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Archive for the ‘Racconti e opinioni’ Category

Diani-10 novembre 2010 ore 23.45 ora locale(-2 ore in Italia)

Ce lo dicevano in tanti, prima che iniziassimo la nostra avventura quaggiù che aiutare la popolazione locale non sarebbe stato facile, né così scontato. In effetti i diversi commenti e considerazioni e raccomandazioni hanno più o meno trovato tutti rappresentazioni nei dati di fatti più che nelle opinioni nostre che volevano essere più ottimistiche delle premesse.

Aiutare non è semplice.
Questo però non lo è qui e credo in nessuna parte del mondo e per nessuna situazione o persona.

L’aiuto che uno vuole dare spesso non è quello che l’altro si aspetta e anche se ci si spiega tra le parti, spesso comunque una delle due parti rimarrà delusa.

Aiutare persone povere in difficili situazioni culturali generali ed economiche lo è ancora di più.

Lo vediamo da anni con il nostro paese, con il meridione, io sono per una parte meridionale d’origine e questo nostro paese l’ho girato e posso assicurare che effettivamente le discrepanze si sono sempre viste. Nonostante gli aiuti stanziati quando questi arrivavano erano sempre dati in mani sbagliate e forse(?)arrivavano anche decurtati rispetto alla partenza.

In ogni caso non è dell’Italia che volevo parlare anche se spesso mi ritrovo a fare parallelismi con la nostra condizione, la cultura, la mentalità e spesso ci trovo molto più simili di quanto vediamo o vorremmo vedere ed ammettere.

Aiutare le popolazioni diverse da noi non è sempre facile, soprattutto aiutarle attraverso enti, onlus, ong, organizzazioni mondiali che non sai mai davvero in che percentuale usino i tuoi soldi per la popolazione piuttosto che per farsi pubblicità, usarli nel marketing e viverci pure.

Così quando ti spingi direttamente in certi luoghi ti viene più spontaneo, o almeno per alcuni di noi, darti da fare e mettere mano al portafoglio.

In questi anni frequentando un po’ il Kenya, soprattutto un orfanotrofio ne abbiamo viste di tutti i colori e forme e devo dire che la poesia romantica di aiutare per il gusto puro di farlo insieme ed in gruppo ad altre persone magari sconosciute viene un po’ a mancare.

Come dicevo ne abbiamo viste tante, da i turisti che arrivano in pulmini, portati dalle guide a visitare l’orfanotrofio che scendono armati di macchine fotografiche e videocamere come se fossero ad un safari con soggetti umani, anziché animali. Quelli che scendono, si guardano attorno e cominciano ad elargire caramelle ai bambini, riprendendo e commentando ogni movimento del piccolo mentre scarta l’ennesima caramella del giorno. La sua faccia perplessa infatti non è perché non ha mai visto una caramella, quanto più perché non si spiega che ogni persona bianca che arriva deve dargliene una e non è contento finchè non la mette in bocca.
Ma vaglielo tu a spiegare al turista che non sono scimmie che scoprono i colorati bon bons.

C’è poi la signora armata di scatola di biscotti sotto il braccio che aiutata dalla figlia più piccola riunisce i bambini nella sala da pranzo e comincia a lanciare i micropacchetti ai bambini che dopo le prime perplessità si siedono composti e alzano a turno la mano per afferrare i 4 biscotti.
Mentre tu guardi la scena a bocca spalancata ti appare davanti la scena della tizia allo zoo mentre lancia arachidi incurante di un guardiano che scuote la testa sotto il cartello “non si deve dare cibo alle scimmie”.

Poi ci sono i ragazzotti e anche uomini sulla sessantina che arrivano si piazzano la bimba più bella del gruppo sulle ginocchia e fanno la foto ricordo senza nemmeno ricordarsi dopo 10 minuti come si chiamava, senza nemmeno aver chiesto come stava, da dove veniva, la sua storia.

A te, vengono i brividi di disgusto.

La gente viene qui, lancia biscotti, caramelle e filma e riprende tutto, fa la foto ricordo e se ne torna in albergo e poi a casa, pensando di aver fatto quello che poteva e di aver lasciato una buona impressione.

Ci sono anche quelli che più toccati nel profondo arrivano, vedono e in 3 minuti capiscono tutto e dopo 3 giorni si lanciano in immediate campagne per aiutare i bambini, tra gli amici in vacanza con loro, raccolgono i soldi e li donano al direttore, il quale ben contento gli porge una ricevuta e questi, sicuri della serietà si prodigano appena tornati in Italia a raccogliere fondi per costruire il nuovo padiglione, ristrutturare la cucina, comprare nuovi letti etc etc.
Spesso queste persone armate di tutta la buona volontà e fiducia nel prossimo, raccolgono davvero i soldi, li inviano e poi chiedono al direttore di ricevere informazioni che raramente riceveranno e ancor più raramente potranno verificare in futuro, perché con molta probabilità non torneranno più in quel paese.
Molti altri tornati dalle vacanze ci provano per un po’ poi desistono, presi anche da altri impegni e la vita che scorre frenetica e si dimenticano fino al prossimo viaggio dei bambini poveri di quell’orfanotrofio.

Noi con la nostra famiglia e un gruppo oramai allargato di amici, aiutiamo da tempo con diversi piccoli progetti anche un orfanotrofio vicino Malindi.
Perché abbiamo deciso di aiutarli? Perché siamo tra quelli di uno degli esempi, tornati in Italia abbiamo deciso di fare qualcosa di più ma con una variante. Abbiamo deciso di controllare personalmente quasi ogni fondo o sponsorship portata fisicamente al direttore.
Quindi una volta tornati abbiamo comprato direttamente merce che effettivamente serviva alla struttura, l’abbiamo fatta consegnare, mentre contemporaneamente la vecchia veniva rimossa e abbiamo fatto in modo che ogni piccola o media cifra donata venisse in 4 anni gestita, solo così e in nessun altro modo.
Ovviamente i soldi per le sponsorizzazioni, per le rette scolastiche non è stato possibile monitorarle ma venendo spesso in Kenya prima del nostro trasferimento abbiamo potuto notare che i bambini venivano effettivamente mandati a scuola e chi più e chi meno faceva progressi con l’inglese e non solo.
Ora tra i tanti “turisti degli orfanotrofi” ci sono anche personaggi che si lasciano facilmente trascinare in imprese grandiose di raccolta fondi dopo solo pochi giorni di conoscenza del paese, del luogo, delle persone e della cultura e soprattutto della struttura, queste persone si proiettano “in uno spot”, attrezzandosi in prima persona con siti web, brochure di presentazione, biglietti da visita, addirittura operazioni di marketing ad hoc con storie semi-vere e foto a forte impatto emotivo, conti bancari intestati a loro nome, etc etc  lanciandosi in crociate per questi bambini da lasciare molti a bocca aperta per l’entusiasmo dimostrato ma spesso per la fiducia spropositata che ripongono.

Accade spesso che i rappresentanti delle fondazioni serie, che gestiscono fondi e progetti sul posto, si chiedano e a volte indagano anche, per capire se questi individui siano del tutto ignari  dei rischi e credano ad ogni persona che mostri dei bambini sull’orlo della miseria, chiedendo loro soldi, o se invece siano mosse da altre leve, ovvio immaginare di che tipo e forma potrebbero essere queste, soprattutto in un paese come il Kenya.

In questo breve periodo di 4 anni sentendone e vedendone in prima persona molti di questi esempi di persone non proprio armate da buone intenzioni o comunque non sempre improntati con seria professionalità ed umanità, mentre molte altre tragicamente poi ingannate e deluse dall’esperienza di aver donato molti soldi con molta fiducia, senza poi averli visti di fatto mettere in pratica in opere e progettazioni promessi, abbiamo deciso di continuare i nostri micro-progetti investendo in prima persona, fondi, tempo e lavoro diretto per evitare che i soldi donati venissero dirottati verso altri scopi.
Com’è stato per il progetto “0” del dormitorio con le balle di paglia. Questo progetto è stato inizialmente finanziato totalmente da noi e la nostra famiglia e da qualche amico e poi piano piano si sono aggiunti altri amici che hanno così ridotto il nostro contributo, aiutandoci anche nella realizzazione concreta. Questo progetto doveva servire soprattutto per provare a portare una nuova-vecchia tecnica di costruzione, molto utile da imparare per la comunità locale perché usa di base gli stessi materiali che loro già conoscono(terra, argilla, calce, legno e paglia), la stessa modalità di autocostruzione(di solito si riuniscono tra parenti e amici e costruiscono una stanza alla volta), inoltre il basso impatto economico ed ambientale ma l’enorme differenza era portare abilità nuove per far durare la casa, la struttura molto più a lungo che le loro normali case fatte di fango, sassi e legni legati fra loro, le quali dopo 2 o massimo 4 stagioni delle piogge crollano miseramente.

