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Archive for the ‘Orfanotrofio LeaMwana’ Category

Malindi 24 maggio 2010 ore 15.59 ora locale (Italia -1 ora per via dell’ora solare)

LeaMwana Children Center Care

LeaMwana realizzato con le balle di paglia.

Oggi qui a Malindi è una giornata fresca, un po’ grigia ma piacevole, dovrebbe essere il periodo delle piogge, dico dovrebbe, perché mi aspettavo piogge torrenziali per giorni interi e per una settimana di seguito, invece per ora ho vissuto solo improvvisi intensi acquazzoni che si alternano a pomeriggi assolati e cocenti. Nel frattempo ne gode la vegetazione che è un tripudio di decine di verdi scintillanti dai più tenui ai più intensi. I Baobab paiono avere una testa di ricci verdi, così carichi di foglie che mai avevo visto nei miei trascorsi qui. Le bouganville si allungano e si estendono ovunque con i loro rami carichi di foglie enormi e brillanti e l’erba é così fitta che ogni due giorni va tagliata.
Insomma il così tanto temuto ed orribile periodo delle piogge per ora si sta rivelando il momento migliore mai vissuto qui. Infatti in queste settimane, Malindi soprattutto si è svuotata totalmente, regalando un po’ più di calma e di silenzio a chi rimane. