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Posts Tagged ‘adozioni a distanza’

Diani – Kenya , ora locale 20.09 (-1 ora in Italia)

Non so bene da dove cominciare i pensieri e le parole si confondo, accavallandosi…parto quindi per natura o forse in realtà per mia deformazione professionale dai conti:
Dal conto economico visibile in allegato nelle note posso riassumere che la prima costruzione, ovvero il primo dormitorio per l’orfanotrofio LeaMwana (ma sono state create anche le fondamenta del secondo dormitorio), è costata comprensiva di tutto, incluso alcuni costi di ricerca e spedizione e soprattutto il costo del reperimento dell’attrezzatura un totale di € 6.199 .
Il dormitorio misura 6 per 8 metri interni(7 x 9 esterni) ed ha un’altezza minima di 2,60 e massima 2,80. E’ stato completato fino al soffitto realizzato in canne di bambù ed è stata intonacata in terra cruda e paglia.
Le donazioni raccolte per i costi sostenuti sono state ad oggi di € 6.130 (vedi lista in allegato con nominativi ed importi).
La maggior parte del lavoro è stato effettuato con contributo volontario da parte dei locali: Ibrahim, i fratelli Ken e Ben, Charles e Mwangi, da parte dei corsisti arrivati dall’Italia, ovviamente da parte della mia famiglia, ovvero da parte mia, di mio marito, dei miei suoceri e di mia madre.
Enorme contributo ci è stato dato dall’Hotel Melinde nella persona di Eloisa Minoprio la quale anche con la sua famiglia ha anche contribuito economicamente al progetto. Altrettanto indispensabile e prezioso aiuto e contributo ci è stato fornito dal mitico signor Gordon proprietario del bar-ristorante TICS a poche centinaia di metri dal luogo dell’orfanotrofio.
Vari ringraziamenti anche ai cari guidatori di tuc tuc, Mike-Maina, Wachira, Dankan e Mohamed senza i quali non saremmo riusciti a trasportare sani e salvi e in tempo i volontari, i corsisti e a volte anche i materiali!!!
Ora nel concreto cosa manca e a dopo i più approfonditi ringraziamenti….
Ad oggi servirebbe finire :
>l’intonacatura con altra terra cruda e l’unico costo sarebbe degli operai (4 persone per 1 settimana 350scellini al giorno l’uno), l’acqua per mescolare la terra (circa 50 taniche a 5 scellini l’una);
> ultima mano con calce(circa 5 sacchi a 2500scellini l’uno) con relativi operai (idem come sopra per gli operai);
>copertura soffitto in lamiera (lunghe 3 metri larghe 1,5 ce ne vogliono almeno 24 pezzi ad un costo di circa 1900scellini l’una), minuteria come viti ed etc per fissarle ed operai specializzati(4 operai, montaggio in 5 giorni ad un costo di circa 450 scellini al giorno a persona);
>Pali di sostegno per lamiera e per ricreare piccolo porticato a sostegno della lamiera che fuoriesce dai muri (circa 25 pali, un costo approssimativo di 9000 scellini);
>Porta e telaio con serratura e chiavistelli di sicurezza interno ed esterno (7000scellini);
>2 telai e finestre con sbarre (3500 scellini cad);
>telai e zanzariere per finestre e spazi rimasti liberi sotto il tetto (4000 scellini circa).
>Pavimentazione da definire successivamente
>Impianto elettrico da definire successivamente
>Varie ed eventuali da capire successivamente.
Questo per completare definitivamente il primo dormitorio che accoglierà 8 letti a castello per un totale quindi di 16 bambini.

I direttori del Lea Mwana si stanno impegnando a raccogliere i fondi per completare questo dormitorio e poi continuare la costruzione, per ora di sicuro c’è che se riuscissimo a dare ancora una mano a questi bambini, raccogliendo personalmente i fondi e amministrandoli come fatto finora e poi organizzando i lavori con persone fidate, saremmo certi della riuscita e delle tempistiche.


