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Archive for the ‘Ricordi’ Category

Diani-Ukunda – lunedì 18ottobre 2010- ore 20.00 ora locale (-1 ora in Italia)

Sisal Plantation
Vediamo un po’ se mi ricordo quanti sogni ho riposto nel cassetto da quando ero piccola…dunque quando avevo poco più di 6 anni avevo deciso di fare la veterinaria perché mi piacevano tanto gli animali, ne avevo anche abbastanza in casa e quindi mi vedevo a lavorare e vivere solo con e per loro, poi c’è stata fase della redazione di giornale, dove con le mie cugine facevamo disegni, ritagliavamo foto dai giornali di mia madre, che lei collezionava gelosamente e compulsivamente, le impaginavamo e decidevamo di “scriverci un pezzo”, poi graffettavo tutto, creavo la copertina e montavo il giornale che poi fotocopiavo in un ufficio dove mia madre lavorava part-time come segretaria tutto fare.
Chi me lo avesse insegnato o da chi lo avessi visto fare resta un mistero, sta di fatto che poi in qualche modo ho davvero svolto questo genere di lavoro nella mia vita e per diversi anni.
Dopo quella fase sognavo di scrivere, fare la giornalista, magari l’inviata speciale, come uno dei miei zii, quello più affascinante all’epoca perché lo vedevo poco di persona ma mi capitava di vederlo in tv ma a scuola mi hanno tarpato subito o quasi le ali dicendomi che non ero capace a scrivere e quindi ho abbandonato l’idea, anche se adesso in barba loro scrivo, tanto è solo un blog, “echissenefrega!, se non è scritto benissimo, tanto lo leggono i miei amici e qualche povero sventurato che si imbatte nelle mie lugubrazioni e nei miei tormenti sulla vita.
Ma anche il lavoro di scrivere lo ho effettivamente svolto, quello a fatica e con un perenne senso di nausea, quando scrivevo comunicati stampa per l’azienda per la quale svolgevo le pubbliche relazioni e l’ufficio stampa.
Poi più grandicella oramai uscita dall’adolescenza avevo deciso che avrei aiutato i ragazzini in difficoltà con le loro famiglie, volevo fare l’assistente sociale, per avere un ruolo in certe storie orribili che leggi sui giornali e che io vedevo e vivevo con i miei occhi.
Anche qui sono stata fermata in realtà da me stessa e dalla mia esigenza di lavorare subito e mantenermi anche prima del tempo e la qualcosa non si conciliava molto con gli studi e la gavetta da fare nella professione da me prescelta in quel periodo della mia vita. Ma occuparmi dei bambini e dei ragazzi è sempre stato presente come pensiero e alla fine, qui in Kenya è questo che sto facendo anche se nei ritagli di tempo con dei bambini di uno o più orfanotrofi, non è granchè, non è esattamente l’aiuto che vorrei dare, o meglio non è solo questo che vorrei dare loro ma mi posso ritenere accontentata in parte, in buona parte.
Ed eccomi qui a distanza di anni a ricordarmi i miei sogni nel cassetto, che avevo riposto come un promemoria, scritto su un foglietto destinato a sbiadirsi ed invece nonostante le difficoltà, gli impedimenti e le deviazioni della vita, riprendo quel foglietto e vedo che molte cose anche se non proprio nella loro forma le ho vissute, le sto vivendo le sto portando avanti.
Sono fortunata mi dico perché vivo intensamente a volte mi lamento, ci piango dei problemi avuti, delle disgrazie, ma poi sento estranei e amici che si raccontano e parlano di come hanno un sogno nel cassetto e non riescono a realizzarlo da anni, di come sono infelici in un lavoro, in un ruolo che non è il loro, lo sentono, lo capiscono ma non si sa bene come, non riescono a raggiungerlo anche solo a sfiorarlo.
Io alla fine ho avuto mille intoppi, salite faticose, anche adesso è sempre una lotta per tutto ma il mio sogno di venire a vivere in Africa, in Kenya per ora con tutti i miei animali e nuovi animali lo sto coronando, l’ho già raggiunto e infatti ho nuovi sogni e vecchi sogni da rispolverare e da inseguire e le strade fatte fino ad ora e quelle sono sicura che farò, sono sempre più affascinanti della meta, è il viaggio che mi rende viva.
Penso caramente quindi ai miei amici, ai miei cari, agli sconosciuti che mi hanno detto di avere un sogno, anche solo uno e da tempo non riescono ad esaudirlo e allora con il cuore auguro loro di arrivare sulla strada che li condurrà ad esso …ma …consiglio loro di godersi il viaggio passo, passo, perché a ripensarci ora, mentre stavo arrivando a una delle mete che ho citato, non mi ero accorta fino alla fine che stavo giungendo al sogno, solo che una volta raggiunto ci si sveglia.
Allora buona fortuna, buon sogno e buon viaggio!