Il progetto “0” significa che siamo partiti per fare una prova con la comunità locale che in parte è stata compresa e in buona parte ha permesso a noi di comprendere come avanzare per migliorare approcci e metodologia con una cultura totalmente diversa dalla nostra.
Qui infatti sono emerse le evidenze di diversità per le quali amici e conoscenti che frequentano il Kenya da tempo ci avevano messo in guardia.
La cultura keniota soprattutto sulla costa è impregnata di una mentalità di assistenzialismo, dove il bianco, il ricco arriva e da soldi. Punto.
Senza chiedersi a cosa servano davvero, senza chiedere se servono davvero quelli o se invece serve un macchinario, magari per aumentare destrezze e produttività.
O ancora se serve una tecnica per aumentare professionalità e cultura o se serve magari sì, un aiuto economico ma gestito diversamente per fargli costruire per esempio un pozzo e intanto imparare a farlo, per poi rendere indipendenti delle persone.
Magari anche insegnando loro a crearsi un orto così da rendersi autonome in buona parte.
No, il bianco è visto come un bancomat. Lui arriva, io tendo la mano e i soldi spuntano dalle tasche.
Questo poi purtroppo è rafforzato da un effettivo atteggiamento diffuso in molti occidentali.

Le persone di qui, quelle più colte, più intelligenti, più sensibili e più desiderose di emancipazione e cultura ce lo dicono da anni: teneteli i soldi e aiutateci a crescere, gestite voi i soldi insegnandoci a farlo, non date soldi ad un africano non li userà per quello che davvero dice di voler comprare ma li spenderà per altri stupidi scopi.
Questa è la tiritera che se ti fermi a parlare con un certo tipo di gente e soprattutto con i missionari religiosi e laici ma non solo, ti sentirai ripetere fino alla nausea.

Noi quindi abbiamo applicato questa tecnica quasi alla lettera e si potrà capire quindi, quante difficoltà abbiamo incontrato sul nostro percorso, ovviamente, e ce lo aspettavamo anche se non così tante, dai locali, che si sono prima stupiti, poi risentiti e poi di nuovo stupiti dell’assenza da parte nostra di elargire soldi da far gestire a loro per comprare i materiali o peggio per pagare persone non professionalmente valide per svolgere un compito che era svolto da un vero professionista oltretutto volontario ma cosa ancora più assurda e più sconvolgente, abbiamo incontrato anche alcuni nostri connazionali, veramente risentiti dalle nostre raccomandazioni.
Queste care persone, purtroppo ancor più ignoranti(dal verbo:ignorare, significato:colui che ignora che non conosce), dei sottoscritti, sulle culture  e sulle mentalità del luogo, perché alla loro prima esperienza, hanno rifiutato in maniera ferma e sicura gli esempi non proprio edificanti, vissuti da altri concittadini che abbiamo citato loro ma non solo, hanno deciso di donare ed inviare denaro frusciante a cascata su progetti ancora campati per aria e senza il minimo controllo e ci siamo sentiti anche aspramente criticati per la nostra malafede.
Che dire…dare fiducia è difficile e veramente difficile, riporla anche e a volte poi si viene così tanto confusi dalle emozioni e dalle spinte caratteriali da farci prendere vie più impervie.
Ma si sa che ognuno di noi deve fare l’esperienza che più gli serve per comprendere appieno come comportarsi e proseguire.
Noi ci sentiamo di dire a chiunque abbia avuto una brutta esperienza in merito a donazioni di non perdere la fiducia, di provare a continuare ad aiutare, di farlo magari se si può personalmente o attraverso persone che conoscete.
Nonostante le delusioni anche da noi subite in diverse situazioni non ci stiamo arrendendo anche se a volte lo sconforto arriva, perché capiamo che è solo attraverso gli errori che si cresce e si comprende meglio noi stessi e la vita.

Aiutare col cuore e riuscirlo a fare senza rimanere delusi da aspettative mancate insieme alla fiducia ben riposta sono la cosa più bella da provare, quindi nonostante le difficoltà, gli errori e i dubbi che si possono incontrare in un progetto piccolo o grande che sia, non molleremo perché il risultato finale è quello che davvero conta e non gli incidenti sul percorso.

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Diani-Ukunda – lunedì 18ottobre 2010- ore 20.00 ora locale (-1 ora in Italia)

Sisal Plantation
Vediamo un po’ se mi ricordo quanti sogni ho riposto nel cassetto da quando ero piccola…dunque quando avevo poco più di 6 anni avevo deciso di fare la veterinaria perché mi piacevano tanto gli animali, ne avevo anche abbastanza in casa e quindi mi vedevo a lavorare e vivere solo con e per loro, poi c’è stata fase della redazione di giornale, dove con le mie cugine facevamo disegni, ritagliavamo foto dai giornali di mia madre, che lei collezionava gelosamente e compulsivamente, le impaginavamo e decidevamo di “scriverci un pezzo”, poi graffettavo tutto, creavo la copertina e montavo il giornale che poi fotocopiavo in un ufficio dove mia madre lavorava part-time come segretaria tutto fare.
Chi me lo avesse insegnato o da chi lo avessi visto fare resta un mistero, sta di fatto che poi in qualche modo ho davvero svolto questo genere di lavoro nella mia vita e per diversi anni.
Dopo quella fase sognavo di scrivere, fare la giornalista, magari l’inviata speciale, come uno dei miei zii, quello più affascinante all’epoca perché lo vedevo poco di persona ma mi capitava di vederlo in tv ma a scuola mi hanno tarpato subito o quasi le ali dicendomi che non ero capace a scrivere e quindi ho abbandonato l’idea, anche se adesso in barba loro scrivo, tanto è solo un blog, “echissenefrega!, se non è scritto benissimo, tanto lo leggono i miei amici e qualche povero sventurato che si imbatte nelle mie lugubrazioni e nei miei tormenti sulla vita.
Ma anche il lavoro di scrivere lo ho effettivamente svolto, quello a fatica e con un perenne senso di nausea, quando scrivevo comunicati stampa per l’azienda per la quale svolgevo le pubbliche relazioni e l’ufficio stampa.
Poi più grandicella oramai uscita dall’adolescenza avevo deciso che avrei aiutato i ragazzini in difficoltà con le loro famiglie, volevo fare l’assistente sociale, per avere un ruolo in certe storie orribili che leggi sui giornali e che io vedevo e vivevo con i miei occhi.
Anche qui sono stata fermata in realtà da me stessa e dalla mia esigenza di lavorare subito e mantenermi anche prima del tempo e la qualcosa non si conciliava molto con gli studi e la gavetta da fare nella professione da me prescelta in quel periodo della mia vita. Ma occuparmi dei bambini e dei ragazzi è sempre stato presente come pensiero e alla fine, qui in Kenya è questo che sto facendo anche se nei ritagli di tempo con dei bambini di uno o più orfanotrofi, non è granchè, non è esattamente l’aiuto che vorrei dare, o meglio non è solo questo che vorrei dare loro ma mi posso ritenere accontentata in parte, in buona parte.
Ed eccomi qui a distanza di anni a ricordarmi i miei sogni nel cassetto, che avevo riposto come un promemoria, scritto su un foglietto destinato a sbiadirsi ed invece nonostante le difficoltà, gli impedimenti e le deviazioni della vita, riprendo quel foglietto e vedo che molte cose anche se non proprio nella loro forma le ho vissute, le sto vivendo le sto portando avanti.
Sono fortunata mi dico perché vivo intensamente a volte mi lamento, ci piango dei problemi avuti, delle disgrazie, ma poi sento estranei e amici che si raccontano e parlano di come hanno un sogno nel cassetto e non riescono a realizzarlo da anni, di come sono infelici in un lavoro, in un ruolo che non è il loro, lo sentono, lo capiscono ma non si sa bene come, non riescono a raggiungerlo anche solo a sfiorarlo.
Io alla fine ho avuto mille intoppi, salite faticose, anche adesso è sempre una lotta per tutto ma il mio sogno di venire a vivere in Africa, in Kenya per ora con tutti i miei animali e nuovi animali lo sto coronando, l’ho già raggiunto e infatti ho nuovi sogni e vecchi sogni da rispolverare e da inseguire e le strade fatte fino ad ora e quelle sono sicura che farò, sono sempre più affascinanti della meta, è il viaggio che mi rende viva.
Penso caramente quindi ai miei amici, ai miei cari, agli sconosciuti che mi hanno detto di avere un sogno, anche solo uno e da tempo non riescono ad esaudirlo e allora con il cuore auguro loro di arrivare sulla strada che li condurrà ad esso …ma …consiglio loro di godersi il viaggio passo, passo, perché a ripensarci ora, mentre stavo arrivando a una delle mete che ho citato, non mi ero accorta fino alla fine che stavo giungendo al sogno, solo che una volta raggiunto ci si sveglia.
Allora buona fortuna, buon sogno e buon viaggio!

