rimanere delusi da aspettative mancate insieme alla fiducia ben riposta sono la cosa più bella da provare, quindi nonostante le difficoltà, gli errori e i dubbi che si possono incontrare in un progetto piccolo o grande che sia, non molleremo perché il risultato finale è quello che davvero conta e non gli incidenti sul percorso.

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Diani – Kenya , ora locale 20.09 (-1 ora in Italia)

Non so bene da dove cominciare i pensieri e le parole si confondo, accavallandosi…parto quindi per natura o forse in realtà per mia deformazione professionale dai conti:
Dal conto economico visibile in allegato nelle note posso riassumere che la prima costruzione, ovvero il primo dormitorio per l’orfanotrofio LeaMwana (ma sono state create anche le fondamenta del secondo dormitorio), è costata comprensiva di tutto, incluso alcuni costi di ricerca e spedizione e soprattutto il costo del reperimento dell’attrezzatura un totale di € 6.199 .
Il dormitorio misura 6 per 8 metri interni(7 x 9 esterni) ed ha un’altezza minima di 2,60 e massima 2,80. E’ stato completato fino al soffitto realizzato in canne di bambù ed è stata intonacata in terra cruda e paglia.
Le donazioni raccolte per i costi sostenuti sono state ad oggi di € 6.130 (vedi lista in allegato con nominativi ed importi).
La maggior parte del lavoro è stato effettuato con contributo volontario da parte dei locali: Ibrahim, i fratelli Ken e Ben, Charles e Mwangi, da parte dei corsisti arrivati dall’Italia, ovviamente da parte della mia famiglia, ovvero da parte mia, di mio marito, dei miei suoceri e di mia madre.
Enorme contributo ci è stato dato dall’Hotel Melinde nella persona di Eloisa Minoprio la quale anche con la sua famiglia ha anche contribuito economicamente al progetto. Altrettanto indispensabile e prezioso aiuto e contributo ci è stato fornito dal mitico signor Gordon proprietario del bar-ristorante TICS a poche centinaia di metri dal luogo dell’orfanotrofio.
Vari ringraziamenti anche ai cari guidatori di tuc tuc, Mike-Maina, Wachira, Dankan e Mohamed senza i quali non saremmo riusciti a trasportare sani e salvi e in tempo i volontari, i corsisti e a volte anche i materiali!!!
Ora nel concreto cosa manca e a dopo i più approfonditi ringraziamenti….
Ad oggi servirebbe finire :
>l’intonacatura con altra terra cruda e l’unico costo sarebbe degli operai (4 persone per 1 settimana 350scellini al giorno l’uno), l’acqua per mescolare la terra (circa 50 taniche a 5 scellini l’una);
> ultima mano con calce(circa 5 sacchi a 2500scellini l’uno) con relativi operai (idem come sopra per gli operai);
>copertura soffitto in lamiera (lunghe 3 metri larghe 1,5 ce ne vogliono almeno 24 pezzi ad un costo di circa 1900scellini l’una), minuteria come viti ed etc per fissarle ed operai specializzati(4 operai, montaggio in 5 giorni ad un costo di circa 450 scellini al giorno a persona);
>Pali di sostegno per lamiera e per ricreare piccolo porticato a sostegno della lamiera che fuoriesce dai muri (circa 25 pali, un costo approssimativo di 9000 scellini);
>Porta e telaio con serratura e chiavistelli di sicurezza interno ed esterno (7000scellini);
>2 telai e finestre con sbarre (3500 scellini cad);
>telai e zanzariere per finestre e spazi rimasti liberi sotto il tetto (4000 scellini circa).
>Pavimentazione da definire successivamente
>Impianto elettrico da definire successivamente
>Varie ed eventuali da capire successivamente.
Questo per completare definitivamente il primo dormitorio che accoglierà 8 letti a castello per un totale quindi di 16 bambini.

I direttori del Lea Mwana si stanno impegnando a raccogliere i fondi per completare questo dormitorio e poi continuare la costruzione, per ora di sicuro c’è che se riuscissimo a dare ancora una mano a questi bambini, raccogliendo personalmente i fondi e amministrandoli come fatto finora e poi organizzando i lavori con persone fidate, saremmo certi della riuscita e delle tempistiche.