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Malindi 9 luglio 2010 ore 14.20 ora locale (Italia -1 ora per via dell’ora solare)

Vacanza estate 2004 USA

uno dei momenti in cui ho capito che la mia vita era un'altra

Qualche amico e molte nuove conoscenze in Italia e qui in Kenya, mi chiedono come mai ho “buttato” tutto alle spalle, perché ho scelto questo percorso che pare così duro, diverso e lontano da quello che sono, o meglio dico io, da quello che ero.
Cosa, chi e perché mi ha fatto intraprendere questa strada?
Difficile riassumere tutte le motivazioni e le sensazioni, in un’unica ragione ed impossibile spiegarlo brevemente senza essere a volte fraintese.
Posso iniziare con il dire che ho avuto una vita intensa, fatta da mille cadute e risalite. La mia vita non è stata lineare, semplice, né scontata. Forse per questo, cambiare vita non mi è sembrato più difficile che nel passato, anzi forse questa volta, perché ho deciso da me il cambio di rotta è stata l’unica volta piacevole.
Una delle spinte che mi ha fatto pensare anni fa che la vita che stavo vivendo non mi apparteneva, era la sensazione che mi era stata cucita addosso male come un vestito che non ti valorizza. Come una fotografia che rispunta da un cassetto degli anni passati, quando ti rivedi con improbabili acconciature ed immettibili vestiti e ti chiedi come facessi a conciarti così!
Uguale, mi guardavo allo specchio e mi sentivo fuori posto, o meglio non con i vestiti a posto. Il senso di soffocamento era continuo, costante e davo la colpa all’ansia, alla tiroide, allo stress, ai problemi, all’uomo sbagliato, al capo isterico ma mai pensavo che la mia vita in blocco ne fosse la causa.
Ho iniziato a lavorare giovanissima parallelamente all’università di giurisprudenza, ottima formazione per due anni, infarinatura perfetta per il mio futuro ma decisi di abbandonare presto quell’indirizzo che non era specifico, né così prezioso per il mio lavoro dell’epoca. Continuando a lavorare mi specializzai in comunicazione e marketing e la mia carriera velocemente progrediva tanto quanto cambiavo i lavori e le aziende. Due anni in un’azienda, poi un anno e mezzo in un’altra e così via. Non mi risparmiavo mai, arrivavo sempre per tappare un’emergenza o iniziare un progetto impegnativo, un lancio di una campagna, un marchio da rilanciare, una testata da promuovere sul mercato. Sempre nelle nicchie di mercato, mai grandi nomi o altisonanti a parte due casi ma ho sempre preferito le medie aziende. Lì era dove si imparava di più, dove potevi vedere molti più tasselli delle società e parlare e lavorare gomito a gomito dalla centralinista all’amministratore delegato. Vedere i bilanci, studiare i budget, capire fino in fondo come muoversi nelle varie caselle e nelle strategie delle società. Avevo fame e sete di imparare, di crescere e conoscere sempre di più e di più. Non mi bastava mai. Non mi fermavo mai. Dodici, anche quattordici ore al giorno senza una sosta, sette giorni su sette e chi tra i miei amici legge questo post lo può confermare, a volte sparivo per un mese intero non rispondevo nemmeno al telefono. Sono arrivata da agente e consulente a seguire contemporaneamente 3 società quasi come se fossi un dipendente full time per tutte e tre.
La mattina le mie mail partivano alle 4.30 massimo alle 5 e chi ha lavorato con me, leggendo queste righe, sorriderà, perché arrivavo alle 8.30 in ufficio, dopo che ero già passata per tipografie e stampatori, a controllare i lavori eseguiti durante la notte e chiedevo ai colleghi se avevano letto la mia mail con i punti del giorno. Spesso mi rispondevano bofonchiando che erano appena arrivati, molto altre volte appena uscivo dall’ufficio captavo i “benevolenti” auguri di buona giornata…ero terribile. Con i colleghi sempre esigente ma anche con capi. Se infatti, come spesso accade nelle società, riscontravo angherie, scorrettezze non tardavo a farlo presente a scontrarmi anche con i “mega-capi”, famose le mie sfuriate con gli AD difronte a straordinari o bonus promessi e non riconosciuti a colleghi che si erano ammazzati di lavoro.
Insomma non stavo zitta, mi ribellavo se sentivo che potevo provarci o al massimo, cercavo altro se mi stufavano le lotte sterili e me ne andavo da un’altra parte finito quello che mi interessava finire e imparare e chiudevo i capitoli senza star tanto a spiegare.
Soprannominata Bulldog, perché non mollavo la presa mai ma forse anche, perché appunto, rompevo come un cagnaccio di razza bulldog di quelli che ti tampinano sempre abbaiando e spingendoti ai calcagni, finché non vai dove ti dicono loro. Infatti a me stanno simpaticissimi.
Non guardavo ad interessi da così detti ”paraculi” per mantenermi un posto e fare carriera in quel senso, non erano i soldi che mi interessavano ma era crescere. Volevo salire, arrivare sulla vetta, vedere che c’era lassù. Mi ponevo obbiettivi a volte anche rigidissimi, li raggiungevo puntualmente e puntualmente ne riscrivevo di nuovi: entro 25 libera professionista, entro 28 società propria, entro 30 ingrandire e aprire attività etc etc …
Scalare, scalare, con una resistenza che a guardarmi ora mi chiedo come facessi. Ma una volta durante la scalata però mi sono domandata “e se quello che vedrò lassù non fosse abbastanza?”, quello è stato il primo errore. Ho cominciato a dubitare.
Ero giovane sì, avevo amici, avevo una discreta indipendenza economica da quando avevo 20 anni che mi permetteva di vivere e mantenermi egregiamente da sola, permettermi vacanze anche costose, quando riuscivo a ritagliarmi due settimane in agosto, la macchina, gli ammennicoli tecnologici vari, le cene fuori, i bei vestiti, l’aiuto in casa e riuscivo anche ad aiutare mia mamma. Insomma per una ragazza sotto i trent’anni che si era fatta da sola e che viveva a Milano non era poi così male. Non potevo lamentarmi soprattutto se vedevo da dove arrivavo, soprattutto se guardavo i miei coetanei, ancora in casa, ancora studenti, ancora lì nel limbo della vita…. Nonostante ciò non ero felice.

