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Posts Tagged ‘adozioni’

Malindi 15 luglio 2010 ore 21. 47 ora locale (Italia -1 ora per via dell’ora solare)
Emmanuel solo 10 anni
Emmanuel ha  10 anni, è magrolino ma dinamico e forte. Ama fare karaté come suo papà. Ha il mito di Bruce Lee e con l’aiuto di Paolo, mio marito, sta imparando a far roteare un bastoncino di bambù come si fa con i “nunchaku” e qualche nozione base di difesa personale. Mentre si allena è molto fiero di sé, concentrato e serio con lo sguardo fisso verso Paolo, mentre svolge i movimenti lenti.
A prima vista in mezzo ai tanti non lo noti, 35 bambini sono tanti, ancora dopo 4 anni e passa, di frequentazione con questo gruppo allegro e chiassoso, facciamo fatica a ricordarci i nomi di tutti.
In passato qualche notizia su qualcuno di loro la abbiamo ricevuta da Christopher ma  in mezzo a tante tristi storie, la similitudine di destino di molti di loro, te li fa confondere : “la mamma è morta, non ha il padre”, “era malato è morto”, “aveva l’aids”, “beveva”, ”era una prostituta”, “la nonna è troppo vecchia per occuparsene”, “è finito in carcere il suo unico genitore e non ha nessuno a casa che si occupi di lui”, insomma in questo desolato elenco si faceva fatica a ricordarsi il passato di tutti.
Ma in questi giorni mi sto mettendo a fianco uno di loro a turno per scrivere qualcosa su le loro vite e sto imparando a conoscerli meglio. Allora a fatica con alcuni di questi, iniziamo scrivendo la loro età, cosa amano studiare, il loro piatto preferito, come vanno a scuola, cosa vorrebbero fare da grandi, quanto tempo fa sono arrivati al Leamwana.
Piano, piano ci avviciniamo ai ricordi, al momento di quando si sono separati dalle famiglie. “Cosa provavi?” Qualcuno si ricorda, qualcuno no, qualcuno dice che era felice da subito, qualcuno invece dice che è felice ora, sottintende che all’epoca non lo era, mi chiedo io?
Con molti bisogna ripetere con calma e dolcezza le domande più volte, ancora dopo 4 anni che ci conoscono e molti mesi che li frequentiamo assiduamente, si vergognano, un po’ per carattere e un po’ per educazione, sono poco abituati a parlare di sé e soprattutto credo con un muzungu(bianco).
Invece con pochi altri ma soprattutto con Emmanuel, semmai si ha la situazione opposta.
Lui è un fiume in piena, parla, si spiega, ricorda. Che piacere, pensavo ieri, mentre parlava con emozione e con la voce carica di dolcezza di come si ricordava di sua madre e di come lo amasse molto. Mi ha raccontato un pezzo della sua vita, dei suoi ricordi. Di sua madre e di suo padre, fiero, mi spiega che lavorava per la compagnia dell’elettricità ma che ora non lavora più. “Non si può occupare più di me e anche mia nonna è troppo anziana!”. Semplice e diretto spiega che quindi è arrivato qui ma si è subito trovato bene, perché mangia regolarmente e dorme in un letto anche se lo deve dividere con un altro bambino ma soprattutto e ci tiene a sottolinearmelo, qui gli danno la possibilità di studiare come amava fare suo padre e lui vuole studiare tanto per diventare un soldato.
Mamma mia, penso io, spero proprio di no! Provo a chiedergli “come mai pensi a questo lavoro, per le armi forse?Ti piace giocare  alla guerra?” “No, assolutamente ma io voglio servire il mondo se ce ne fosse bisogno!”.
Il tempo di tornare a casa è arrivato allora lo ringrazio e gli dico che continueremo domani. Lui è felice, perché a potuto dirmi tante cose e me lo dice pure.