Infatti in soli 3 mesi siamo riusciti ad organizzare molte cose, dal trovare la materia prima, ovvero le balle di paglia e farle trasportare qui e non è stata cosa facile come si può credere, trovare dei volontari, cosa altrettanto non semplice qui in Kenya, fino a portare dall’Italia grazie a Stefano Soldati, docente costruttore specializzato in balle di paglia che ha organizzato due gruppi di lavoro eccezionali, a Siria dell’agenzia Orobica viaggi che ha gestito per molti di loro i voli e non solo. Poi siamo riusciti ad avere preziosi aiuti da molti come Mariangela, mitica ingegnera, sì con la A e se si potesse pure maiuscola, che ha dovuto creare un progetto basandosi su miei vaneggiamenti dati dall’ignoranza in architettura e dal caldo equatoriale e dallo sfibramento dell’ ”architetto” locale che aveva realizzato un progetto di dormitorio senza porte, nel senso che non si sapeva da dove far entrare i bambini…non c’è da ridere è la verità, ho le prove! A Jason Brayda che senza conoscerci da Nairobi si è fiondato sulla costa più volte per aiutarci e districarci in cose per molti banali che per noi erano come trattare di astrofisica…tipo fare delle fondamenta.
Fino ad arrivare agli sponsors, piccoli, medi e grandi, persone singole, gruppi di amici, anonimi e realtà locali che hanno donato soldi, materiali e non solo, ci hanno donato fiducia ed ottimismo!
Un dono enorme, che ci ha permesso di tirare fuori forza e grinta per continuare in questa impresa che per molti può essere sembrata piccola ma posso assicurare che è stata titanica.
Come molti sanno non siamo del mestiere e mettersi a costruire non è una cosa da poco se si tratta poi di un dormitorio per dei piccoli di un orfanotrofio la cosa si fa ancora più grande. Eppure ce l’abbiamo fatta e questo grazie a tutti quelli che ho messo in elenco nel file del conto economico.
Spero di non aver dimenticato nessuno e di essere stata precisa nella spiegazione delle diverse donazioni, se così non fosse perdonatemi e scrivetemi e provvederò a correggere!!!
Devo però ringraziare per questo progetto anche le avversità avute, le persone che ce l’hanno gufata, tanto per parlare semplice e per quelle che hanno sparlato dicendo che eravamo ridicoli e non ce l’avremmo fatta o che peggio, ci stavamo guadagnando!
Bene, grazie anche a loro, se con l’ottimismo e la fiducia abbiamo tirato fuori forza e grinta, beh con questi ultimi abbiamo tirato fuori le palle, sempre per parlare semplice e la mia natura di mettere tutto per iscritto ci è andata a nozze nell’elencare maniacalmente tutto, ogni singola spesa anche di 5 scellini.
Ed ecco per tutti il resoconto dettagliato delle uscite e delle entrate!
Grazie a tutti voi, nessuno escluso, perché ci avete reso più forti e determinati ma soprattutto consapevoli dei propri limiti ma ancora di più delle proprie potenzialità.
Ringrazio ovviamente anche mio marito, adorabile, instancabile, forte e delicato uomo che mi sopporta e che mi rende così sicura di fare tutto, “solo” perché so che lui mi sostiene, sempre.
Grazie, grazie, grazie ed ora, infine come ultimo inchino, ringrazio anche il Signore, perché in tutta questa bellissima avventura ho riscoperto anche la fede.
Grazie!