Se ritornavo con la mente a prima del mio primo impiego, ripensavo come mi piaceva leggere e scrivere e soprattutto parlare con la gente, sentire le loro storie, e raccontarle ad altri. Ero curiosa e mi sarebbe piaciuto girare un po’ il mondo per vedere cose e gente diversa.

Poi mi piacevano i bambini, mi interessava però aiutare quelli con difficoltà e soprattutto quelli che come me avevano avuto un passato difficile, di quelli che ci si chiede se potranno risalire mai la china.
Quando si cade in basso è difficile rialzarsi ma se a cadere in basso è un bambino e non ha a fianco persone e mezzi che lo aiutino può essere impossibile farcela.

Io ce l’avevo fatta, ce la stavo facendo e mi sarebbe piaciuto tanto aiutare alcuni di loro. Quindi nei ritagli minimi di tempo che avevo, aiutavo dei ragazzini di una comunità ma gli scampoli di ore a disposizione erano davvero sfilacciati e se ripenso che avrei tanto voluto lavorare nell’assistenza sociale…era frustrante vedere cosa stavo invece facendo.
Lavoravo con i media di rilievo, molti si stimavano per questo, per le mega riunioni nei palazzoni, con i top manager ma io non li vedevo così importanti, né i palazzi, né le persone, né i loro ruoli e sentivo soprattutto che vendevo o compravo, dipendeva da che parte della scrivania sedevo, un prodotto che non era ancora finito, era aria fritta, erano spazi vuoti.
A ripensarci ero più soddisfatta quando ad undici anni vendevo il pane e le pizze dietro al banco con mia madre. Non mi sentivo all’epoca gratificata di vederci entrambe alle 5 del mattino a lavorare in una panetteria ma ero poi soddisfatta quando la gente ci diceva che il nostro pane era buono e le nostre pizze erano speciali. Ecco sentirsi più soddisfatti di vendere michette e pizze, piuttosto che fare media plan con le più grandi testate e concessionarie pubblicitarie può forse rendere l’idea di che strani pensieri e sensazioni mi entrassero nella pelle.

Ho cominciato a sminuire il lavoro molto ambito da tanti. Questo è stato il secondo grave errore.
Lavorando così tanto non avevo, né il tempo, né la forza per leggere e scrivere, nemmeno le lettere agli amici lontani, o il diario che per anni avevo tenuto e che spesso fungeva da specchio nei momenti di tentennamenti. Non avevo il tempo per stare con i miei gatti, non avevo il tempo di guardare il cielo, di respirare l’aria dell’alba delle domeniche deserte di Milano, non avevo il tempo di stare con le amiche, non avevo il tempo di filosofeggiare, di stare in silenzio seduta a guardare nel vuoto e riflettere sul mondo, non avevo il tempo di cucinare, seguire la mia passione, preparare i dolci, viziare gli amici e me stessa. Lavoravo e basta.
Ero diventata una macchina da lavoro. Con qualche soldo in più in tasca, tante preoccupazioni, molte responsabilità e nessuna libertà di essere davvero quello che forse avrei voluto essere.

Non libera di spegnere il cellulare, perché dovevi essere sempre reperibile, non libera di prendersi un fine settimana men che meno lungo, non libera di dire “no,grazie” ad una cena di lavoro, o alla riunione del venerdì pomeriggio alle 18.
Ho iniziato a desiderare di essere libera davvero e questo è stato il mio fatale e decisivo errore che aggiunto ai primi due hanno portato la mia vita di allora a stravolgersi.