Oggi quindi quando sono arrivata e mi sono seduta iniziando a scrivere con una delle bambine e a rispondere con dei bambini a qualche mail dei loro sponsor tra i miei amici, vedevo che mi ronzava intorno e spesso mi faceva domande o mi correggeva mentre scrivevo. Così dopo aver finito alcune cose e visto che rimaneva ancora vicino a me abbiamo ricominciato a parlare. Siamo partiti da Paolo, mi ha chiesto “dove va tutti i pomeriggi?” e così gli ho spiegato che lui non è stato fortunato quando era più piccolo e non ha potuto studiare le lingue e quindi ora gli tocca imparare con più fatica. Così lui mi dice che sa di essere fortunato perché al Leamwana può studiare cosa che a casa non gli sarebbe stato possibile fare.
“Sai Emmanuel è molto bello quello che dici, hai avuto una vita un po’ difficile, è vero ma i problemi possono essere occasioni per capire delle cose della vita e anche se hai vissuto cose brutte ce ne sono altre per le quali puoi considerarti comunque fortunato!”. “Sì ringrazio Dio” mi dice e da quel pensiero, come un fiume in piena mi ha raccontato i tasselli sulla sua vita che mi mancavano.
Prima che morisse sua mamma avevano una bella casetta, anche se di fango e pietre e mangiavano bene ma i vicini gelosi li hanno denunciati alla polizia raccontando bugie e cose brutte su di loro. Si ricorda che sono arrivati i poliziotti e gliel’ hanno distrutta, buttandola giù. Suo fratello ha cercato di impedire lo scempio, il padre non c’ era, così lui e sua mamma sono dovuti scappare nella foresta, mentre suo fratello è fuggito lontano. Quando, finalmente il padre li ha ritrovati li ha fatti rimanere nascosti anche se non ha mai saputo perché e così lui ha perso diversi mesi di scuola.
Molto probabilmente l’intervento della polizia era stato scatenato da lotte di pulizia etnica tra tribù, le quali spesso sono successe e forse ancora accadono in certe parti del paese, senza che nessuno lo sappia.
Dopo che si erano nuovamente riuniti, non era ancora momento di stare tranquilli, il fratello, il quale era tornato dopo molto tempo, probabilmente dopo molti mesi, avendo frequentato brutte compagnie, “si era trasformato in un diavolo”. Così dice lui spalancando gli occhi, “era drogato?” gli chiedo io e lui annuisce. In un altro soffio mi dice che suo fratello ha cercato di ucciderlo e che lui se lo ricorda molto bene mentre è stato salvato dalla madre e solo per fortuna. Il padre tornato a casa e scoperta la malefatta ha cacciato quindi l’altro suo figlio, il fratello Caino.
Sembrerebbe già tanto per un bambino ma si vede che la vita anche per lui ha deciso di accanirsi. Sopo poco, una caduta massi da una collina travolge delle persone, tra le quali c’e anche sua madre, dopo una lunga malattia, forse un coma, gli viene così portata via l’amata mamma.
Il padre rimasto solo, con un lavoro che lo porta spesso lontano e senza poterlo affidare a nessuno, decide di trasferirsi dalla nonna . Il destino non è ancora soddisfatto abbastanza e così poco dopo, un incidente sul lavoro rende il padre di Emmanuel invalido tanto che è destinato ad usare le stampelle a vita. Così è stato deciso, per il bene del bambino di portarlo al LeaMwana per essere accudito e seguito con cura, dove i pasti sono garantiti, la scuola privata è una realtà e la vita per lui si auspica migliore che se fosse rimasto a vivere a casa con il padre oramai senza lavoro e senza soldi.
A questo punto del racconto, il suo respiro si era fatto corto e il petto si alzava e abbassava velocemente, i suoi occhi hanno cominciato a riempirsi di lacrime e a quel punto me lo sono tirato vicino e l’ho abbracciato forte. L’ho coccolato come si fa con i bambini piccoli e l’ho cullato e gli ho detto che poteva piangere e liberarsi. Così è stato.
Poi gli ho sussurrato che è fortunato, perché sarà un uomo forte e buono e potrà aiutare gli altri, perché sa cosa sia la dura vita ma sa anche che ha avuto la fortuna di incontrare persone che si occuperanno di lui e che gli vogliono bene.
Emmanuel ha solo 10 anni e una vita dura ed intensa alle spalle.
Ma per esperienza diretta so per certo che ce la farà.