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Malindi 8 luglio2010 ore 16.40 ora locale (Italia -1 ora per via dell’ora solare)

Nella prima puntata di “Paese che vai” raccontavo di come spesso si vedano in moto 3 o anche 4 persone per volta, (appena riuscirò ad immortalarne un esempio non mancherò di pubblicare la foto), ovviamente senza casco, tralasciavo di scrivere che anche quando è solo il guidatore a bordo, spesso non indossa il casco il quale viene appoggiato a mò di decorazione in mezzo alla forcella. Utile mi viene da pensare, se cade, la moto non si farà male!!!!
Qui gli esempi umani alla guida di un qualsiasi tipo di automezzo potrebbero essere spunti filosofici di come vedono e vivono la vita.
Ci sono gli “ignari del pericolo”, i quali sfrecciano in moto senza casco appunto, guidando con incertezze, tentennamenti ed ondeggiamenti degni di un principiante in bici per la prima volta senza le rotelle, che si armano di un’unica certezza, ovvero quella che non si faranno mai male, in mezzo a tir, camion, matatu e macchine, degno di Napoli o Roma nell’ora di punta.
Si vedono poi i tuc tuc, che sarebbero i taxi per le persone, che trasportano ogni tipo di bene e cosa, loro sono “gli ottimizzatori” riescono ad impilare dai 5-6 pneumatici di camion incastrati alla meglio, o un letto smontato o una pentola enorme da 30 persone e anche ogni di tipo di animale…d’altronde, si diranno i guidatori dotati di senso pratico e pragmatico, se trasportiamo certa gente, possiamo anche trasportare delle bestie!Infatti capita spesso di vederci sù delle capre che fuori per metà, puntate con le zampette anteriori sulle sponde laterali,si sporgono baldanzose, con il muso teso in alto, le orecchie sventolanti e il labbro rialzato dall’aria, godendosi una nuova vista e un senso di libertà momentaneo prima di una brutta fine.

Poi ci sono i famosi carretti, incubo di tutti gli automobilisti, tirati invece che da muli a 4 zampe, da quelli a due…ecco questi sono i migliori. Loro sono “i sognatori”. Ti può capitare spesso, di dover frenare bruscamente appena girata una curva, dato che ti trovi, così banalmente, un 4 metri di tronchi striscianti per terra trascinati da uno di questi carretti. Questi si azzardano infatti a trasportare oggetti di ogni tipo che possono anche superare di 3 volte la loro dimensione e lunghezza, sprezzanti del pericolo come i motociclisti e fantasiosi ed intrepidi più che i “cugini guidatori di tuc tuc”, mentre superi il trainatore, perché è più giusto chiamarlo così e lo guardi con aria interrogativa, lui ti risponde guardandoti con una faccia serafica e calma come se fosse la cosa più normale di questa terra, lui d’altronde sognava di guidare un tir!
Infine quello che ho adorato di più è invece lo “stra-previdente”, questo tipo piacerebbe ad ogni mamma apprensiva della terra! Ne sono certa.
Dopo gli esempi sopra citati, uno che legge questo post si potrebbe fare un’idea di guidatori soli sprovveduti e sprezzanti della vita e invece no,ne esiste un altro tipo! Questo ha deciso che la sua pelle vale molto ma molto di più e quindi si premunisce, dato anche i guidatori suoi concittadini così incauti, che pur guidando solo una bicicletta è meglio munirsi di un casco ma non quello classico, troppo poco si è detto e allora eccolo con indosso addirittura un casco di una moto!!!

E’ proprio vero che paese che vai…

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Malindi 9 luglio 2010 ore 14.20 ora locale (Italia -1 ora per via dell’ora solare)

Vacanza estate 2004 USA

uno dei momenti in cui ho capito che la mia vita era un'altra

Qualche amico e molte nuove conoscenze in Italia e qui in Kenya, mi chiedono come mai ho “buttato” tutto alle spalle, perché ho scelto questo percorso che pare così duro, diverso e lontano da quello che sono, o meglio dico io, da quello che ero.
Cosa, chi e perché mi ha fatto intraprendere questa strada?
Difficile riassumere tutte le motivazioni e le sensazioni, in un’unica ragione ed impossibile spiegarlo brevemente senza essere a volte fraintese.
Posso iniziare con il dire che ho avuto una vita intensa, fatta da mille cadute e risalite. La mia vita non è stata lineare, semplice, né scontata. Forse per questo, cambiare vita non mi è sembrato più difficile che nel passato, anzi forse questa volta, perché ho deciso da me il cambio di rotta è stata l’unica volta piacevole.
Una delle spinte che mi ha fatto pensare anni fa che la vita che stavo vivendo non mi apparteneva, era la sensazione che mi era stata cucita addosso male come un vestito che non ti valorizza. Come una fotografia che rispunta da un cassetto degli anni passati, quando ti rivedi con improbabili acconciature ed immettibili vestiti e ti chiedi come facessi a conciarti così!
Uguale, mi guardavo allo specchio e mi sentivo fuori posto, o meglio non con i vestiti a posto. Il senso di soffocamento era continuo, costante e davo la colpa all’ansia, alla tiroide, allo stress, ai problemi, all’uomo sbagliato, al capo isterico ma mai pensavo che la mia vita in blocco ne fosse la causa.
Ho iniziato a lavorare giovanissima parallelamente all’università di giurisprudenza, ottima formazione per due anni, infarinatura perfetta per il mio futuro ma decisi di abbandonare presto quell’indirizzo che non era specifico, né così prezioso per il mio lavoro dell’epoca. Continuando a lavorare mi specializzai in comunicazione e marketing e la mia carriera velocemente progrediva tanto quanto cambiavo i lavori e le aziende. Due anni in un’azienda, poi un anno e mezzo in un’altra e così via. Non mi risparmiavo mai, arrivavo sempre per tappare un’emergenza o iniziare un progetto impegnativo, un lancio di una campagna, un marchio da rilanciare, una testata da promuovere sul mercato. Sempre nelle nicchie di mercato, mai grandi nomi o altisonanti a parte due casi ma ho sempre preferito le medie aziende. Lì era dove si imparava di più, dove potevi vedere molti più tasselli delle società e parlare e lavorare gomito a gomito dalla centralinista all’amministratore delegato. Vedere i bilanci, studiare i budget, capire fino in fondo come muoversi nelle varie caselle e nelle strategie delle società. Avevo fame e sete di imparare, di crescere e conoscere sempre di più e di più. Non mi bastava mai. Non mi fermavo mai. Dodici, anche quattordici ore al giorno senza una sosta, sette giorni su sette e chi tra i miei amici legge questo post lo può confermare, a volte sparivo per un mese intero non rispondevo nemmeno al telefono. Sono arrivata da agente e consulente a seguire contemporaneamente 3 società quasi come se fossi un dipendente full time per tutte e tre.
La mattina le mie mail partivano alle 4.30 massimo alle 5 e chi ha lavorato con me, leggendo queste righe, sorriderà, perché arrivavo alle 8.30 in ufficio, dopo che ero già passata per tipografie e stampatori, a controllare i lavori eseguiti durante la notte e chiedevo ai colleghi se avevano letto la mia mail con i punti del giorno. Spesso mi rispondevano bofonchiando che erano appena arrivati, molto altre volte appena uscivo dall’ufficio captavo i “benevolenti” auguri di buona giornata…ero terribile. Con i colleghi sempre esigente ma anche con capi. Se infatti, come spesso accade nelle società, riscontravo angherie, scorrettezze non tardavo a farlo presente a scontrarmi anche con i “mega-capi”, famose le mie sfuriate con gli AD difronte a straordinari o bonus promessi e non riconosciuti a colleghi che si erano ammazzati di lavoro.
Insomma non stavo zitta, mi ribellavo se sentivo che potevo provarci o al massimo, cercavo altro se mi stufavano le lotte sterili e me ne andavo da un’altra parte finito quello che mi interessava finire e imparare e chiudevo i capitoli senza star tanto a spiegare.
Soprannominata Bulldog, perché non mollavo la presa mai ma forse anche, perché appunto, rompevo come un cagnaccio di razza bulldog di quelli che ti tampinano sempre abbaiando e spingendoti ai calcagni, finché non vai dove ti dicono loro. Infatti a me stanno simpaticissimi.
Non guardavo ad interessi da così detti ”paraculi” per mantenermi un posto e fare carriera in quel senso, non erano i soldi che mi interessavano ma era crescere. Volevo salire, arrivare sulla vetta, vedere che c’era lassù. Mi ponevo obbiettivi a volte anche rigidissimi, li raggiungevo puntualmente e puntualmente ne riscrivevo di nuovi: entro 25 libera professionista, entro 28 società propria, entro 30 ingrandire e aprire attività etc etc …
Scalare, scalare, con una resistenza che a guardarmi ora mi chiedo come facessi. Ma una volta durante la scalata però mi sono domandata “e se quello che vedrò lassù non fosse abbastanza?”, quello è stato il primo errore. Ho cominciato a dubitare.
Ero giovane sì, avevo amici, avevo una discreta indipendenza economica da quando avevo 20 anni che mi permetteva di vivere e mantenermi egregiamente da sola, permettermi vacanze anche costose, quando riuscivo a ritagliarmi due settimane in agosto, la macchina, gli ammennicoli tecnologici vari, le cene fuori, i bei vestiti, l’aiuto in casa e riuscivo anche ad aiutare mia mamma. Insomma per una ragazza sotto i trent’anni che si era fatta da sola e che viveva a Milano non era poi così male. Non potevo lamentarmi soprattutto se vedevo da dove arrivavo, soprattutto se guardavo i miei coetanei, ancora in casa, ancora studenti, ancora lì nel limbo della vita…. Nonostante ciò non ero felice.