All’epoca non lo sapevo ancora ma tutto quello che ho fatto, scelto e azionato negli anni a venire mi ha portato a tutto quello che sto facendo ora,  non ne ero consapevole ma stavo cambiando, di nuovo, la mia vita.
Meglio dire la rotta della mia vita. Perché la vita è una ma le rotte, i mari e le terre che si possono tracciare, solcare e visitare possono essere innumerevoli.
Questo lo sto capendo, che se studi per diventare avvocato non devi necessariamente morire avvocato, se studi per architetto non devi farlo fino alla fine della tua vita. Se ti lanci a fare il carrierista puoi anche fermarti bruscamente e cercare quello che ti rende più libero e felice.
Spesso però è questo che non impariamo in tutta la nostra vita, ovvero a comprendere davvero cosa ci renda felici.
Studiamo come matti, ci impostano come bravi e perfetti scolari, che non devono contestare, dissentire e soprattutto dubitare mai. La strada è quella, loro te la indicano con un dito ed un braccio teso e tu pian piano come tanti altri a fianco a te, tendi il tuo di braccio in quella direzione e pensi che sia l’unica direzione. Perché tutti puntano verso quella unica via.
L’unica strada, l’unica vita.
Invece se pensassimo che di vite intorno ce ne sono mille, come mille sono le stelle, e che mille ne potremmo vedere e provare a scegliere se solo ci avessero insegnato a contestare, dissentire e soprattutto dubitare!!
Mi ricordo che quando ero piccola, dissentivo su tutto, domandavo sempre il perché per ogni cosa. Torturavo mio papà con i perché e i come, lui mi sembrava pazientemente rassegnato a farmi vedere dei lati delle cose non mi dava mai spiegazioni decisive e tagliate di netto e questo, credo, mi abbia aiutato molto nel mio spirito critico. Non mi dava risposte preconfezionate.
Come quando per la scuola dovevo disegnare in scala il duomo di Milano e lo tormentavo con i dettagli di precisione, perché a scuola mi dicevano che dovevamo essere il più precisi possibile. Invece lui, che era un artista, più che di mestiere come tanti se ne trovano, proprio per vocazione mi disse che la precisione stava nella mia interpretazione di come lo vedevo IO il duomo!
Mi insegnò che non era indispensabile disegnarlo precisamente ma darne l’impressione che IO provavo guardandolo. Fu il mio primo successo.
Non mi ricordo a dir la verità cosa mi dissero a scuola, perché ben presto mi accorsi che della loro opinione non mi interessava granché ma lo sentii come un successo personale. Il “mio duomo” lo vedevo bellissimo con le sue vetrate stupende, che credo di aver messo sul fronte e non sul retro, perché disegnandolo dal davanti ma piacendomi molto le vetrate sul retro decisi che dovevano essere posizionate in modo differente. Non mi ricordo molte cose di mio padre ma anche se poche devo dire che forse mi hanno segnato nel carattere molto di più di quanto avessi immaginato in passato.
Una delle rotte della mia vita iniziò da lì da quel periodo felice poco prima di incontrare diverse tempeste.
Un’altra rotta è iniziata ora, avendo attraversato molti altri mari in burrasca e mi sa che tanti altri ne affronterò ma basta sapere di poterli solcare con la mia barca, che se mai l’avrò si chiamerà “libera e ribelle”, come ero nata io e come sto cercando di tornare ad essere totalmente.

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Malindi

Cucciolo di un metro e venti centimetri

Malindi 14 aprile 2010 ore 4.25 ora locale (Italia -1 ora per via dell’ora solare)