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Kim ha 11 anni e frequenta la 5°. È stato affidato alle cure del Lea Mwana per i gravi problemi di denaro in cui versava la mamma, che non le consentivano di provvedere al suo sostentamento. Ha solo lei ed in un anno è riuscita a vederla solo una volta a causa della grande distanza. A Kim piace stare al Lea Mwana, perché si rende conto che qui può studiare in maniera adeguata: le sue materie preferite ? Scienze e matematica. Gli piace studiare molto perché animato da un senso di patriottismo nei confronti della sua terra. Parla molto bene e conosce approfonditamente la storia della sua nazione; è molto sveglio e spero (commento personale) che possa diventare un maestro.
I suoi cibi preferiti sono ugali (per l’energia), pesce (per la struttura corporea) e banane (perché protettive). I commenti tra parentesi sono le motivazioni da lui stesso date. Gli piace il ballo doping-dancing stile Michael Jackson.

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Malindi-Muyeye 13 luglio 2010

Prima che aprisse LeaMwana, Carolyn arrivò nella famiglia di Agnes e Christopher; aveva solo 7 anni. Perse il padre per un incidente d’auto che era molto piccola; sua madre essendo molto giovane e con un altro figlio non poteva occuparsi di lei e quindi la diede alle cure di Agnes e suo marito. Nel frattempo suo fratel…lo morì per malattia e sua madre incominciò a bere e le cose andarono peggiorando così che Carolyn restò al LeaMwana (che nel frattempo avevano aperto la struttura). Sfortunatamente questa settimana sua madre è morta per malattia. Così Carolyn ora è sola completamente. E’ una bella ragazza di 13 anni è responsabile con gli altri bambini più piccoli, ama studiare ed ovviamente è una brava scolara tanto che vorrebbe diventare un dottore per aiutare gli altri.
A febbraio 2011 andrà al liceo, una scuola più cara rispetto alle medie, il costo annuo per la retta della scuola sarà di 500€. Più persone e famiglie potrebbero diventare insieme sponsor per i suoi studi, donando 100€ a famiglia per un anno.

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Malindi 18 maggio 2010 ore 11.20 ora locale (Italia -1 ora per via dell’ora solare)

Manrani Club

Albert, Amani, Nassib

I ragazzi del LeaMwana hanno ricominciato la scuola, qui studiano per 3 mesi e poi si fermano per un mese, quindi in aprile, il mese di vacanza è passato troppo velocemente. Finalmente siamo in una nuova casa (sì, è la quarta in solo 4 mesi ma spero che per un po’ rimarrà la stessa) che ha una piscina ma dal sei d’aprile quando siamo entrati, siamo riusciti ad averla funzionante solo dopo un mese e mezzo ma qui si sa le cose possono andare molto a rilento. Basta una pioggia improvvisa e tutto si blocca o viene rinviato ad una non ben precisata data – qui per altro le piogge sono sempre improvvise, dato che non esiste l’abitudine della ricerca e controllo su internet o sui giornali o con il televideo o ancora attraverso i telegiornali delle previsioni del tempo del giorno dopo! Quindi ci sta che il pittore che deve rinnovare la verniciatura alla piscina decide malauguratamente di programmare il lavoro nella settimana sfortunata e a te ti tocca aspettare senza alcuna garanzia di un termine. – Quindi passata la vacanza dei ragazzi senza piscina a disposizione, li abbiamo portati a Kilifi, nell’ultima calma è un po’ noiosa domenica prima del rientro a scuola, quasi come un premio di consolazione, in un bellissimo resort a picco sul mare dotato di una stupenda piscina panoramica, dove godersi una giornata di sole e sperimentare qualche lezione semi seria di nuoto. Diciamo che prima di chiamare nuoto quegli annaspamenti ci vorranno molte altre domeniche e molti esercizi sulla fiducia del galleggiamento del proprio corpo.
Durante questa domenica è stato bellissimo vedere come i due piccolini, Nassib e Albert fossero più spontanei e ridessero di pancia e di cuore mentre li lanciavamo in acrobatici tuffi nella piscina, altrettanto toccante è stato vedere gli occhi profondi di Amani, mentre immerso fino al mento nell’acqua scrutava l’orizzonte mozzafiato della baia e si interrogava sul suo futuro. Questo ragazzino dagli occhi stupendi ha una storia alle spalle che non vuole raccontare ma che gli si legge nello sguardo, poi quando si sente osservato, distoglie la concentrazione da pensieri oscuri e torna a guardarti imbarazzato ma sorridente. Gli chiedo spesso “a cosa pensi!?” ma lui mi risponde “ a niente…” sorridendo, sapendo che so che non è vero. E’ un discorso questo che abbiamo affrontato diverse volte anche se toccandolo appena. Parlare con questi ragazzi dei loro ricordi e delle loro sofferenze è come uno strusciarsi di due barche che si toccano nello sciabordio delle onde, li colpisci con un colpetto deciso, ti ci avvicini, quasi ti accosti fianco a fianco ma è solo per un attimo, poi si allontanano nuovamente e ti guardano da lontano.
Ma sono sicura che le parole i discorsi arrivano e piano piano si apriranno con noi o con qualcun altro, l’importante è fargli capire che c’è qualcuno che li vuole ascoltare ed accogliere se e quando loro vorranno.
Lasciato da parte il nuoto e le confidenze che non davano i frutti sperati, siamo andati a mangiare al mitico buffet, strabordante di ogni ben di dio, i bambini non sapevano più dove guardarsi e rimanevano imbarazzati fermi con i loro piatti in mano indecisi se avvicinarsi ai cuochi vestiti nelle loro candide divise con i berretti alti sulla testa, gli dovevano parere dei maestosi uccelli appollaiati a  guardia di tavole riccamente imbandite come penne alte e ritte sulla testa.
Amani spingeva delicatamente Nassib e Albert, come al solito come un fratello maggiore, e sorrideva sotto i baffi vedendo i più piccoli con le bocche spalancate e gli occhi strabuzzati di fuori e le mani a mezz’aria indecisi sul da farsi, Paolo li chiamava a sé mentre cercava di mostragli e spiegargli che dovevano servirsi da soli e io da lontano mi gustavo la scena assorta in quella strana danza di passi in avanti ed indietro dei quattro improvvisati ballerini.
A  rompere gli indugi e a far cambiare scenografia alla scena sono intervenuti i cuochi che usciti da dietro le loro postazioni si sono dolcemente avvicinati e piegati sui piccoli aiutandoli con i piatti e nelle loro descrizioni. In un attimo hanno preso anche troppa dimestichezza con il buffet, riempiendosi i piatti di ogni cibo e di quantità di sicuro al di sopra della capacità delle loro pance.
Un’esperienza anche riuscire a stare a tavola composti ed utilizzare tutte le posate presenti, non limitandosi al cucchiaio e alle mani.
Dopo qualche approccio alla forchetta come se fosse un punteruolo e diversi tentativi di brandire il coltello come un’ascia, piano, piano verso la fine del pasto le mani si chiudevano meno violentemente sulle posate, riuscendole ad utilizzarle,credo anche senza crampi. Le facce soddisfatte per l’impresa appena superata e per le pance stracolme erano da fotografia ma mi sembrava irriguardoso tirare fuori la macchina digitale per immortalare le loro facce, erano talmente belle che mi rimarranno sempre impresse.