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Malindi 15 luglio 2010 ore 21. 47 ora locale (Italia -1 ora per via dell’ora solare)
Emmanuel solo 10 anni
Emmanuel ha  10 anni, è magrolino ma dinamico e forte. Ama fare karaté come suo papà. Ha il mito di Bruce Lee e con l’aiuto di Paolo, mio marito, sta imparando a far roteare un bastoncino di bambù come si fa con i “nunchaku” e qualche nozione base di difesa personale. Mentre si allena è molto fiero di sé, concentrato e serio con lo sguardo fisso verso Paolo, mentre svolge i movimenti lenti.
A prima vista in mezzo ai tanti non lo noti, 35 bambini sono tanti, ancora dopo 4 anni e passa, di frequentazione con questo gruppo allegro e chiassoso, facciamo fatica a ricordarci i nomi di tutti.
In passato qualche notizia su qualcuno di loro la abbiamo ricevuta da Christopher ma  in mezzo a tante tristi storie, la similitudine di destino di molti di loro, te li fa confondere : “la mamma è morta, non ha il padre”, “era malato è morto”, “aveva l’aids”, “beveva”, ”era una prostituta”, “la nonna è troppo vecchia per occuparsene”, “è finito in carcere il suo unico genitore e non ha nessuno a casa che si occupi di lui”, insomma in questo desolato elenco si faceva fatica a ricordarsi il passato di tutti.
Ma in questi giorni mi sto mettendo a fianco uno di loro a turno per scrivere qualcosa su le loro vite e sto imparando a conoscerli meglio. Allora a fatica con alcuni di questi, iniziamo scrivendo la loro età, cosa amano studiare, il loro piatto preferito, come vanno a scuola, cosa vorrebbero fare da grandi, quanto tempo fa sono arrivati al Leamwana.
Piano, piano ci avviciniamo ai ricordi, al momento di quando si sono separati dalle famiglie. “Cosa provavi?” Qualcuno si ricorda, qualcuno no, qualcuno dice che era felice da subito, qualcuno invece dice che è felice ora, sottintende che all’epoca non lo era, mi chiedo io?
Con molti bisogna ripetere con calma e dolcezza le domande più volte, ancora dopo 4 anni che ci conoscono e molti mesi che li frequentiamo assiduamente, si vergognano, un po’ per carattere e un po’ per educazione, sono poco abituati a parlare di sé e soprattutto credo con un muzungu(bianco).
Invece con pochi altri ma soprattutto con Emmanuel, semmai si ha la situazione opposta.
Lui è un fiume in piena, parla, si spiega, ricorda. Che piacere, pensavo ieri, mentre parlava con emozione e con la voce carica di dolcezza di come si ricordava di sua madre e di come lo amasse molto. Mi ha raccontato un pezzo della sua vita, dei suoi ricordi. Di sua madre e di suo padre, fiero, mi spiega che lavorava per la compagnia dell’elettricità ma che ora non lavora più. “Non si può occupare più di me e anche mia nonna è troppo anziana!”. Semplice e diretto spiega che quindi è arrivato qui ma si è subito trovato bene, perché mangia regolarmente e dorme in un letto anche se lo deve dividere con un altro bambino ma soprattutto e ci tiene a sottolinearmelo, qui gli danno la possibilità di studiare come amava fare suo padre e lui vuole studiare tanto per diventare un soldato.
Mamma mia, penso io, spero proprio di no! Provo a chiedergli “come mai pensi a questo lavoro, per le armi forse?Ti piace giocare  alla guerra?” “No, assolutamente ma io voglio servire il mondo se ce ne fosse bisogno!”.
Il tempo di tornare a casa è arrivato allora lo ringrazio e gli dico che continueremo domani. Lui è felice, perché a potuto dirmi tante cose e me lo dice pure.