Dopo un mese di black out sul mio blog e nella mia vita, dopo un primo avviso di scroscio violento di un temporale che annuncia il periodo delle piogge che mi ha risvegliato in questa notte, o meglio da più notti travagliate passate in tristezze e pensieri bui, eccomi nuovamente qui, come spesso mi capita a mettere per iscritto i miei pensieri e le emozioni, quando prendono forma e purezza.
Questo mese è stato per me forte e profondamente formante sotto il profilo umano e psicologico, un allenamento per lo spirito e la forza di carattere. Non so perché mi ero utopisticamente illusa e quindi ingannata, creandomi false aspettative, come spesso ancora mi accade, che qui la mia vita sarebbe cambiata non presentendomi alcun conto.
La prima lezione è stata la morte di Whisky, trovato morto investito da un’auto e vigliaccamente nascosto e portato lontano dal guidatore in un campo e sfilatogli il collare con la medaglietta, se n’è liberato senza preoccuparsi di chiamare il numero che aveva trovato al collo. Dopo pochi giorni l’altro mio gatto “storico” Coco, altro persiano come Whisky, è precipitosamente dimagrito e si è scoperto non avere i reni più funzionanti e in pochi giorni ho dovuto farlo sopprimere. Nel frattempo nubi burocratiche e legali si avvicinavano ai nostri progetti, prospettando spese ulteriori e non previste, rendendo le mie idee e i miei entusiasmi densi, pesanti e lenti.
Ad aggiungersi per non bastare, il nostro trasferimento in una villetta tanto atteso per un mese si è rivelato un problema dietro all’altro; la poca pulizia dei tetti in Makuti ci ha fatto ritrovare con vermi e termiti nel legno che riempivano ogni superficie di fastidiosa e insana polvere delle travi mangiate dagli insetti che ci obbligava a lavare e rilavare qualsiasi cosa e che a nostro dire ci ha riempito di eritemi. La pessima manutenzione inoltre dell’edificio e l’assenza di zanzariere a molte finestre e soprattutto alla porta-cancello del living room realizzato a veranda, permetteva a decine di rospi di diverse dimensioni di entrare all’interno della cucina e dei mobiletti che contenevano cibo e pentole e per quanto poco igienico fosse, questa loro presenza all’inizio non inquietava granché, fino a quando non abbiamo trovato degli altri ospiti e capito a cosa di molto più pericoloso dell’igiene potevano portarci in casa.
Una sera poco prima di coricarci un urlo dal giardino a pochi metri dalla nostra camera ci ha fatto rizzare i capelli e i peli di tutto il corpo, poco prima uno strano abbaiare dei cani della nostra vicina mi aveva già messo in uno strano senso di allarme. Appena sentito l’urlo mi sono precipitata fuori chiamando il nostro ascari e Paolo che si trovava in quel momento dai nostri amici venuti dall’Italia e che avevamo posizionato in un grazioso cottage attiguo al nostro giardino. Non abbiamo capito subito di cosa si trattava, perché la notte, il folto giardino che ci separava nonostante i pochi metri e la lingua Kiswahili per nulla di nostra conoscenza e le ataviche paure emerse in tutti noi, non ci avevano permesso di capire esattamente cosa fosse successo. Così in inglese ho pregato la nostra guardia di accompagnare Paolo e di avvicinarsi al cancello della vicina per chiederle cosa fosse successo; nel frattempo mi sono premunita di chiudere i nostri gatti rimasti e i cani in casa con mia madre e mentre stavo per raggiungerli, Paolo dal basso muro di cinta mi annuncia urlando una frase che avevo letto solo nei libri ed in particolare in quelli della Kuki Gallmann e che speravo, scioccamente ed utopisticamente(appunto mi ripeto nelle infantili aspettative) di non vederla uscire dalle pagine di un racconto: “Gaia, sembra ci sia un serpente enorme, di molti metri che ha attaccato la vicina e il cane è stato morso!”, in un lampo un solo pensiero -dove diavolo ho messo il biglietto da visita?- In una delle nostre tante gite degli anni passati avevo conservato i riferimenti della Snake farm di Watamu, importante centro di raccolta e studio di serpenti e relativo centro antiveleno che dista a qualche decina di chilometri da Malindi, dove, attenta come una scolaretta diligente avevo preso appunti su molti serpenti, sulle loro caratteristiche ed ovviamente sulla loro pericolosità. In un secondo flash mi sono resa conto che avrei fatto prima a telefonare al veterinario dr.Harry che avevo conosciuto per la morte di Coco qualche giorno prima ma anche qui trovare il maledetto biglietto da visita sembrava un’impresa e senza perdermi in stupide e vane ricerche in mezzo a carte vecchie di un fresco trasloco, ricordandomi di aver visto su di una rivista dell’associazione italiana di Malindi un articolo sullo stesso veterinario con il suo numero, che giaceva davanti ai miei occhi sul tavolo in mezzo a mille carte, mi sono messa come una furia aiutata dalla mia memoria visiva e fotografica a sfogliare in pochi istanti le pagine e recuperare così il numero. In altrettanti pochi secondi, riuscendo nel frattempo a parlare al di là del muro con Paolo lo avvisavo di quello che stavo cercando di fare e chiedevo ulteriori informazioni su dimensioni e fattezze del serpente. Il Dr Harry velocissimo nella risposta alle mie affermazioni azzardò la presenza di un pitone e mentre lui mi cercava il numero del Dr Taylor, proprietario appunto della Snake Farm, io, rimanendo incollata nervosamente al telefono mettevo sotto l’enorme fessura della porta che permetteva ai maledetti rospi di entrare ovunque un asciugamano, dato che mi prefiguravo già un pitone nella mia camera da letto.