Se ritornavo con la mente a prima del mio primo impiego, ripensavo come mi piaceva leggere e scrivere e soprattutto parlare con la gente, sentire le loro storie, e raccontarle ad altri. Ero curiosa e mi sarebbe piaciuto girare un po’ il mondo per vedere cose e gente diversa.

Poi mi piacevano i bambini, mi interessava però aiutare quelli con difficoltà e soprattutto quelli che come me avevano avuto un passato difficile, di quelli che ci si chiede se potranno risalire mai la china.
Quando si cade in basso è difficile rialzarsi ma se a cadere in basso è un bambino e non ha a fianco persone e mezzi che lo aiutino può essere impossibile farcela.

Io ce l’avevo fatta, ce la stavo facendo e mi sarebbe piaciuto tanto aiutare alcuni di loro. Quindi nei ritagli minimi di tempo che avevo, aiutavo dei ragazzini di una comunità ma gli scampoli di ore a disposizione erano davvero sfilacciati e se ripenso che avrei tanto voluto lavorare nell’assistenza sociale…era frustrante vedere cosa stavo invece facendo.
Lavoravo con i media di rilievo, molti si stimavano per questo, per le mega riunioni nei palazzoni, con i top manager ma io non li vedevo così importanti, né i palazzi, né le persone, né i loro ruoli e sentivo soprattutto che vendevo o compravo, dipendeva da che parte della scrivania sedevo, un prodotto che non era ancora finito, era aria fritta, erano spazi vuoti.
A ripensarci ero più soddisfatta quando ad undici anni vendevo il pane e le pizze dietro al banco con mia madre. Non mi sentivo all’epoca gratificata di vederci entrambe alle 5 del mattino a lavorare in una panetteria ma ero poi soddisfatta quando la gente ci diceva che il nostro pane era buono e le nostre pizze erano speciali. Ecco sentirsi più soddisfatti di vendere michette e pizze, piuttosto che fare media plan con le più grandi testate e concessionarie pubblicitarie può forse rendere l’idea di che strani pensieri e sensazioni mi entrassero nella pelle.

Ho cominciato a sminuire il lavoro molto ambito da tanti. Questo è stato il secondo grave errore.
Lavorando così tanto non avevo, né il tempo, né la forza per leggere e scrivere, nemmeno le lettere agli amici lontani, o il diario che per anni avevo tenuto e che spesso fungeva da specchio nei momenti di tentennamenti. Non avevo il tempo per stare con i miei gatti, non avevo il tempo di guardare il cielo, di respirare l’aria dell’alba delle domeniche deserte di Milano, non avevo il tempo di stare con le amiche, non avevo il tempo di filosofeggiare, di stare in silenzio seduta a guardare nel vuoto e riflettere sul mondo, non avevo il tempo di cucinare, seguire la mia passione, preparare i dolci, viziare gli amici e me stessa. Lavoravo e basta.
Ero diventata una macchina da lavoro. Con qualche soldo in più in tasca, tante preoccupazioni, molte responsabilità e nessuna libertà di essere davvero quello che forse avrei voluto essere.

Non libera di spegnere il cellulare, perché dovevi essere sempre reperibile, non libera di prendersi un fine settimana men che meno lungo, non libera di dire “no,grazie” ad una cena di lavoro, o alla riunione del venerdì pomeriggio alle 18.
Ho iniziato a desiderare di essere libera davvero e questo è stato il mio fatale e decisivo errore che aggiunto ai primi due hanno portato la mia vita di allora a stravolgersi.

All’epoca non lo sapevo ancora ma tutto quello che ho fatto, scelto e azionato negli anni a venire mi ha portato a tutto quello che sto facendo ora,  non ne ero consapevole ma stavo cambiando, di nuovo, la mia vita.
Meglio dire la rotta della mia vita. Perché la vita è una ma le rotte, i mari e le terre che si possono tracciare, solcare e visitare possono essere innumerevoli.
Questo lo sto capendo, che se studi per diventare avvocato non devi necessariamente morire avvocato, se studi per architetto non devi farlo fino alla fine della tua vita. Se ti lanci a fare il carrierista puoi anche fermarti bruscamente e cercare quello che ti rende più libero e felice.
Spesso però è questo che non impariamo in tutta la nostra vita, ovvero a comprendere davvero cosa ci renda felici.
Studiamo come matti, ci impostano come bravi e perfetti scolari, che non devono contestare, dissentire e soprattutto dubitare mai. La strada è quella, loro te la indicano con un dito ed un braccio teso e tu pian piano come tanti altri a fianco a te, tendi il tuo di braccio in quella direzione e pensi che sia l’unica direzione. Perché tutti puntano verso quella unica via.
L’unica strada, l’unica vita.
Invece se pensassimo che di vite intorno ce ne sono mille, come mille sono le stelle, e che mille ne potremmo vedere e provare a scegliere se solo ci avessero insegnato a contestare, dissentire e soprattutto dubitare!!
Mi ricordo che quando ero piccola, dissentivo su tutto, domandavo sempre il perché per ogni cosa. Torturavo mio papà con i perché e i come, lui mi sembrava pazientemente rassegnato a farmi vedere dei lati delle cose non mi dava mai spiegazioni decisive e tagliate di netto e questo, credo, mi abbia aiutato molto nel mio spirito critico. Non mi dava risposte preconfezionate.
Come quando per la scuola dovevo disegnare in scala il duomo di Milano e lo tormentavo con i dettagli di precisione, perché a scuola mi dicevano che dovevamo essere il più precisi possibile. Invece lui, che era un artista, più che di mestiere come tanti se ne trovano, proprio per vocazione mi disse che la precisione stava nella mia interpretazione di come lo vedevo IO il duomo!
Mi insegnò che non era indispensabile disegnarlo precisamente ma darne l’impressione che IO provavo guardandolo. Fu il mio primo successo.
Non mi ricordo a dir la verità cosa mi dissero a scuola, perché ben presto mi accorsi che della loro opinione non mi interessava granché ma lo sentii come un successo personale. Il “mio duomo” lo vedevo bellissimo con le sue vetrate stupende, che credo di aver messo sul fronte e non sul retro, perché disegnandolo dal davanti ma piacendomi molto le vetrate sul retro decisi che dovevano essere posizionate in modo differente. Non mi ricordo molte cose di mio padre ma anche se poche devo dire che forse mi hanno segnato nel carattere molto di più di quanto avessi immaginato in passato.
Una delle rotte della mia vita iniziò da lì da quel periodo felice poco prima di incontrare diverse tempeste.
Un’altra rotta è iniziata ora, avendo attraversato molti altri mari in burrasca e mi sa che tanti altri ne affronterò ma basta sapere di poterli solcare con la mia barca, che se mai l’avrò si chiamerà “libera e ribelle”, come ero nata io e come sto cercando di tornare ad essere totalmente.