Oggi quindi quando sono arrivata e mi sono seduta iniziando a scrivere con una delle bambine e a rispondere con dei bambini a qualche mail dei loro sponsor tra i miei amici, vedevo che mi ronzava intorno e spesso mi faceva domande o mi correggeva mentre scrivevo. Così dopo aver finito alcune cose e visto che rimaneva ancora vicino a me abbiamo ricominciato a parlare. Siamo partiti da Paolo, mi ha chiesto “dove va tutti i pomeriggi?” e così gli ho spiegato che lui non è stato fortunato quando era più piccolo e non ha potuto studiare le lingue e quindi ora gli tocca imparare con più fatica. Così lui mi dice che sa di essere fortunato perché al Leamwana può studiare cosa che a casa non gli sarebbe stato possibile fare.
“Sai Emmanuel è molto bello quello che dici, hai avuto una vita un po’ difficile, è vero ma i problemi possono essere occasioni per capire delle cose della vita e anche se hai vissuto cose brutte ce ne sono altre per le quali puoi considerarti comunque fortunato!”. “Sì ringrazio Dio” mi dice e da quel pensiero, come un fiume in piena mi ha raccontato i tasselli sulla sua vita che mi mancavano.
Prima che morisse sua mamma avevano una bella casetta, anche se di fango e pietre e mangiavano bene ma i vicini gelosi li hanno denunciati alla polizia raccontando bugie e cose brutte su di loro. Si ricorda che sono arrivati i poliziotti e gliel’ hanno distrutta, buttandola giù. Suo fratello ha cercato di impedire lo scempio, il padre non c’ era, così lui e sua mamma sono dovuti scappare nella foresta, mentre suo fratello è fuggito lontano. Quando, finalmente il padre li ha ritrovati li ha fatti rimanere nascosti anche se non ha mai saputo perché e così lui ha perso diversi mesi di scuola.
Molto probabilmente l’intervento della polizia era stato scatenato da lotte di pulizia etnica tra tribù, le quali spesso sono successe e forse ancora accadono in certe parti del paese, senza che nessuno lo sappia.
Dopo che si erano nuovamente riuniti, non era ancora momento di stare tranquilli, il fratello, il quale era tornato dopo molto tempo, probabilmente dopo molti mesi, avendo frequentato brutte compagnie, “si era trasformato in un diavolo”. Così dice lui spalancando gli occhi, “era drogato?” gli chiedo io e lui annuisce. In un altro soffio mi dice che suo fratello ha cercato di ucciderlo e che lui se lo ricorda molto bene mentre è stato salvato dalla madre e solo per fortuna. Il padre tornato a casa e scoperta la malefatta ha cacciato quindi l’altro suo figlio, il fratello Caino.
Sembrerebbe già tanto per un bambino ma si vede che la vita anche per lui ha deciso di accanirsi. Sopo poco, una caduta massi da una collina travolge delle persone, tra le quali c’e anche sua madre, dopo una lunga malattia, forse un coma, gli viene così portata via l’amata mamma.
Il padre rimasto solo, con un lavoro che lo porta spesso lontano e senza poterlo affidare a nessuno, decide di trasferirsi dalla nonna . Il destino non è ancora soddisfatto abbastanza e così poco dopo, un incidente sul lavoro rende il padre di Emmanuel invalido tanto che è destinato ad usare le stampelle a vita. Così è stato deciso, per il bene del bambino di portarlo al LeaMwana per essere accudito e seguito con cura, dove i pasti sono garantiti, la scuola privata è una realtà e la vita per lui si auspica migliore che se fosse rimasto a vivere a casa con il padre oramai senza lavoro e senza soldi.
A questo punto del racconto, il suo respiro si era fatto corto e il petto si alzava e abbassava velocemente, i suoi occhi hanno cominciato a riempirsi di lacrime e a quel punto me lo sono tirato vicino e l’ho abbracciato forte. L’ho coccolato come si fa con i bambini piccoli e l’ho cullato e gli ho detto che poteva piangere e liberarsi. Così è stato.
Poi gli ho sussurrato che è fortunato, perché sarà un uomo forte e buono e potrà aiutare gli altri, perché sa cosa sia la dura vita ma sa anche che ha avuto la fortuna di incontrare persone che si occuperanno di lui e che gli vogliono bene.
Emmanuel ha solo 10 anni e una vita dura ed intensa alle spalle.
Ma per esperienza diretta so per certo che ce la farà.