Il tutto si è svolto in pochi minuti che sembravano ore e secondi al tempo stesso, appena ricevuto il numero chiamavo la Snake farm e mentre mi cambiavo le scarpe correvo verso la vicina, perché come infatti avevo previsto il dottore ha incominciato a farmi domande sul serpente e mentre gli spiegavo la situazione mi sono avvicinata alla villetta e in un gruppetto di persone tra cui riconoscevo l’alta e massiccia figura di Paolo, c’era una donna di colore, piegata come su di una sedia in una tuta grigia, piccola e tremante con gli occhi che gli uscivano dalle orbite e le lacrime che le rigavano le guance, cercava di spiegare che aveva nel giardino il serpente più grande mai visto. Dai gesti che faceva alla guardia con le mani e le braccia sulla dimensione e  lunghezza del serpente mi faceva intendere fosse un esemplare enorme, il Dr.Taylor quindi al quale riferivo la scena e i discorsi mi confermò nuovamente l’ipotesi del pitone. A quel punto mi disse quello che volevo sentire e cioé che sarebbero partiti per Malindi, mi pregava di dargli indicazioni precise sulla località e dopo 40 minuti sarebbero arrivati in nostro soccorso. Chiusa la comunicazione mi avvicinai alla donna era vestita “da casa” con i calzini di spugna ai piedi si era precipitata fuori, sorpresa forse mentre era intenta a guardare la tv o chissà, tremava e singhiozzava e ci diceva che il suo cane, Jasmine, nel difenderla era stata morsicata e che l’altro cane rimaneva in casa a fianco all’altro ferito. Li avevo visti qualche giorno prima attraverso la cancellata, una era un incrocio con un cane tipico di qui “africano” ma di colore bianco e nero e l’altra era una rottweiler piccola di taglia, molto probabilmente incrociata e quindi non imponente ma dal carattere tipico battagliero ed aggressivo, quindi le chiesi di andare a recuperarli con l’aiuto della nostra guardia. Dopo molte insistenze da parte mia e tante parole di coraggio sul fatto che il serpente sicuramente si era andato a nascondere in fondo al giardino, lei e la non molto convinta guardia, entrarono in casa, pochi minuti e la vidi uscire ancora più scioccata e distrutta ripiegata su di sé. “Il mio cane è morto, è morto …” Un secondo brivido sulla mia oramai pelle di cappone me la fece alzare ancora – dio mio se è morto non era un pitone!- “Sei sicura?Che sia morto? Non è sotto shock?Hai visto se respirava?” Niente, scuoteva la testa, gli occhi ancora più fuori dalle orbite e continuava solo a ripetere “il mio cane è morto è morto”. A quel punto come spesso mi accade nei momenti di immobilità apparente del mondo e degli altri, io non riesco a stare ferma, soprattutto se si tratta di un bambino o di un animale e così mi sono girata da Paolo che aveva già capito e con un solo sguardo mi ha seguito, una frase all’Ascari e con torce e mazze siamo entrati in casa. Disordine, sporcizia, accatastamenti vari di qualsiasi cosa, in quell’istante memorizzavo le immagini e le mettevo da parte, solo dopo mi sono resa conto di quel caos ma in quel momento cercavo solo il cane, i cani ed eventualmente un serpente enorme che a quel punto teorizzavo essere molto velenoso, per uccidere un cane di media taglia in poche decine di minuti.
Quasi subito li abbiamo intercettati, prima il meticcio bianco e nero, spaventato come la sua padrona, con le orecchie tese e sparate come vele triangolari se ci fosse stato vento avrebbe potuto prendere il volo, stava a fianco al corpo che pareva esanime dell’altro cane, vedevo solo il posteriore e le zampe, presi coraggio e mi avvicinai ancora e la scena mi ricordava quando, pochi giorni prima avevo dovuto riconoscere il corpo del mio amato gatto Whisky, buttato in mezzo a dei cespugli di bouganville.
Mille flash nella mia memoria e nel mio passato :un ascensore stretto, dei carabinieri altissimi,io piccolissima, una casa vuota e buia, poi flash e mia madre che piange disperata e poi un altro flash, mio zio che mi dice che mio padre non torna più, un altro flash una bara, la sua bara sul ciglio della fossa aperta e io che intravedo le sue gambe, i suoi piedi.
Nella pericolosità del momento e di rimanere lì la mia mente gioca strani scherzi, scuoto la testa, schiarisco la vista strizzando gli occhi, torno al presente e vedo un lieve movimento nel costato, scosto il panno della poltrona sotto la quale era accasciata e un muso spunta, mostrandomi un ringhio,per paura, per dolore e per sopravvivenza, “Ok, tesoro, sei viva, ora ti mando la tua padrona”, dietrofront immediato di tutte e tre e con gran sollievo della guardia che non era a suo agio in una stanza piena e soprattutto di due cani e di cose accatastate che nascondevano un probabile serpente. “Il tuo cane è vivo, è sotto shock, fila dentro a recuperarlo, lui e l’altro. Fatti accompagnare dalla guardia ma vai a recuperarlo dobbiamo vedere cosa c’ha!”, la spingo a quel punto, la strattono dolcemente ma fermamente, le sorrido e le dico che ce la può fare, non c’è pericolo. Dopo interminabili minuti escono, il cane zoppica vistosamente, con mio raccapriccio noto che la zampa è leggermente più gonfia, capisco che è velenoso, non aspetto neanche il tempo che lo sguardo scivoli via dalla scena per ragionare che già il mio dito stava premendo il tasto dell’ultima chiamata: “ Dr.Taylor sono di nuovo io, il serpente deve essere velenoso, il cane ha una zampa gonfia e credo si gonfierà ancora ma che diavolo di serpente può avere dimensioni da pitone enorme ma essere velenoso?”, “Puffeder…”, vuoto nella memoria e frustrazione per non capire bene cosa stia dicendo, non avere la padronanza della lingua in questi momenti ti toglie forza, chissà cosa mi sta dicendo, non capisco, lui lo intende dal mio silenzio e mi spiega il tipo di serpente e in un italiano stentato mi ripete: “Puffeder, vipera soffiante…”. Porca miseria, me la ricordo, bestia per me orribile e per Paolo affascinante prima di attaccare emette un sibilo, un soffio profondo per me angosciante. Arriva a diametri e dimensioni importanti ed ovviamente è velenosa, molto velenosa. Da quel istante al mio ripetere ad alta voce il nome in inglese e in italiano, la già tesa atmosfera, se possibile lo é diventata ancora di più, minuti frenetici sono passati per organizzare l’arrivo del veterinario alla clinica mentre Paolo ed io andavamo ad aspettare sulla strada l’arrivo del pick up di quelli della Snake Farm. Mentre aspettavamo lontano dalla casa, purtroppo i guardiani, insieme al compagno della donna nel frattempo accorso, hanno cercato, stanato ed ucciso un serpente, dico purtroppo, perché uccidere un serpente comporta danni che uno non comprende al momento, perché si pensa di togliere un problema ma invece significa perdere veleno e quindi antidoto preziosissimo. Bastava aspettare e quelli della Snake farm lo avrebbero catturato. Inoltre il serpente preso, era sì, una vipera soffiante ma di dimensioni notevolmente inferiori, perché era “solo” un cucciolo di un metro e venti centimetri circa, mentre quello descritto dalla donna doveva essere o la madre o il padre e con tutto il trambusto e la caccia nei cespugli del giardino l’avranno sicuramente messa in fuga. Perso un esemplare importante per studio e per antidoto e messo in fuga vicino ad altre ville, cacciare un serpente non è togliere un problema ma spostarlo solo di qualche metro o di qualche giorno.