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I bambini del LeaMwana-Children of LeaMwana

Costruire con la tecnica delle balle di Paglia-Building with the strawbales technique

Perché usare le balle di paglia?

Per diversi, tanti motivi che qui di seguito elencherò, ma solo dopo una breve introduzione sull’origine di questo metodo.

Costruire con le balle di paglia è una tecnica nuova, anche se antica che risale ai pionieri di fine novecento in America, i quali, sprovvisti di legname, mattoni e cemento, dovettero adattarsi a costruire i muri delle case con le balle di paglia.
Si accorsero ben presto che queste case isolavano dal freddo, dal caldo e anche dal rumore. Man mano nei secoli la tecnica è stata migliorata, regalando case solide e durevoli. Difatti dopo diverse generazioni, esistono ancora case, costruite con questa tecnica perfettamente funzionanti ed abitate.
Le domande ed i dubbi possono essere mille per chi legge la prima volta sull’utilizzo di questo materiale, ma per ogni domanda o dubbio, esiste una risposta e non solo teorica ma concreta e visibile nelle molte case costruite con questa tecnica in ogni parte del mondo.
Le case, erette correttamente, possono durare per secoli, certamente serve una buona ed ordinaria manutenzione come ovviamente vale per ogni tipo di costruzione!
Le forme da dare a queste case possono essere molteplici. Case dall’aspetto fiabesco come quelle irlandesi o scozzesi, con i tetti di paglia, o quelle in stile britannico con i muri bianchi attraversate dalle travi di legno scuro con il tetto in tegole grigie, fino ad arrivare a forme tonde, bombate, fantasiose con dei giardini sui tetti, o ancora dal gusto etnico con tetti bassi e piatti, oppure ancora in stile molto asciutto dai tetti spioventi ed alti tipicamente nordici o ancora dall’aspetto tradizionale mediterraneo, insomma anche dall’aspetto classico.

Leamwana e il nuovo orfanotrofio-The new Orphanage LeaMwana

Costruire ecologico-Ecologic building

Nel dettaglio, il perché usare le balle di paglia?

RISPARMIO
Il grano esiste in abbondanza in quasi ogni paese e parte del mondo. Da Nord a sud, da est a ovest della terra, si possono trovare campi di grano e dopo la mietitura rimangono sui campi le balle di paglia. Queste sono, di fatto un materiale di scarto e solitamente vengono usate per le stalle, in generale per gli animali e quindi hanno un prezzo molto basso. – Le balle di paglia ci sono in abbondanza e costano poco.
Il rivestimento dei muri con le balle di paglia, è una mistura di calce spenta, argilla, sabbia e paglia, che stesi in diversi strati rendono le case fresche d’estate e calde d’inverno. – Le case con le balle di paglia sono economiche, perchè significa risparmiare anche per il riscaldamento e il raffreddamento delle abitazioni.

SICUREZZA
Gli spessi muri di queste case regalano silenzio ed un ambiente ovattato. Grazie all’utilizzo di materiali naturali, visto che non si utilizzano, né vernici, né sostanze chimiche e tossiche per la salute, i muri respirano, rendendo l’aria sana e anti-allergica. – In queste case quindi non si annida umidità e aria malsana, sono più sane delle case tradizionali.
Le balle di paglia, rivestite opportunamente con la mistura di calce e argilla, resistono agli incendi più a lungo che le normali case in cemento; questo non viene detto “tanto per dire” dagli ingegneri e architetti che si occupano di edilizia in paglia in tutto il mondo ma è dimostrabile dagli esperimenti e test del fuoco, realizzati un po’ ovunque in Europa, i quali sono ufficiali e visibili con certificazioni e filmati. – Le balle di paglia, quindi sono sicure anche contro gli incendi.

ECOLOGIA
Le balle di paglia e tutti i materiali utilizzati per completarla sono naturali e non inquinanti. Se demolite, queste case non deturpano irrimediabilmente la Terra con gli scarti, tutto torna alla natura, tutto è smaltibile e nulla rimane ad inquinare dopo il nostro passaggio. – Le balle di paglia quindi sono eco-friendly.
Queste case sono solide ma leggere e ci si può permettere di costruirle su fondamenta differenti, utilizzando per esempio, al posto dei pilastri in cemento, dei copertoni di camion e gomme d’auto esausti. Questi materiali, insieme alla ghiaia, oltre ad essere riciclati ed economici, grazie anche alla leggerezza degli edifici, creano fondamenta elastiche e quindi case antisismiche. – Le balle di paglia e le fondamenta di copertoni esausti regalano case sane, ecologiche e sicure anche contro i terremoti.

ECONOMIA
Imparare a costruire queste case è più facile e rapido di quanto si creda, o possa pensare. Si possono seguire dei corsi in campo d’opera, ovvero in un cantiere per una casa, per la quale si organizzano dei gruppi di lavoro. Si va fisicamente a costruire, con le proprie mani una parte di un edificio, in giro per l’Italia o per il mondo ed esistono molti corsi ed esempi, già realizzati con enorme successo. I corsi possono durare da pochi giorni, per avere un primo approccio, oppure prolungarsi fino al completamento di una stanza, fino al tetto. Persone comuni, senza alcuna esperienza possono imparare a costruirsi da sé la propria abitazione e con l’aiuto di volontari ed amici si possono vedere i risultati per la propria casa dopo soli pochi giorni. Costruire questo tipo di casa è quindi possibile con l’auto-costruzione e con l’utilizzo minore di mano d’opera. – Questa tecnica permette quindi di economizzare su costi altrimenti molto elevati, perché affidati unicamente ad altri.

SOCIALMENTE SOSTENIBILE
Portare questa tecnica in Africa, per ora in Kenya, significherebbe tantissimo per diverse ragioni. Prima di tutto, grazie al materiale usato, ovvero la balla di paglia, essendo questa leggera, significa poter coinvolgere anche le donne, le quali possono partecipare per la gran parte della costruzione. In un paese come l’Africa, dove le donne sono in forte numero ma spesso senza un vero lavoro, significa poter dare forza e soprattutto know-how anche a loro. Perfino gli anziani e i bambini possono partecipare in alcuni dei passaggi, come per esempio l’intonacatura e l’eventuale decorazione dei muri e dei pavimenti. Le famiglie allargate e le ampie comunità locali potrebbero unirsi quindi per costruire insieme i propri villaggi. – Con questa tecnica potrebbero avere case migliori, perché solide, sane, durature, con un impatto ecologico minimo ed ovviamente con dei costi per i materiali bassissimi e di mano d’opera esperta pari a zero.

Ecco svelati i perché!

Per tutte queste ragioni, mio marito, la mia famiglia ed io, come singoli individui, senza alcuna ong o onlus alle spalle, con la sola collaborazione dell’associazione La Boa e dell’associazione EDILPAGLIA Italia, nella persona del suo presidente Stefano Soldati, inizieremo ad agosto il primo corso sul cantiere per il nuovo edificio dell’orfanotrofio, LeaMwana a Malindi, Kenya, il quale è interamente gestito ed amministrato da persone locali da oltre 4 anni.

Questo progetto dell’orfanotrofio LeaMwana, costruito con le Balle di Paglia, potrà essere il primo esempio, di una lunga serie, perché i diversi gruppi di volontari e corsisti, che verranno da Europa, Italia e soprattutto volontari del posto, dimostreranno che è possibile, tutti insieme imparare a costruire case, con un materiale povero, economico ma ecologico, grazie ad una tecnica valida ed utile soprattutto per la comunità locale.

Risultati ottenuti e da ottenere:

Ad oggi siamo riusciti a raggruppare 15 volontari kenyoti, i quali doneranno 15 giorni del loro tempo, rinunciando a lavorare, quindi a guadagnare e questo è uno sforzo enorme ed ammirevole per la realtà qui del posto. Queste persone, insieme ai corsisti impareranno a costruire le fondamenta, con i pneumatici ed una stanza 6 metri per 6, dal pavimento al tetto.

Il lavoro è ancora tanto da fare, i materiali si stanno recuperando, soprattutto abbiamo finalmente trovato nel nord del Kenya, a Navaisha ed Eldoret, diverse fattorie disposte a venderci a prezzi bassi le balle di paglia.
Il direttore dell’orfanotrofio sta cercando donazioni ed offerte da parte dei locali e soprattutto altri volontari per poter proseguire, successivamente ai corsi, l’ultimazione dell’orfanotrofio. Si sta insomma cercando di fare tutto con i fondi dell’orfanotrofio, piccole nostre donazioni e offerte locali.