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Malindi – 24 febbraio 2010 ore 08-27 ora locale ( – 2 ore in Italia)

La storia del Lea Mwana (in kiswahili significa: “prendersi cura dei bambini”)

L’orfanotrofio Lea Mwana – Children Center Care è una struttura per l’assistenza di orfani, che si trova a Malindi-Kenya per l’esattezza nel “quartiere” Mujeje, attualmente presenti sono 35 bambini orfani o con genitori che non possono occuparsi di loro, perché malati terminali o carcerati o semplicemente non interessati ad occuparsi di un ulteriore bocca da sfamare. Lea Mwana nasce nel 2006 grazie a Cristopher , una persona del posto che aveva raccolto in casa sua da diverso tempo alcuni dei bambini tutt’ora presenti nel centro. Grazie a donazioni di privati, come turisti e residenti esteri per lo più e a piccoli aiuti governativi, tutti i bambini mangiano regolarmente e vengono mandati in scuole private che costano poco di più delle scuole governative ma danno una formazione migliore e con classi meno numerose; Cristopher infatti nutre per questi bambini la speranza di poter offrire loro attraverso un’istruzione migliore un futuro più roseo .

La struttura dove attualmente vivono è in affitto ma è troppo piccola, fatiscente e non idonea alla presenza di bambini che vanno dai 4 ai 16 anni, necessitano infatti di camerate, di diversi bagni, di una sala mensa, una sala per lo studio e di aree gioco interne ed esterne. Il centro Lea Mwana non è affiancato da alcuna associazione di volontariato o di beneficenza di qualsiasi tipo, realizza tutto solo con l’aiuto del passaparola. Molti bambini vengono “adottati” a distanza, garantendo così per loro e per gli altri l’aiuto economico necessario per la scuola privata, gruppi di turisti acquistano cibo e fanno piccole donazioni monetarie e i risultati si sono concretizzati dopo solo 4 anni, infatti il direttore Cristopher è riuscito, risparmiando su molte cose  ad acquistare un piccolo terreno così da costruire la nuova struttura dell’orfanotrofio.