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Kim ha 11 anni e frequenta la 5°. È stato affidato alle cure del Lea Mwana per i gravi problemi di denaro in cui versava la mamma, che non le consentivano di provvedere al suo sostentamento. Ha solo lei ed in un anno è riuscita a vederla solo una volta a causa della grande distanza. A Kim piace stare al Lea Mwana, perché si rende conto che qui può studiare in maniera adeguata: le sue materie preferite ? Scienze e matematica. Gli piace studiare molto perché animato da un senso di patriottismo nei confronti della sua terra. Parla molto bene e conosce approfonditamente la storia della sua nazione; è molto sveglio e spero (commento personale) che possa diventare un maestro.
I suoi cibi preferiti sono ugali (per l’energia), pesce (per la struttura corporea) e banane (perché protettive). I commenti tra parentesi sono le motivazioni da lui stesso date. Gli piace il ballo doping-dancing stile Michael Jackson.

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Malindi-Muyeye 13 luglio 2010

Prima che aprisse LeaMwana, Carolyn arrivò nella famiglia di Agnes e Christopher; aveva solo 7 anni. Perse il padre per un incidente d’auto che era molto piccola; sua madre essendo molto giovane e con un altro figlio non poteva occuparsi di lei e quindi la diede alle cure di Agnes e suo marito. Nel frattempo suo fratel…lo morì per malattia e sua madre incominciò a bere e le cose andarono peggiorando così che Carolyn restò al LeaMwana (che nel frattempo avevano aperto la struttura). Sfortunatamente questa settimana sua madre è morta per malattia. Così Carolyn ora è sola completamente. E’ una bella ragazza di 13 anni è responsabile con gli altri bambini più piccoli, ama studiare ed ovviamente è una brava scolara tanto che vorrebbe diventare un dottore per aiutare gli altri.
A febbraio 2011 andrà al liceo, una scuola più cara rispetto alle medie, il costo annuo per la retta della scuola sarà di 500€. Più persone e famiglie potrebbero diventare insieme sponsor per i suoi studi, donando 100€ a famiglia per un anno.

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I bambini del LeaMwana-Children of LeaMwana

Costruire con la tecnica delle balle di Paglia-Building with the strawbales technique

Perché usare le balle di paglia?

Per diversi, tanti motivi che qui di seguito elencherò, ma solo dopo una breve introduzione sull’origine di questo metodo.

Costruire con le balle di paglia è una tecnica nuova, anche se antica che risale ai pionieri di fine novecento in America, i quali, sprovvisti di legname, mattoni e cemento, dovettero adattarsi a costruire i muri delle case con le balle di paglia.
Si accorsero ben presto che queste case isolavano dal freddo, dal caldo e anche dal rumore. Man mano nei secoli la tecnica è stata migliorata, regalando case solide e durevoli. Difatti dopo diverse generazioni, esistono ancora case, costruite con questa tecnica perfettamente funzionanti ed abitate.
Le domande ed i dubbi possono essere mille per chi legge la prima volta sull’utilizzo di questo materiale, ma per ogni domanda o dubbio, esiste una risposta e non solo teorica ma concreta e visibile nelle molte case costruite con questa tecnica in ogni parte del mondo.
Le case, erette correttamente, possono durare per secoli, certamente serve una buona ed ordinaria manutenzione come ovviamente vale per ogni tipo di costruzione!
Le forme da dare a queste case possono essere molteplici. Case dall’aspetto fiabesco come quelle irlandesi o scozzesi, con i tetti di paglia, o quelle in stile britannico con i muri bianchi attraversate dalle travi di legno scuro con il tetto in tegole grigie, fino ad arrivare a forme tonde, bombate, fantasiose con dei giardini sui tetti, o ancora dal gusto etnico con tetti bassi e piatti, oppure ancora in stile molto asciutto dai tetti spioventi ed alti tipicamente nordici o ancora dall’aspetto tradizionale mediterraneo, insomma anche dall’aspetto classico.

Leamwana e il nuovo orfanotrofio-The new Orphanage LeaMwana

Costruire ecologico-Ecologic building

Nel dettaglio, il perché usare le balle di paglia?

RISPARMIO
Il grano esiste in abbondanza in quasi ogni paese e parte del mondo. Da Nord a sud, da est a ovest della terra, si possono trovare campi di grano e dopo la mietitura rimangono sui campi le balle di paglia. Queste sono, di fatto un materiale di scarto e solitamente vengono usate per le stalle, in generale per gli animali e quindi hanno un prezzo molto basso. – Le balle di paglia ci sono in abbondanza e costano poco.
Il rivestimento dei muri con le balle di paglia, è una mistura di calce spenta, argilla, sabbia e paglia, che stesi in diversi strati rendono le case fresche d’estate e calde d’inverno. – Le case con le balle di paglia sono economiche, perchè significa risparmiare anche per il riscaldamento e il raffreddamento delle abitazioni.