Serviranno in ogni caso degli aiuti economici per sponsorizzare il trasporto delle balle di paglia, dal nord alla costa che sarà l’unica voce un po’ più costosa nel bilancio dei materiali.

Contiamo di trovare degli sponsor, magari attinenti al progetto eco-sostenibile che vogliano supportare oltre che l’ultimazione di questa struttura, l’inizio di altre strutture utili per la comunità.
Con lo sviluppo di questi corsi per questa tecnica, si potranno infatti creare, oltre a tutti i vantaggi sopra elencati, anche nuove identità di occupazione, ovvero nuovi lavori!

Questi quindi sono i molti motivi per i quali sto promuovendo la tecnica delle balle di paglia e confido in chi legge che capisca e che ci aiuti a diffondere questo nostro progetto e chissà, magari ci aiuti anche diventando uno dei tanti piccoli sponsor che stiamo già raccogliendo.

Per ulteriori informazioni e approfondimenti :
libro “Costruire con le balle di paglia” di Barbara Jones
siti web: http://www.laboa.org e http://www.edilpaglia.it

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Malindi 24 giugno 2010 ore 23.49 ora locale (Italia -1 ora per via dell’ora solare)

Radice di un albero secolare a Gede

Di carattere ad una prima occhiata, posso sembrare morbida e dolce, perché ho forme burrose e abbondanti, ho spesso il sorriso in faccia e gli occhi empatici e forse in parte è vero. In realtà però ho una pellaccia, sono coriacea, scontrosa per quanto posso essere diretta nel dire ciò che penso e quello che non mi piace. Per le cose importanti della vita, sui valori, sui principi profondi, non scendo a compromessi, mai o forse è bene dire quasi mai, ma accetto e spesso solo a metà unicamente quelli utili a qualcosa di positivo o se si rischia la vita. Non accetto quelli che non fanno che accorciare le strade, solo per risparmiare fatica e che al tempo stesso danneggiano la morale, l’etica mia e della comunità. Soprattutto non accetto compromessi che mi vengono imposti da altri, di solito me li cerco io e mai e dico mai cadono nell’illegalità. Quindi con me non si deve parlare di corruzione, di chiudere un occhio davanti alla pedofilia, alla violenza su donne, bambini e animali, di non pagare le tasse, soprattutto in un paese come questo che sono davvero fattibili.
Posso essere dura, molto dura col sorriso largo posso dire cose terribili e dare del cretino o del disonesto senza mai pronunciare queste parole. Non ho paura di dire quello che penso e a volte decido di non palesarmi solo perché capisco che non servirebbe a nulla e semplicemente prendo la decisione di tagliare fuori una persona o un business senza nemmeno dare spiegazioni.
Insomma non è facile con una persona come me cercare vie traverse. Sto cercando di farlo capire a questi quattro sgarruppati di italiani che hanno paura della propria ombra e agli altri 4 lestofanti che provano a farti scendere al loro livello, da ambo le parti facendoti pagare la corruzione.
Ma non capiscono che bisogna avere più palle a rimanere sulla retta via piuttosto che scendere a quei certi compromessi che loro non sanno  nemmeno più di poter rifiutare, anziché incentivarli.
Non capiscono che bisogna essere più tosti a rimanere puliti che a diventare delinquenti da cui guardarsi le spalle. Non capiscono che bisogna avere più paura ad essere corrotti e corruttori come loro, piuttosto che onesti come noi.
Io non ho paura quasi di nulla, non ho paura di fare fatica, non ho paura di sbagliare, non ho paura di tentare mille volte la stessa strada. Una che come me ne ha passate tante non ha paura di attendere per vedere un progetto completarsi. Quando uno vede la morte violenta in faccia, la respira a pieni polmoni, la tocca con tutta se stessa, la combatte con tenacia e slancio e ne esce praticamente illesa, capisce, se non impazzisce dalla paura e non si fa traumatizzare, che si può essere praticamente tutto nella vita, si può ottenere con tenacia qualsiasi cosa ci si metta in testa di essere e avere.
Si comprende che si è protagonisti della propria vita e non pallide comparse, dirette da altri.
Ho respirato troppa depressione nella vita e morte per replicare gli errori degli altri nella mia di vita, non spreco la mia possibilità di vivere pienamente per stupide ed infondate paure. So cosa significa morire e so cosa significa vivere, lo so sulla mia pelle e capisco molto bene la differenza. Per questo è difficile, se non impossibile farmi piegare.
Anche per questo l’altro giorno, nella frazione di qualche secondo, sapevo cosa dire e fare, quando mi hanno confermato in ospedale che al collo avevo un piccolo tumore di quasi sicura forma benigna, non ho tentennato: “tagliare-via-inutile ascoltare ancora % di rischi e di riassorbimenti e di esami pre-operatori istologici-via-lo facciamo dopo, solo per sicurezza”, tanto lo sapevo e lo so che sarà negativo che non è nulla, perché la vita mi ha destinato ad un percorso ancora lungo o per lo meno devo ancora risolvere delle cose e devo combattere delle battaglie, come tante ne ho fatte, perse e vinte ma ne devo ancora vincere e sono una che vuole vincere, sempre!
Alle 9 ho visto il dottore chirurgo, italiano, di Aosta, con le palle vere, laureatosi a Torino a riqualificato la sua laurea a Londra, poi è stato anche a Boston e poi non so per quale motivo è venuto qui in Kenya. Piccoletto, gambe da ex-calciatore, amante della montagna, capelli folti bianchi, occhi vispi e diretti, rapidi, dolce voce con l’inflessione torinese anche nel suo inglese, mi si riempiva il cuore di orgoglio mentre mi parlava, e sapevo che è molto stimato qui, tutti vanno da lui, le infermiere sono orgogliose di lavorare con lui e si vede. Mi parlava semplice,semplice, con tono tranquillizzante e mi diceva che non c’era motivo di spaventarsi e io ”e infatti non mi sono spaventata, ok facciamolo, subito però ho da fare oggi.”.