Ucciderlo, è ridurre la quantità di siero che può aiutare molte vite di tante persone.
Oramai è andata, nel frattempo il pensiero va al cane, salvare intanto Jasmine e così caricata sul pick up l’abbiamo portata dal veterinario, la donna era troppo sotto shock per ragionare velocemente e così ci siamo fatti scortare dai cacciatori di serpenti che erano abbattuti e affranti per essere corsi senza poter salvare il serpente e nel tragitto intanto dai loro sguardi attenti e preparati avevano compreso la scena in pochi minuti e mi stavano dando un resoconto agghiacciante. Il giardino era incolto e sporco, oggetti, cose vecchie e legni erano accatastati ovunque, topi e ratti erano stati visti dalla donna interrogata dai cacciatori e i molti rospi presenti avevano creato un habitat ideale e confortevole per i serpenti, per le vipere soffianti e mi spiegavano con calma che dove si avvista un cucciolo ed un adulto di vipera soffiante di solito ce ne sono molti altri. Al ritorno, dopo un ‘ora dalla clinica, senza sapere se il cane ce l’avrebbe fatta, pensieri cupi si addensavano nella mia mente.
Erano giorni che non facevo uscire i gatti dalla mia camera e non ero tranquilla a tenere di notte i cani nel living-room aperto su ogni lato, senza sapere il perché. Paolo nelle mie ansie ricorrenti e per quello che era appena successo coi gatti non insisteva fortunatamente nel smontare ironicamente le mie apprensioni, forse perché è di animo delicato e capisce i miei dolori o perché ha imparato a conoscere il mio sesto senso e spesso ci confida più lui di me anche se non me lo dice mai. Guardandomi col suo sguardo calmo e sorpreso come spesso ha in momenti di emergenza mi dice ”lo sentivi che c’era qualcosa che non andava, hai visto? Di nuovo il tuo sesto senso.”
-E’ una qualità, Gaia, è una cosa positiva non è qualcosa di cui aver paura, è il tuo campanello d’allarme che devi seguire e benedire-me lo ripeto ogni volta che mi spavento quando scopro che una sensazione, un presentimento al quale non vorrei dar ragione, invece si rivelano giusti.
Da quella notte siamo rimasti barricati in camera, anche con i cani a dormire sotto il letto con asciugamani a mò di barriera e da quella notte molti serpenti sono stati trovati e molti ranocchi e rospi sono stati cacciati dalle camere e dalla cucina. Dopo pochi giorni dai serpenti, il ritrovamento di uno scorpione per l’esattezza una scolopendra con la quale avevo avuto un incontro ravvicinato e doloroso l’anno scorso, dopo la fuga dei nostri amici da quel cottage in un’altra struttura, senza considerare vermi e termiti e rospi, tutti questi fatti ci hanno convinto ad imporci con la padrona di casa e di decidere di andarcene nonostante questa provasse a convincerci che tagliando un po’ le piante della villetta vicina, sempre di sua proprietà e dalla quale appunto arrivavano i serpenti, non avremmo avuto problemi.
La vita è mia e non ci sto a rischiare, soprattutto se devo lasciarla in mano alla cattiva gestione di qualcun altro.
Quindi dopo solo pochi giorni in quella villetta e molti problemi, nuova ricerca di casa ed ennesimo trasloco, siamo a quota 4 in due mesi, non male per una che odiava i traslochi.
Ora, nonostante tutte le ragioni per la pericolosità della situazione, la padrona di casa sta provando a richiederci due mesi per mancato preavviso e non sta pagando le persone che erano alle sue dipendenze ma che hanno lavorato per noi in quei pochi giorni e per le quali, avrebbe dovuto usare la quota sostanziosa dell’affitto rimasta, per saldare appunto le piccole spese relative alle ore della donna di servizio e della guardia, tenendosi nonostante non ne avesse diritto il cospicuo resto che avevo deciso di donarle.
Quindi ora mi devo rivolgere ad un avvocato e dopo i problemi avuti con e per gli animali eccomi a dover risolvere le beghe legali e burocratiche con le persone che cercano sempre di approfittare di chiunque e soprattutto di persone come me e Paolo che siamo sempre gentili, accondiscendenti e ben pensanti. Ma questa non la passa liscia, ora, oltre a richiederle indietro i soldi che volevo regalarle, le chiedo i danni e faccio verificare dagli uffici competenti che le persone che lavorano per lei e che manda nelle villette in affitto facendosele ri-pagare profumatamente, siano come dice lei, davvero in regola.
Pronti via si ricomincia con la lotta.
Anche per entrare in questa nuova casa, nella quale mi trovo molto bene e spero di starci per i prossimi mesi, stiamo lottando contro un avvocato che dire sleale é dire poco.
Oltre a scoprire che la parcella per la compilazione del contratto d’affitto e della relativa registrazione spetta a noi e non al proprietario, nonostante abbia scelto lui l’avvocato, perché consigliato da italiani (che qui non rappresenta il marchio Doc o Dop ma Dcf: “di certa fregatura”) cosa comunque che devo in ogni caso approfondire, il –così detto professionista- ha avuto il coraggio di presentarci una parcella di un importo pari a € 1.111, sì mille e cento undici euro per compilare un contratto standard d’affitto per un anno, dove credo costi ovunque nel mondo, qui in Kenya e anche nella nostra strana Italia, in media 60€.
Quindi anche con questo caro esemplare di avvocato mi dovrò far viva con una lettera che gli spieghi un po’ dove deve ricollocarsi nel mondo.
Mi vien da dire che i serpenti da abbattere siano di altre razze, dimensioni e fattezze e soprattutto di totale inutilità, dato che da queste bestie velenose non esiste antidoto ma solo la morte, la loro. Mors tua vita mea. Eh, sì cari, non hanno capito ancora con chi hanno a che fare. Lo scopriranno presto.