SICUREZZA
Gli spessi muri di queste case regalano silenzio ed un ambiente ovattato. Grazie all’utilizzo di materiali naturali, visto che non si utilizzano, né vernici, né sostanze chimiche e tossiche per la salute, i muri respirano, rendendo l’aria sana e anti-allergica. – In queste case quindi non si annida umidità e aria malsana, sono più sane delle case tradizionali.
Le balle di paglia, rivestite opportunamente con la mistura di calce e argilla, resistono agli incendi più a lungo che le normali case in cemento; questo non viene detto “tanto per dire” dagli ingegneri e architetti che si occupano di edilizia in paglia in tutto il mondo ma è dimostrabile dagli esperimenti e test del fuoco, realizzati un po’ ovunque in Europa, i quali sono ufficiali e visibili con certificazioni e filmati. – Le balle di paglia, quindi sono sicure anche contro gli incendi.

ECOLOGIA
Le balle di paglia e tutti i materiali utilizzati per completarla sono naturali e non inquinanti. Se demolite, queste case non deturpano irrimediabilmente la Terra con gli scarti, tutto torna alla natura, tutto è smaltibile e nulla rimane ad inquinare dopo il nostro passaggio. – Le balle di paglia quindi sono eco-friendly.
Queste case sono solide ma leggere e ci si può permettere di costruirle su fondamenta differenti, utilizzando per esempio, al posto dei pilastri in cemento, dei copertoni di camion e gomme d’auto esausti. Questi materiali, insieme alla ghiaia, oltre ad essere riciclati ed economici, grazie anche alla leggerezza degli edifici, creano fondamenta elastiche e quindi case antisismiche. – Le balle di paglia e le fondamenta di copertoni esausti regalano case sane, ecologiche e sicure anche contro i terremoti.

ECONOMIA
Imparare a costruire queste case è più facile e rapido di quanto si creda, o possa pensare. Si possono seguire dei corsi in campo d’opera, ovvero in un cantiere per una casa, per la quale si organizzano dei gruppi di lavoro. Si va fisicamente a costruire, con le proprie mani una parte di un edificio, in giro per l’Italia o per il mondo ed esistono molti corsi ed esempi, già realizzati con enorme successo. I corsi possono durare da pochi giorni, per avere un primo approccio, oppure prolungarsi fino al completamento di una stanza, fino al tetto. Persone comuni, senza alcuna esperienza possono imparare a costruirsi da sé la propria abitazione e con l’aiuto di volontari ed amici si possono vedere i risultati per la propria casa dopo soli pochi giorni. Costruire questo tipo di casa è quindi possibile con l’auto-costruzione e con l’utilizzo minore di mano d’opera. – Questa tecnica permette quindi di economizzare su costi altrimenti molto elevati, perché affidati unicamente ad altri.

SOCIALMENTE SOSTENIBILE
Portare questa tecnica in Africa, per ora in Kenya, significherebbe tantissimo per diverse ragioni. Prima di tutto, grazie al materiale usato, ovvero la balla di paglia, essendo questa leggera, significa poter coinvolgere anche le donne, le quali possono partecipare per la gran parte della costruzione. In un paese come l’Africa, dove le donne sono in forte numero ma spesso senza un vero lavoro, significa poter dare forza e soprattutto know-how anche a loro. Perfino gli anziani e i bambini possono partecipare in alcuni dei passaggi, come per esempio l’intonacatura e l’eventuale decorazione dei muri e dei pavimenti. Le famiglie allargate e le ampie comunità locali potrebbero unirsi quindi per costruire insieme i propri villaggi. – Con questa tecnica potrebbero avere case migliori, perché solide, sane, durature, con un impatto ecologico minimo ed ovviamente con dei costi per i materiali bassissimi e di mano d’opera esperta pari a zero.

Ecco svelati i perché!

Per tutte queste ragioni, mio marito, la mia famiglia ed io, come singoli individui, senza alcuna ong o onlus alle spalle, con la sola collaborazione dell’associazione La Boa e dell’associazione EDILPAGLIA Italia, nella persona del suo presidente Stefano Soldati, inizieremo ad agosto il primo corso sul cantiere per il nuovo edificio dell’orfanotrofio, LeaMwana a Malindi, Kenya, il quale è interamente gestito ed amministrato da persone locali da oltre 4 anni.

Questo progetto dell’orfanotrofio LeaMwana, costruito con le Balle di Paglia, potrà essere il primo esempio, di una lunga serie, perché i diversi gruppi di volontari e corsisti, che verranno da Europa, Italia e soprattutto volontari del posto, dimostreranno che è possibile, tutti insieme imparare a costruire case, con un materiale povero, economico ma ecologico, grazie ad una tecnica valida ed utile soprattutto per la comunità locale.