Infatti in soli 3 mesi siamo riusciti ad organizzare molte cose, dal trovare la materia prima, ovvero le balle di paglia e farle trasportare qui e non è stata cosa facile come si può credere, trovare dei volontari, cosa altrettanto non semplice qui in Kenya, fino a portare dall’Italia grazie a Stefano Soldati, docente costruttore specializzato in balle di paglia che ha organizzato due gruppi di lavoro eccezionali, a Siria dell’agenzia Orobica viaggi che ha gestito per molti di loro i voli e non solo. Poi siamo riusciti ad avere preziosi aiuti da molti come Mariangela, mitica ingegnera, sì con la A e se si potesse pure maiuscola, che ha dovuto creare un progetto basandosi su miei vaneggiamenti dati dall’ignoranza in architettura e dal caldo equatoriale e dallo sfibramento dell’ ”architetto” locale che aveva realizzato un progetto di dormitorio senza porte, nel senso che non si sapeva da dove far entrare i bambini…non c’è da ridere è la verità, ho le prove! A Jason Brayda che senza conoscerci da Nairobi si è fiondato sulla costa più volte per aiutarci e districarci in cose per molti banali che per noi erano come trattare di astrofisica…tipo fare delle fondamenta.
Fino ad arrivare agli sponsors, piccoli, medi e grandi, persone singole, gruppi di amici, anonimi e realtà locali che hanno donato soldi, materiali e non solo, ci hanno donato fiducia ed ottimismo!
Un dono enorme, che ci ha permesso di tirare fuori forza e grinta per continuare in questa impresa che per molti può essere sembrata piccola ma posso assicurare che è stata titanica.
Come molti sanno non siamo del mestiere e mettersi a costruire non è una cosa da poco se si tratta poi di un dormitorio per dei piccoli di un orfanotrofio la cosa si fa ancora più grande. Eppure ce l’abbiamo fatta e questo grazie a tutti quelli che ho messo in elenco nel file del conto economico.
Spero di non aver dimenticato nessuno e di essere stata precisa nella spiegazione delle diverse donazioni, se così non fosse perdonatemi e scrivetemi e provvederò a correggere!!!
Devo però ringraziare per questo progetto anche le avversità avute, le persone che ce l’hanno gufata, tanto per parlare semplice e per quelle che hanno sparlato dicendo che eravamo ridicoli e non ce l’avremmo fatta o che peggio, ci stavamo guadagnando!
Bene, grazie anche a loro, se con l’ottimismo e la fiducia abbiamo tirato fuori forza e grinta, beh con questi ultimi abbiamo tirato fuori le palle, sempre per parlare semplice e la mia natura di mettere tutto per iscritto ci è andata a nozze nell’elencare maniacalmente tutto, ogni singola spesa anche di 5 scellini.
Ed ecco per tutti il resoconto dettagliato delle uscite e delle entrate!
Grazie a tutti voi, nessuno escluso, perché ci avete reso più forti e determinati ma soprattutto consapevoli dei propri limiti ma ancora di più delle proprie potenzialità.
Ringrazio ovviamente anche mio marito, adorabile, instancabile, forte e delicato uomo che mi sopporta e che mi rende così sicura di fare tutto, “solo” perché so che lui mi sostiene, sempre.
Grazie, grazie, grazie ed ora, infine come ultimo inchino, ringrazio anche il Signore, perché in tutta questa bellissima avventura ho riscoperto anche la fede.
Grazie!

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I bambini del LeaMwana-Children of LeaMwana

Costruire con la tecnica delle balle di Paglia-Building with the strawbales technique

Perché usare le balle di paglia?

Per diversi, tanti motivi che qui di seguito elencherò, ma solo dopo una breve introduzione sull’origine di questo metodo.