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La felicità quasi obbligatoria per affermarsi, raggiungere i propri obbiettivi.

Come se la felicità dovesse essere una componente indispensabile per ottenere quello che si desiderava.

Questo ci hanno insegnato alla scuola tedesca Istituto Giulia di Milano, che ho frequentato dall’asilo fino alle medie, e purtroppo o per fortuna non ho potuto completarla fino alla maturità come era stato previsto, perché ha chiuso prima per mancanza di fondi, o di suore(era cattolica e femminile) o di vocazioni, o non so… e non ho potuto completare il mio percorso nell’altra scuola tedesca, per mancanza di soldi, o forse anche per mancanza di una mia soddisfacente preparazione (ero una svogliata cronica con la sufficienza e non era abbastanza) e forse quest’ultima ipotesi era suffragata dal fatto che all’epoca non ero nemmeno sufficientemente felice.

Wer schaffen will, muss frölich sein…lo dicevano anche  le parole scritte nel cortile della scuola sul muro d’ingresso ….sei non sei felice non puoi realizzarti, non ce la puoi fare.

All’epoca la leggevo come una presa in giro, uno “sfottò “come  mi diceva mia madre quando gliela traducevo, “facile per loro dire così”.

Ma non era tale, non sapevo io, nè lei che era tratta da una poesia che qui sotto riporto nella sua interezza.

In ogni caso l’invito che sembrava un imperativo stava lì per ricordarci che dovevamo avere la gioia nel cuore per raggiungere i nostri traguardi.

Appariva per certi versi un pò simile alla più celebre e inquietante frase che era affissa su un cancello ancor più famoso :”Arbeit macht frei” (il lavoro rende liberi) e che era messa lì in modo orribilmente sinistro ed ironico.

Al tempo la frase sulla felicità mi appariva scritta con lo stesso spirito, come nei campi di concentramento e con lo stesso umore entravo tutti i giorni nell’edificio.

La mia esperienza in quella scuola mi è servita e tanto. Ho capito molte cose e sono cresciuta nella consapevolezza che non andava bene per me e la mia delicata natura.Sembra poco e invece è tantissimo.

In ogni caso non è stata così pessima come scuola e come corpo insegnanti. Anzi a lei e alla loro rigidità, schematizzazione di tutto, inquadramento eccessivo e appiattimento delle caratteristiche individuali di ognuno di noi, ho imparato molto, per quello che andava fatto e per quello che assolutamente non andava fatto, per me e per altre bambine e persone in generale.

Ho imparato a personalizzarmi nello studio, nell’apprendimento ancora di più di quanto avrei fatto in una scuola più libera. Ho imparato a non arrendermi nonstante mi dicessero che non andavo bene. Ho imparato che se lì non ero ritenuta intelligente, potevo essere riconosciuta come tale in altri luoghi e poi ho imparato che bastava lo fossi per me stessa. Ho imparato molto nel bene e nel male dai loro insegnamenti e dai loro errori.

E ho imparato su  quella frase, che all’epoca mi risuonava come una macabra ironia per la mia triste condizione di vita, che in realtà era vera.

La mia svolta c’é stata e l’illuminazione è arrivata quando, nonostante  le brutture che mi erano capitate, nonostante la condizione disagiata, faticosa e in salita della mia vita, se avessi trovato la felicità nel cuore sarei riuscita a farcela, in tutto.

Così è accaduto e così sta accadendo.

Quindi anche solo per quella frase che mi risuona spesso nella testa, e nel cuore io ringrazio quella scuola.

Theodor Fontane

Du wirst es nie zu Tücht’gem bringen
Bei deines Grames Träumereien,
die Tränen lassen nichts gelingen:
Wer schaffen will muß fröhlich sein.

Wohl Keime wecken mag der Regen,
der in die Scholle niederbricht,
doch golden Korn und Erntesegen
reift nur heran bei Sonnenlicht.

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La casa ogni giorno diventa più spoglia e più caotica al tempo stesso.

I muri sembrano tristi, spogliati dai quadri e specchi che hanno lasciato aloni e buchi mal rattoppati da uno stucco troppo bianco sull’intonaco fané. I mobili mezzi smontati accatastati ovunque, scatole fasciate da metri di scotch, odore di pennarelli a siglare e catalogare ricordi da tenere e cose da buttare.

La pulizia dei vetri e dei pavimenti viene di giorno in giorno rimandata alla fine …ma è una fine ? O meglio sarebbe definirlo l’inizio di un qualcosa di nuovo per noi che ce ne andiamo e per chi subentrerà nel, ancora per poco, nostro appartamento!

La mia non è malinconia, almeno per ora non ce n’è una vera traccia..solo una spolverata ogni tanto che mi tengo sulle mani e sulla faccia e mi aspetto da un momento all’altro che venga tracciata da qualche lacrima.

Per ora va bene così col mio mezzo sorrisetto sulla faccia impolverata.

Per ora va bene così.

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