Risultati ottenuti e da ottenere:

Ad oggi siamo riusciti a raggruppare 15 volontari kenyoti, i quali doneranno 15 giorni del loro tempo, rinunciando a lavorare, quindi a guadagnare e questo è uno sforzo enorme ed ammirevole per la realtà qui del posto. Queste persone, insieme ai corsisti impareranno a costruire le fondamenta, con i pneumatici ed una stanza 6 metri per 6, dal pavimento al tetto.

Il lavoro è ancora tanto da fare, i materiali si stanno recuperando, soprattutto abbiamo finalmente trovato nel nord del Kenya, a Navaisha ed Eldoret, diverse fattorie disposte a venderci a prezzi bassi le balle di paglia.
Il direttore dell’orfanotrofio sta cercando donazioni ed offerte da parte dei locali e soprattutto altri volontari per poter proseguire, successivamente ai corsi, l’ultimazione dell’orfanotrofio. Si sta insomma cercando di fare tutto con i fondi dell’orfanotrofio, piccole nostre donazioni e offerte locali.

Serviranno in ogni caso degli aiuti economici per sponsorizzare il trasporto delle balle di paglia, dal nord alla costa che sarà l’unica voce un po’ più costosa nel bilancio dei materiali.

Contiamo di trovare degli sponsor, magari attinenti al progetto eco-sostenibile che vogliano supportare oltre che l’ultimazione di questa struttura, l’inizio di altre strutture utili per la comunità.
Con lo sviluppo di questi corsi per questa tecnica, si potranno infatti creare, oltre a tutti i vantaggi sopra elencati, anche nuove identità di occupazione, ovvero nuovi lavori!

Questi quindi sono i molti motivi per i quali sto promuovendo la tecnica delle balle di paglia e confido in chi legge che capisca e che ci aiuti a diffondere questo nostro progetto e chissà, magari ci aiuti anche diventando uno dei tanti piccoli sponsor che stiamo già raccogliendo.

Per ulteriori informazioni e approfondimenti :
libro “Costruire con le balle di paglia” di Barbara Jones
siti web: http://www.laboa.org e http://www.edilpaglia.it

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Malindi 18 maggio 2010 ore 11.20 ora locale (Italia -1 ora per via dell’ora solare)

Manrani Club

Albert, Amani, Nassib

I ragazzi del LeaMwana hanno ricominciato la scuola, qui studiano per 3 mesi e poi si fermano per un mese, quindi in aprile, il mese di vacanza è passato troppo velocemente. Finalmente siamo in una nuova casa (sì, è la quarta in solo 4 mesi ma spero che per un po’ rimarrà la stessa) che ha una piscina ma dal sei d’aprile quando siamo entrati, siamo riusciti ad averla funzionante solo dopo un mese e mezzo ma qui si sa le cose possono andare molto a rilento. Basta una pioggia improvvisa e tutto si blocca o viene rinviato ad una non ben precisata data – qui per altro le piogge sono sempre improvvise, dato che non esiste l’abitudine della ricerca e controllo su internet o sui giornali o con il televideo o ancora attraverso i telegiornali delle previsioni del tempo del giorno dopo! Quindi ci sta che il pittore che deve rinnovare la verniciatura alla piscina decide malauguratamente di programmare il lavoro nella settimana sfortunata e a te ti tocca aspettare senza alcuna garanzia di un termine. – Quindi passata la vacanza dei ragazzi senza piscina a disposizione, li abbiamo portati a Kilifi, nell’ultima calma è un po’ noiosa domenica prima del rientro a scuola, quasi come un premio di consolazione, in un bellissimo resort a picco sul mare dotato di una stupenda piscina panoramica, dove godersi una giornata di sole e sperimentare qualche lezione semi seria di nuoto. Diciamo che prima di chiamare nuoto quegli annaspamenti ci vorranno molte altre domeniche e molti esercizi sulla fiducia del galleggiamento del proprio corpo.
Durante questa domenica è stato bellissimo vedere come i due piccolini, Nassib e Albert fossero più spontanei e ridessero di pancia e di cuore mentre li lanciavamo in acrobatici tuffi nella piscina, altrettanto toccante è stato vedere gli occhi profondi di Amani, mentre immerso fino al mento nell’acqua scrutava l’orizzonte mozzafiato della baia e si interrogava sul suo futuro. Questo ragazzino dagli occhi stupendi ha una storia alle spalle che non vuole raccontare ma che gli si legge nello sguardo, poi quando si sente osservato, distoglie la concentrazione da pensieri oscuri e torna a guardarti imbarazzato ma sorridente. Gli chiedo spesso “a cosa pensi!?” ma lui mi risponde “ a niente…” sorridendo, sapendo che so che non è vero. E’ un discorso questo che abbiamo affrontato diverse volte anche se toccandolo appena. Parlare con questi ragazzi dei loro ricordi e delle loro sofferenze è come uno strusciarsi di due barche che si toccano nello sciabordio delle onde, li colpisci con un colpetto deciso, ti ci avvicini, quasi ti accosti fianco a fianco ma è solo per un attimo, poi si allontanano nuovamente e ti guardano da lontano.
Ma sono sicura che le parole i discorsi arrivano e piano piano si apriranno con noi o con qualcun altro, l’importante è fargli capire che c’è qualcuno che li vuole ascoltare ed accogliere se e quando loro vorranno.
Lasciato da parte il nuoto e le confidenze che non davano i frutti sperati, siamo andati a mangiare al mitico buffet, strabordante di ogni ben di dio, i bambini non sapevano più dove guardarsi e rimanevano imbarazzati fermi con i loro piatti in mano indecisi se avvicinarsi ai cuochi vestiti nelle loro candide divise con i berretti alti sulla testa, gli dovevano parere dei maestosi uccelli appollaiati a  guardia di tavole riccamente imbandite come penne alte e ritte sulla testa.
Amani spingeva delicatamente Nassib e Albert, come al solito come un fratello maggiore, e sorrideva sotto i baffi vedendo i più piccoli con le bocche spalancate e gli occhi strabuzzati di fuori e le mani a mezz’aria indecisi sul da farsi, Paolo li chiamava a sé mentre cercava di mostragli e spiegargli che dovevano servirsi da soli e io da lontano mi gustavo la scena assorta in quella strana danza di passi in avanti ed indietro dei quattro improvvisati ballerini.
A  rompere gli indugi e a far cambiare scenografia alla scena sono intervenuti i cuochi che usciti da dietro le loro postazioni si sono dolcemente avvicinati e piegati sui piccoli aiutandoli con i piatti e nelle loro descrizioni. In un attimo hanno preso anche troppa dimestichezza con il buffet, riempiendosi i piatti di ogni cibo e di quantità di sicuro al di sopra della capacità delle loro pance.
Un’esperienza anche riuscire a stare a tavola composti ed utilizzare tutte le posate presenti, non limitandosi al cucchiaio e alle mani.
Dopo qualche approccio alla forchetta come se fosse un punteruolo e diversi tentativi di brandire il coltello come un’ascia, piano, piano verso la fine del pasto le mani si chiudevano meno violentemente sulle posate, riuscendole ad utilizzarle,credo anche senza crampi. Le facce soddisfatte per l’impresa appena superata e per le pance stracolme erano da fotografia ma mi sembrava irriguardoso tirare fuori la macchina digitale per immortalare le loro facce, erano talmente belle che mi rimarranno sempre impresse.