Così tra le 9.30 e le 11.30 ci siamo precipitati a fare altre cose urgenti in centro per le quali effettivamente eravamo venuti a Nairobi, avevo messo come seconda cosa la mia visita, sospettavo fosse qualcosa da approfondire ma non volevo darci troppa importanza e così è stato.
Giù di corsa agli uffici dell’immigrazione, spiegare a Paolo che nel frattempo dell’operazione lui doveva portarci avanti a fare altre cose e che poi subito dopo saremmo ritornati da quei furbacchioni di impiegati governativi. Così alle 11.30 di nuovo in ospedale, compilata la scheda delle familiarità di malattie, morti, allergie e intanto pensavo che della vita di mio padre, del suo passato so poco o nulla e mi viene la malinconia ma poi penso ai “nostri bambini” che non sanno nemmeno chi siano i genitori, i parenti e allora mi dico, di cosa mi lamento e mi intristisco e proseguo veloce, meccanicamente come se stessi preparandomi per un’estrazione di un dente ma se ci si pensa effettivamente può essere così.
Alle 12.10 ero già dentro in sala operatoria, perfetta, stra-organizzata, tutti efficienti, 2 infermieri ad assistere il chirurgo, al lato della sala, noto due persone, le guardo distrattamente e il chirurgo per nulla superficiale, riscontrando il mio sguardo, mi informa che ho un anestesista ed un rianimatore, che sono solo lì per ogni evenienza ma che devo stare tranquilla. Sono tranquilla. Mi sdraio, chiedo se mi spiega per filo e per segno cosa mi farà, perché ho bisogno di sapere e lui lo fa, preciso, rapido, senza scendere in macabri particolari, sembra facile, come tracciare una riga nera su un foglio bianco.
Mi preparano, gentili e leggeri tocchi di mani mi sollevano, mi coprono con una coperta calda, che finezza e gentilezza penso. Mi ricordo in un flash in passato una sala di un pronto-soccorso con il letto gelido di metallo a contatto della mia schiena nuda e io mezza pesta nell’animo e un po’ sulla faccia, nessuno che mi diceva di stare tranquilla. Ero tranquilla lo stesso, anche se quella volta avevo rischiato di morire e lo sapevo. Ma qui è diverso, è un’altra storia.
Così il dottore inizia con l’anestesia, sento un dolore lancinante ma so che passerà, respiro profondamente. Chiedo di avere uno specchio sulla luce per guardarmi ma il dottore mi dice “non si può è meglio di no, non si fa”, ok, non sa lui che io non mi impressiono a guardare ma più ad immaginare, però decido che qui comanda lui e quindi obbedisco.
I minuti passano, sento il bip-bip alle mie spalle del mio battito, ad un certo punto una mano mi solleva un polpaccio e mi mette sotto una placca fredda, capisco che è il rianimatore, intanto sentendo tutto e capendo sempre meglio l’inglese sento che sto sanguinando molto, è il mio “problema” ho il sangue molto fluido vado facilmente in emorragia, l’ho scritto sulla scheda, l’ho sottolineato e la testa gioca un brutto scherzo e comincio a pensare, e se non l’ha letto, se c’è qualche complicazione, e se quella facile riga nera da tracciare su un foglio bianco fa un buco?e se muoio!?oddio, no….il bip-bip aumenta di velocità, me ne accorgo, sono io che mi sto agitando, allora mi dico, ma no dai, hai talmente tante cose da fare là fuori che non si può….allora respiro di pancia, visualizzo subito una luce calda, soffice, morbida arancione che mi entra dentro dal naso e va fino alla pancia, respiro calma come mi ha insegnato Karen a yoga e a meditazione e il respiro si fa di nuovo lento, il bip lo conferma le mani non le sento più ma sono pesanti come tutto il resto del corpo e sono tranquilla nuovamente.
In un attimo sento dei piccoli strattonamenti e capisco che sono i punti che mi sta dando il dottore, sbircio attraverso le garze che mi ha messo sugli occhi e lo vedo chino, calmo, concentrato e sono di nuovo consapevole: un’altra battaglia vinta, piccola ma vinta, contro la mia paura che mai voglio ammettere di avere, quella di morire, senza aver fatto tutto, tutto quello che voglio fare.
Mi tolgono il telo, mi guarda da dietro gli occhialoni, se li toglie mi sorride e mi dice che mi ha dato 5 punti esterni e un po’ interni, 7 o 8 “posso vedere quello che mi ha tolto!?”, si gira e mi tiene con le pinze, sospeso sopra il mio naso il pezzetto di me impazzito. Si può provare schifo per una parte di sé?, in quel momento sì, è una parte che riconosco mia ma che non sento così piacevole. La guardo e rimango in contatto visivo per far arrivare alla pancia, dove sento le sensazioni, e capisco che era tutto lì, in un pezzetto di carne e pelle, qualcosa che dovevo buttare fuori, e poi tagliare via con decisione. Fatto. Si va avanti.
Chiedo di alzarmi e uscire dalla sala sulle mie gambe, ci tengo, gli dico e lui mi batte teneramente la mano aperta sulla testa, come si fa coi bimbi, a metà tra una pacca ed una carezza e mi dice: ”you’re a strong woman”, “yes it’s true…c’ho le palle quadre!”, si gira e scoppia a ridere di gusto.
Mi fanno sedere fuori e mentre sono lì un po’ intontita per la paura e l’anestesia e la tensione che comincia a scendere, mi passa davanti un’infermiera con in braccio un neonato, ancora sporco, silenzioso con gli occhi semi chiusi, nel passarmi davanti ci incontriamo con lo sguardo e  sono sicura mi stesse guardando. Mi sono messa a piangere, ho pensato che la vita è stupenda e questo bambino ne è la prova e lui lo scoprirà quanto dura e bella sarà la vita.
Dopo poco ero in macchina per strada di nuovo con Paolo per vincere un’altra battaglia. Di nuovo agli uffici governativi dell’immigrazione per fare il mazzo a un gruppetto di furbi di loro. Parliamo con uno di questi che vuole di sicuro la mazzetta per farci passare la pratica e io coi punti, l’anestesia che mi da un po’ di senso di intontimento e le bende mentre rigida come un baccalà lo guardo truce e gli sorrido glaciale e gli dico che io la corruzione non la pago soprattutto, perchè siamo seri e professionisti e che non tutti gli italiani sono così merde e che la maggior parte di noi è un popolo eccellente e possiamo portare lavoro e benessere e che se non ci vogliono…beh c’è la loro cugina Tanzania a fianco, andiamo da loro….e penso…muori tu prima di me brutta piccola schifezza di omuncolo, tu, tumore della società. Il sangue mi pulsa nelle vene della fronte, sto per sbottare …
Poi ripenso alle parole del nostro taxista con il quale abbiamo parlato di quello che ci stava succedendo e lui con orgoglio di Keniota offeso per la corruzione del suo paese, ci ringrazia perchè ci dice che se ce ne fossero anche solo 10 al giorno come noi, loro vincerebbero la corruzione e il suo paese sarebbe salvo, che ci ringrazia perché stiamo lottando non solo per noi ma per i diritti di tutti, “tenete duro”.
Sì, tengo duro, devo dire che se è vero che ho le palle cubiche , me lo dicevano degli amici ridendo, riscontro che qui ti ci vogliono più che in altri posti…e ti escono proprio e se si è in gamba si viene fuori con i lati migliori, come Paolo che calmo e serafico a fianco a me mi ha sostenuto sempre, su tutto, non sa ancora parlare inglese e non può interagire come vorrebbe ma ora lo comprende molto di più e quando non capisce, interrompe, chiede spiegazioni, puntualizza e la sua calma mi aiuta non si fa mai prendere dal panico e questo vuole dire tanto e anche quando si arrabbia è composto, regale, signorile e la gente qui credo si spaventi ancora di più.
Io sto cercando di imparare da lui a contenere la rabbia, le esplosioni e poi dopo questa cosa del collo, capisco che la vita è davvero un gioco e non vale la pena prendersela mai tanto seriamente per certe cose, indignarsi, lottare, ribellarsi ma sempre col giusto distacco per non farsi intaccare nel profondo.
Scendiamo giù da quel palazzone carico di speranze, corruzioni e vite misere con un tassello raggiunto in più, aspettiamo il prossimo round, siamo consapevoli di non essere ancora arrivati ma siamo fermi sulle gambe. Lui mi tiene per un braccio, mi cinge il fianco e mentre scendo le scale, mi scende anche l’adrenalina di tutta la giornata e comincio a piangere e lui, sempre calmo, mi consola, dicendo che ce la faremo, sempre, insieme ce la faremo.

Eccomi lì, dura e morbida al tempo stesso.

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Malindi 11 giugno 2010 ore 05.38 ora locale – finito il 12 giugno alle ore 22.08 ora locale. (Italia -1 ora per via dell’ora solare)