Costruire con le balle di paglia è una tecnica nuova, anche se antica che risale ai pionieri di fine novecento in America, i quali, sprovvisti di legname, mattoni e cemento, dovettero adattarsi a costruire i muri delle case con le balle di paglia.
Si accorsero ben presto che queste case isolavano dal freddo, dal caldo e anche dal rumore. Man mano nei secoli la tecnica è stata migliorata, regalando case solide e durevoli. Difatti dopo diverse generazioni, esistono ancora case, costruite con questa tecnica perfettamente funzionanti ed abitate.
Le domande ed i dubbi possono essere mille per chi legge la prima volta sull’utilizzo di questo materiale, ma per ogni domanda o dubbio, esiste una risposta e non solo teorica ma concreta e visibile nelle molte case costruite con questa tecnica in ogni parte del mondo.
Le case, erette correttamente, possono durare per secoli, certamente serve una buona ed ordinaria manutenzione come ovviamente vale per ogni tipo di costruzione!
Le forme da dare a queste case possono essere molteplici. Case dall’aspetto fiabesco come quelle irlandesi o scozzesi, con i tetti di paglia, o quelle in stile britannico con i muri bianchi attraversate dalle travi di legno scuro con il tetto in tegole grigie, fino ad arrivare a forme tonde, bombate, fantasiose con dei giardini sui tetti, o ancora dal gusto etnico con tetti bassi e piatti, oppure ancora in stile molto asciutto dai tetti spioventi ed alti tipicamente nordici o ancora dall’aspetto tradizionale mediterraneo, insomma anche dall’aspetto classico.

Leamwana e il nuovo orfanotrofio-The new Orphanage LeaMwana

Costruire ecologico-Ecologic building

Nel dettaglio, il perché usare le balle di paglia?

RISPARMIO
Il grano esiste in abbondanza in quasi ogni paese e parte del mondo. Da Nord a sud, da est a ovest della terra, si possono trovare campi di grano e dopo la mietitura rimangono sui campi le balle di paglia. Queste sono, di fatto un materiale di scarto e solitamente vengono usate per le stalle, in generale per gli animali e quindi hanno un prezzo molto basso. – Le balle di paglia ci sono in abbondanza e costano poco.
Il rivestimento dei muri con le balle di paglia, è una mistura di calce spenta, argilla, sabbia e paglia, che stesi in diversi strati rendono le case fresche d’estate e calde d’inverno. – Le case con le balle di paglia sono economiche, perchè significa risparmiare anche per il riscaldamento e il raffreddamento delle abitazioni.

SICUREZZA
Gli spessi muri di queste case regalano silenzio ed un ambiente ovattato. Grazie all’utilizzo di materiali naturali, visto che non si utilizzano, né vernici, né sostanze chimiche e tossiche per la salute, i muri respirano, rendendo l’aria sana e anti-allergica. – In queste case quindi non si annida umidità e aria malsana, sono più sane delle case tradizionali.
Le balle di paglia, rivestite opportunamente con la mistura di calce e argilla, resistono agli incendi più a lungo che le normali case in cemento; questo non viene detto “tanto per dire” dagli ingegneri e architetti che si occupano di edilizia in paglia in tutto il mondo ma è dimostrabile dagli esperimenti e test del fuoco, realizzati un po’ ovunque in Europa, i quali sono ufficiali e visibili con certificazioni e filmati. – Le balle di paglia, quindi sono sicure anche contro gli incendi.

ECOLOGIA
Le balle di paglia e tutti i materiali utilizzati per completarla sono naturali e non inquinanti. Se demolite, queste case non deturpano irrimediabilmente la Terra con gli scarti, tutto torna alla natura, tutto è smaltibile e nulla rimane ad inquinare dopo il nostro passaggio. – Le balle di paglia quindi sono eco-friendly.
Queste case sono solide ma leggere e ci si può permettere di costruirle su fondamenta differenti, utilizzando per esempio, al posto dei pilastri in cemento, dei copertoni di camion e gomme d’auto esausti. Questi materiali, insieme alla ghiaia, oltre ad essere riciclati ed economici, grazie anche alla leggerezza degli edifici, creano fondamenta elastiche e quindi case antisismiche. – Le balle di paglia e le fondamenta di copertoni esausti regalano case sane, ecologiche e sicure anche contro i terremoti.

ECONOMIA
Imparare a costruire queste case è più facile e rapido di quanto si creda, o possa pensare. Si possono seguire dei corsi in campo d’opera, ovvero in un cantiere per una casa, per la quale si organizzano dei gruppi di lavoro. Si va fisicamente a costruire, con le proprie mani una parte di un edificio, in giro per l’Italia o per il mondo ed esistono molti corsi ed esempi, già realizzati con enorme successo. I corsi possono durare da pochi giorni, per avere un primo approccio, oppure prolungarsi fino al completamento di una stanza, fino al tetto. Persone comuni, senza alcuna esperienza possono imparare a costruirsi da sé la propria abitazione e con l’aiuto di volontari ed amici si possono vedere i risultati per la propria casa dopo soli pochi giorni. Costruire questo tipo di casa è quindi possibile con l’auto-costruzione e con l’utilizzo minore di mano d’opera. – Questa tecnica permette quindi di economizzare su costi altrimenti molto elevati, perché affidati unicamente ad altri.