Ovviamente però servono fondi per costruire l’edificio che potrà contenere fino a 65 bambini, il progetto è ambizioso ben strutturato ma costoso. La difficoltà viene proprio ora, nel cercare di raccogliere fondi sufficienti per completare buona parte dell’edificio così da permettere ai bambini di trasferirsi comodamente.

Case di paglia

Mio marito ed io seguiamo questo orfanotrofio da praticamente l’inizio ed esattamente dall’estate del 2006, pochi mesi dopo la sua apertura e possiamo testimoniare con la nostra esperienza come sotto i nostri occhi i bambini abbiano realizzato passi da gigante, imparando a parlare il kiswahili benissimo e l’inglese allo stesso livello. Addirittura molti di loro all’inizio erano talmente inibiti da muoversi e guardare chiunque a malapena ma ad ogni nostra visita notavamo con stupore come gli stessi bambini fossero diventati più spigliati e spontanei nel parlare, muoversi e giocare. In questo periodo siamo tornati ogni anno e ci siamo talmente innamorati del posto e dei piccoli da decidere di trasferirci a vivere qui. Una delle forti spinte emotive che ci ha portati a questo passo è stato il desiderio di voler aiutare questo gruppetto di piccoli adorabili e scatenati ragazzini.

Qui arriva la mia idea delle case con le balle di paglia. Tempo fa avevo letto su dei siti come poter costruire in modo ecologico ed eco-compatibile edifici di tutti i generi in più parti del mondo, con materiali naturali, si parlava del legno, fino ad arrivare appunto alle balle di paglia. Me ne ero quasi dimenticata, fino a che un giorno la mia amica Mabel mi ha ricordato di quella tecnica e come d’incanto mi sono resa conto che avevo forse la soluzione davanti agli occhi e bastava attivarsi per metterla in pratica. Così dopo una breve ricerca ho trovato molti siti in inglese e tedesco che descrivevano la tecnica e i progetti realizzati poi ne ho trovato uno in italiano: http://www.laboa.org e ho poi preferito contattare direttamente il responsabile di questo sito, perché mi aveva convinto per diversi motivi che non sto qui a spiegare. In breve, in tempi rapidi mi sono trovata nel salotto, in fase di trasloco per il Kenya, di casa mia a farmi rapire da una lezione affascinante ed interessante di come si può costruire senza inquinare, creando praticamente qualsiasi tipo di struttura, in modo più veloce, senza compromettere solidità, sicurezza e la salute (sono antiallergiche perché utilizzano materiali ecologici ) in maniera ecocompatibile e soprattutto anche, risparmiando!

Stefano Soldati è il responsabile del sito e della neo nata Associazione EDILPAGLIA, opera in diverse parti del mondo  insegnando come costruire le case con le balle di paglia, lui ha concretizzato un sogno davanti ai miei occhi  che mi pareva irrealizzabile:

costruire l’orfanotrofio con costi contenuti e soprattutto senza inquinare ma al tempo stesso potremo insegnare una nuova tecnica alle persone del luogo.

Ora, febbraio 2010 siamo a Malindi, ci siamo trasferiti definitivamente e stiamo organizzando 2 corsi che si terranno in agosto con persone che si spera arriveranno da diversi paesi d’Europa e dall’Italia per costruire il primo modulo 5metri per 5 dell’orfanotrofio.

Ovviamente servono fondi per raccogliere la paglia a nord di Eldoret, vicino al confine con l’Uganda e farla trasportare fino a Malindi, sulla costa; inoltre dovremo acquistare anche il restante del materiale, argilla, calce, legname e poi pagare l’elettricista e l’idraulico.

Serve l’aiuto di tutti, amici e conoscenti che conoscono noi e la nostra storia e che si possono quindi fidare nel donare piccole cifre così da raccoglierle e destinarle alla costruzione dell’orfanotrofio e per chi lo volesse resta sempre valida l’opzione di adottare a distanza uno dei piccoli.

Sono fiduciosa, l’aiuto arriverà.

Nel frattempo ringrazio il destino, dio o chi per essi per avermi portato fin qui.

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