Palazzo della civiltà italiana

Roma-Eur

Molti di noi, danno per scontato che noi italiani all’estero abbiamo una buona fama: cultori dell’arte in generale dalla pittura fino alla letteratura, non ci manca nessuno, basti pensare al palazzo delle arti e dei mestieri rappresentato a Roma, all’Eur dal Palazzo della civiltà Italiana o anche noto come“Colosseo quadrato”, amanti anche dello stile, della moda, e ovviamente della buona cucina, dei prodotti genuini; molti degli chefs famosi nel mondo sono italiani, in tanti amano la nostra cucina  buona e sana e la ricercano ovunque. Siamo famosi naturalmente per lo sport, il calcio, i nostri calciatori sono molto noti e spesso seguiti dall’estero con passioni sfrenate. Insomma ci avventuriamo negli altri paesi, pensando di essere minimamente noti per queste cose belle e forse anche di più.
In realtà in molti paesi che ho visitato e soprattutto con i diversi stranieri con i quali ho parlato in passato ma ultimamente, ovviamente mi capita più spesso, dato che mi sono trasferita a vivere in Kenya, hanno certamente un’idea di noi di un popolo con molte qualità e ci riconoscono il paese colmo di opere d’arte e bellezze, della cucina e del gusto  e di tutto il resto ma…c’è sempre un grande MA che inizia o inframezza i loro discorsi.
Posso parlare al momento più recentemente di qui e l’immagine che i molti stranieri hanno di noi, devo dire non è delle migliori.
Incominciando dall’immagine politica, tedeschi, belgi, olandesi, inglesi e francesi e devo dire anche kenyoti, sono molto informati sulle vicende politiche italiane(o solo qui esiste una forte concetrazione di appassionati in politica estera!), quindi spesso mi sento rivolgere domande pungenti sulla situazione nel nostro paese. Inutile nascondere che argomento principe è Berlusconi, non sono mai e dico mai io a nominarlo, a tirare fuori il nome, me ne guardo bene ma puntualmente quando iniziano a parlare di politica, saltano su e mi chiedono: ” e Berlusconi?…cosa ne pensate voi?cosa pensate di fare?”. Spesso Paolo ed io ci guardiamo e credo che entrambi siamo tentati dal rispondere, “ehm…scusa ma non parlo di politica” come mi stesse chiedendo delle nostre emorroidi…così da troncare lì il discorso, ma si sa gli stranieri ci tengono molto alla politica, soprattutto estera, la ritengono una cosa seria, da non sottovalutare, da non trattare come un teatrino da avanspettacolo, soprattutto poi, se si tratta di un paese europeo come il loro. Quindi seppur tentati non rispondiamo mai così, potrebbero offendersi! A quel punto iniziamo, nervosi giri di parole cercando di portarli a far esporre le loro opinioni per evitare descrizioni di come e perché è stato eletto, cosa sta facendo, entrando insomma nel dettaglio…ma loro ci fregano sempre, sanno sempre tutto e qualcosa, anzi molto di più di noi.
Puntualmente mi chiedono informazioni sulle sue collusioni mafiose: è vero che ospitava un mafioso?(vaglielo a spiegare che lui dice che era uno stalliere povero che aiutava e non sapeva che era un po’ birichino), sul conflitto d’interesse : come fa ad avere 3 canali televisivi, stampa, e media e stare in politica(porca miseria allora ne parlano anche loro?!), sulla corruzione: ma il caso Mills com’è finito?(“che ne so, non ci capisco nulla”, come glielo spiego senza arrossire), e poi è vero che ha tante giovani amanti e che è andato pure con una minorenne ed una prostituta? (come gli spiego anche questa che il fascino del latin lover ha effetto anche sugli over 70 da noi in Italia?), e infine spesso ci finiscono con: ma è vero che ha detto del presidente degli stati uniti che prende tanto sole insieme alla moglie(no, ecco, in realtà, la battuta era diversa, ho provato una volta anche a spiegargliela ad un olandese, rendendo la sua faccia più sbalordita e la mia più imbarazzata…), poi la domanda che di più mi fa piegare sulle gambe è di solito quella che ritorna alla mafia: ma è possibile che non riuscite a fare nulla per fermare una decina di famiglie mafiose?(vaglielo a dire che ci hanno provato in tanti e tanti, bravi e seri italiani, da poliziotti, carabinieri, politici, imprenditori per finire ai giudici, i nostri giudici, tanto bistrattati e come i più famosi di quest’ultimi Falcone, la moglie, Borsellino e tutte le loro scorte sono stati uccisi selvaggiamente?).
Sapete che un amico giapponese, molto imbarazzato mi ha confessato che nella guida turistica del suo paese e su blog e siti che parlano del Kenya, dove è venuto a trovarmi, metteno in guardia dalla mafia italiana?e mi chiede imbarazzato e candido : ma tu per caso sai chi sono?li conosci? Puoi fare qualcosa?
Ecco davanti, questo sì, un “plotone di domande” che  noi spesso non sappiamo cosa rispondere, mio marito di solito cambia discorso, parlando di ricette e del suo ultimo esperimento o cerca di farli addormentare discuisendo sui suoi cani, di come corrono, mangiano, saltano, ululano fanno i loro bisogni, insomma cerca di depistarli con idiozie…io a volte, mi accaloro e cerco di spiegarmi, di far capire che non siamo solo quella Italietta lì.
Che il premier non rappresenta il campione degli italiani, che è vero ci sono tutti quei problemi e sembra che non ci sia la volontà di cambiare ma che chi c’è al governo non tutto è sbagliato, non tutto è da cambiare e che ripeto, il presidente del consiglio non è lo specchio degli italiani….o forse sì?mi domando quasi subito guardando le loro facce??
Ora lottando ogni giorno con questi pregiudizi nei nostri confronti, ma posso chiamarli davvero così? In ogni caso ogni giorno affronto questi temi e devo dire mai come ora mi sto interessando mi cimento a leggere ed informarmi, perché questi stranieri sono tremendi sanno e si ricordano tutto anche di eventi passati, io invece rimuovo, cancello, dimentico…ed ecco qui la fregatura mi dice uno un giorno…dimenticate e non sapete a cosa vi stanno portando.
Già a cosa? Boh?
Io intanto nel mio piccolo mi informo e lotto con le parole e i concetti non solo con gli stranieri ma con gli stessi italiani!

Come ieri con l’emendamento 1707 sulla perseguibilità degli atti pedofili.
E’ un passo indietro davanti al mondo sulla severità delle pene nei confronti di questi criminali è un passo indietro nei confronti dei diritti dei nostri figli, del nostro futuro. Grazie a qualcuno non so a chi e come, l’emendamento è stato bloccato, annullato.
Comunque, ieri faccio un parallelo, che è forte certo e dico che al governo a partire dal nostro presidente non ci si scandalizza per abbassare i livelli di molestia nei confronti di un minorenne e mi dico non tanto stupita, dato che il nostro capo di governo, più che arzillo settantenne, come reso noto in tutto il mondo da stampa e tv libere, ha frequentato diciottenni, ne parla la stessa interessata dicendo che lo frequenta da prima della maggiore età e questo lo si è letto un po’ ovunque e lui se ne vanta pure, ed anche a questo si è dato ampio spazio sulla stampa estera e non di sinistra italiana…
Intendo dire, è ovvio che, se questo è l’esempio dato dalla nostra prima carica governativa, non ci si può stupire della bassa attenzione e ampia superficialità che si ha su di un reato che spesso corre su un filo di lana per età ed ora anche per gravità dei gesti!
Sapete, qui e non sono l’unica a vederle queste scene e a criticarle aspramente, ci sono 70enni, e oltre che si accompagnano a poco più che maggiorenni e lo fanno spavaldamente, trisnonni con ragazzine che hanno l’eta delle loro nipoti o giù di lì? E’ uno spettacolo edificante secondo voi?
Ce ne sono di tutte le nazionalità in giro per il mondo, per carità ma io sono italiana e guardo cosa fanno i miei connazionali per prima.
Sentirli parlare al bar di come il premier è un “figo perché fa vedere che uno di 70anni può ancora andare con una 18enne!”non è un bel discorso da sentire tra cappuccino, brioches e vorrei sinceramente sentire parlare di altre cose sul nostro premier, amato o odiato, appoggiato in toto o contestato, vorrei sentire di una proposta di legge più dura contro i mafiosi e i reati di mafia, di lotta alla corruzione, di risolvere il suo conflitto d’interesse, regolamentare le intercettazioni e la stampa e non di restringere il potere di libertà ed informazione!
Dire che con questo emendamento si stava dando più libertà e leggerezza a gesti terribili, mostruosi e criticando il premier, perché da il cattivo esempio non è attaccarlo, è democrazia poterlo criticare!
Dire che era vergognoso, lui, il suo governo e i suoi gesti è poco ma qualcuno si è alzato a dire che il mio parallelo, era ingiusto che bisognerebbe guardare che ci sono le ragazze facili di costumi, prostitute, trans….Certo che ci sono e noi come possiamo “educare” queste ragazze così giovani dai bassi livelli di moralità? Facendo vedere loro che perfino il nostro governo, premia le ragazzine giovani che si mostrano accondiscendenti e senza soldi principi. Facciamo vedere al mondo che si va avanti in questo modo? Diamo l’esempio che è normale vedere nonni d’età ed aspetto insieme a giovanissime. Vi va bene questo esempio? Vi piace? Lo vorreste per le vostre figlie e nipoti? Davvero????
Qui non si sta parlando di sentimenti d’amore, tra due adulti consenzienti…cerchiamo di capirci!
Allora non siamo falsi moralisti e regolamentiamo la prostituzione ma non mischiamo concetti, non confondiamo maglie larga della giustizia con il concetto “così fan tutte” e allora gli uomini ci stanno.
Il mio è un grido di furore e di dolore, per vedere come la nostra immagine di brava gente, seria, onesta, pulita viene sporcata da esempi sbagliati a partire dal governo che dovrebbe essere esempio positivo e da un’idea corrotta di senso di libertà e privacy violate.
I miei coetanei e non solo, vivono in un grande bluff da anni, in un sogno, in un incubo dove tutti siamo diventati zombie! Addormentati, anestetizzati nei principi, nei valori, nelle priorità di una democrazia.
Tutti ci guardano e attendono risposte che noi nemmeno ci poniamo.
Noi, italiani “brava gente” che ci facciamo sporcare da altri, da pochi perché non abbiamo il coraggio di ripulirci, alzarci, tenere eretta la testa e parlare a voce alta e chiara  pretendendo la nostra voglia di cambiamento, la nostra voglia di rivalsa nei confronti di un’immagine che non ci appartiene? Pretendiamo la Civiltà Italiana.

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