SOCIALMENTE SOSTENIBILE
Portare questa tecnica in Africa, per ora in Kenya, significherebbe tantissimo per diverse ragioni. Prima di tutto, grazie al materiale usato, ovvero la balla di paglia, essendo questa leggera, significa poter coinvolgere anche le donne, le quali possono partecipare per la gran parte della costruzione. In un paese come l’Africa, dove le donne sono in forte numero ma spesso senza un vero lavoro, significa poter dare forza e soprattutto know-how anche a loro. Perfino gli anziani e i bambini possono partecipare in alcuni dei passaggi, come per esempio l’intonacatura e l’eventuale decorazione dei muri e dei pavimenti. Le famiglie allargate e le ampie comunità locali potrebbero unirsi quindi per costruire insieme i propri villaggi. – Con questa tecnica potrebbero avere case migliori, perché solide, sane, durature, con un impatto ecologico minimo ed ovviamente con dei costi per i materiali bassissimi e di mano d’opera esperta pari a zero.

Ecco svelati i perché!

Per tutte queste ragioni, mio marito, la mia famiglia ed io, come singoli individui, senza alcuna ong o onlus alle spalle, con la sola collaborazione dell’associazione La Boa e dell’associazione EDILPAGLIA Italia, nella persona del suo presidente Stefano Soldati, inizieremo ad agosto il primo corso sul cantiere per il nuovo edificio dell’orfanotrofio, LeaMwana a Malindi, Kenya, il quale è interamente gestito ed amministrato da persone locali da oltre 4 anni.

Questo progetto dell’orfanotrofio LeaMwana, costruito con le Balle di Paglia, potrà essere il primo esempio, di una lunga serie, perché i diversi gruppi di volontari e corsisti, che verranno da Europa, Italia e soprattutto volontari del posto, dimostreranno che è possibile, tutti insieme imparare a costruire case, con un materiale povero, economico ma ecologico, grazie ad una tecnica valida ed utile soprattutto per la comunità locale.

Risultati ottenuti e da ottenere:

Ad oggi siamo riusciti a raggruppare 15 volontari kenyoti, i quali doneranno 15 giorni del loro tempo, rinunciando a lavorare, quindi a guadagnare e questo è uno sforzo enorme ed ammirevole per la realtà qui del posto. Queste persone, insieme ai corsisti impareranno a costruire le fondamenta, con i pneumatici ed una stanza 6 metri per 6, dal pavimento al tetto.

Il lavoro è ancora tanto da fare, i materiali si stanno recuperando, soprattutto abbiamo finalmente trovato nel nord del Kenya, a Navaisha ed Eldoret, diverse fattorie disposte a venderci a prezzi bassi le balle di paglia.
Il direttore dell’orfanotrofio sta cercando donazioni ed offerte da parte dei locali e soprattutto altri volontari per poter proseguire, successivamente ai corsi, l’ultimazione dell’orfanotrofio. Si sta insomma cercando di fare tutto con i fondi dell’orfanotrofio, piccole nostre donazioni e offerte locali.

Serviranno in ogni caso degli aiuti economici per sponsorizzare il trasporto delle balle di paglia, dal nord alla costa che sarà l’unica voce un po’ più costosa nel bilancio dei materiali.

Contiamo di trovare degli sponsor, magari attinenti al progetto eco-sostenibile che vogliano supportare oltre che l’ultimazione di questa struttura, l’inizio di altre strutture utili per la comunità.
Con lo sviluppo di questi corsi per questa tecnica, si potranno infatti creare, oltre a tutti i vantaggi sopra elencati, anche nuove identità di occupazione, ovvero nuovi lavori!

Questi quindi sono i molti motivi per i quali sto promuovendo la tecnica delle balle di paglia e confido in chi legge che capisca e che ci aiuti a diffondere questo nostro progetto e chissà, magari ci aiuti anche diventando uno dei tanti piccoli sponsor che stiamo già raccogliendo.

Per ulteriori informazioni e approfondimenti :
libro “Costruire con le balle di paglia” di Barbara Jones
siti web: http://www.laboa.org e http://www.edilpaglia.it

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