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Malindi 5 marzo 2010 ore 18.40 ora locale (Italia -2ore)

Domenica africana, calda ma ventilata, abbiamo deciso di andare in spiaggia e portare con noi solo alcuni dei bambini del Lea Mwana per passare la giornata e fare il bagno. Quando li portiamo tutti insieme diventa faticoso parlare bene e con calma anche solo con uno di loro, i pensieri e i concetti che loro vorrebbero esprimere e che io vorrei passargli si perdono nel chiasso e nelle risate del gruppo. Quindi a malincuore abbiamo fatto una selezione, è brutta la parola ma vanno presi così, per piccole unità.
Con noi c’erano Nassib, Albert e Amani, di 8, 10 e 13 anni che abbiamo “adottato” noi, poi Eric, Eddy e Antony, di 9 e 8 anni che sono stati sponsorizzati dai nostri amici Gloria, Giovanni(detto Gufo) e Rita, infine Abubakar 11 anni che è “figlioccio” oramai nostro ma è stato anche lui adottato dalla nostra amica Giovanna e famiglia.
Con questa allegra ma silenziosa brigata siamo andati sulla bellissima spiaggia di Malindi vicino al molo; vi si accede direttamente dal pieno centro caotico e trafficato della cittadina e quasi non lo diresti nella calma e nel silenzio sterminato di questa spiaggiona.
Mi rallegro quando li guardo felici nel loro coraggioso tentativo di nuotare, nuotare si fa per dire, sembrano dei paperi in cerca di pesci sul fondo, sempre col sedere in sù e con la testa ficcata verso il fondo, mentre le braccia ai lati roteano furiosamente per cercare di stare a galla e allo stesso procedere nelle onde. Vivono a 5 minuti dal mare ma non sanno nuotare.
Non vedo l’ora di poter stare nella casa che abbiamo affittato dal 1° di aprile, dove c’è la piscina, così da insegnarglielo.
Nel frattempo mi accontento di portarli con me in mezzo alle onde in pochi centimetri d’acqua.
Dopo un’oretta di annaspamenti siamo tornati verso i lettini e gli ombrelloni in makuti (fatti con le foglie di palme di cocco sfrangiate) della spiaggia privata del Melinde (hotel in pieno centro di Malindi) e a quel punto ho affrontato con Albert lo spinoso argomento dei suoi bassi voti che ho ricevuto ieri da Christopher via mail.
Non va bene su nessun fronte e non capisco come mai.
Albert è un piccolo bambino di 10 anni, appare di fisico come uno di 6 e pure un po’ mingherlino. Di testa purtroppo non so capire molto come sia davvero, visto che davanti a me, a noi è timidissimo, non apre bocca quasi mai e il fatto che non parli ancora bene inglese non ci aiuta nel comprenderlo appieno.
Pur avendo 10 anni frequenta la seconda elementare, perché è stato accolto nella struttura solo 4 anni fa e non era assolutamente in linea con le conoscenze normali dell’età, non parlava praticamente kiswahili, né tantomeno inglese, a 6 anni quindi ha iniziato i 3 anni d’asilo che sono previsti qui per avere le basi di kiswahili e quindi in questo periodo ha fatto passi da gigante ed ora si trova in seconda elementare.
Mi sono messa con lui a fare e rifare i numeri, prima scritti in cifra e poi facendoglieli scrivere prima in inglese e poi in kiswahili. E’ intimorito, bloccato sembra a volte come ritardato ma se lo guardi in faccia, mentre si sforza nel pensare e dare la risposta giusta gli vengono dei tic sotto l’occhio sinistro e così capisci che è solo nervosismo, sicuramente ha delle lacune, di sicuro sa di essere indietro e quindi s’innervosisce bloccando come tutta risposta il suo cervellino insicuro.
Mi si stringe lo stomaco e mi viene su un magone che mi riempie gli occhi di lacrime ma resisto, ingoio aria e cerco di non pensarci, mi do un contegno da maestrina dolce ma ferma e continuo decisa nel chiedergli di rispondere.
Alla fine dopo 2 ore di tentativi, ragionamenti su come si arriva a 100 e su come a 134, sia in inglese che in kiswahili, dopo numerosi incitamenti e discorsi su come lui sia intelligente e non ci sia nulla di male a non sapere o a sbagliare, Albert era felice di aver dimostrato che era capace di comprendere, leggere e scrivere senza fare errori. Soprattutto era felice che nessuno l’avesse sgridato. Non te lo dimostra raccontandotelo o spiegandosi ma il suo sguardo diretto e fisso nei miei occhi e l’assenza dello spasmo sotto l’occhio parlano e spiegano più di mille parole.
Arriva il momento di tornare a casa per tutti, ovunque e qualunque sia la casa in questo momento, per loro un orfanotrofio e per noi un appartamento in affitto. Carico i 7 bambini con me su di un tuc tuc e mi avvio al Lea Mwana, nel tragitto abbiamo parlato della giornata e abbiamo anche discusso su come sia importante credere in noi stessi e nei nostri obbiettivi, discorsi filosofici sull’autostima, forse troppo sconfinati per delle testoline di bambini così piccoli e così indifesi poco abituate a ragionare fuori da rigidi schemi di disciplina e studio. Troppo lunghi anche per essere digeriti in pochi kilometri traballanti di tragitto, a qualcosa serviranno, intanto è un inizio, mi dico e sull’entrata del cortile, li faccio scendere e li guardo mentre rapidi entrano uno in fila all’altro senza quasi voltarsi, senza dire ci vediamo, s’infilano dentro nella stanza buia e poi quasi timidamente qualcuno rispunta col naso fuori a vedere se sono ancora là. Alzo la mano, li saluto lentamente :“Tutaonana kesho”(ci vediamo domani) e faccio segno al guidatore di fare retromarcia. Il sole è basso su di un cielo rosa e quasi sembra accarezzarti  gli occhi, per un attimo mi estraneo ma subito rientro nella realtà mi guardo intorno mentre l’ape piaggio mi riporta a casa veloce e saltellante sui dossi e fossi delle strade dissestate di Mujeje, quartiere sconfinato e poverissimo di Malindi,  forse è più idoneo chiamarlo per quello che è :una baraccopoli alle porte del centro, con casupole fatiscenti, pochi edifici in pietra e cemento assenza di strade vere con spazzatura e fogne a cielo aperto. Mi guardo intorno come se qualcuno mi avesse tolto un velo pesante dagli occhi e mi rendo conto cosa questi bambini vedono tutti i giorni. Distese di spazzatura ovunque, sacchetti di plastica che giacciono incastrati in ogni dove, galline, vacche e capre a razzolare in mezzo a questi ed altra spazzatura come se fosse normale. Un paesaggio desolato, brutto, sporco indescrivibile credo con le parole e forse anche con una foto che non rende abbastanza l’abruttimento del luogo.
Mi sento piccola, inerme, schiacciata da questa inevitabile realtà: non posso fare abbastanza non sono sufficientemente potente per risolvere questo.
Per un attimo mi sento che mi manca il fiato per il pianto che sta arrivando come in piena, mi chiedo, cosa sto a fare qui ma a cosa servo?Dove credo di andare e chi credo mai di essere?
Sono un’illusa, una scema ragazzina che crede nelle utopie invece che una donna matura consapevole dei propri limiti. Non posso nulla a confronto di tutto questo squallore.
Mi sento sconfitta.
Poi mi ricordo dello sguardo di Albert e mi dico, però oggi hai forse instillato un po’ di autostima ed orgoglio in uno di loro, l’ha visto felice e sentirsi meglio.
Sono pari, sono uno pari con questa vita di merda.
Per ora va bene così.

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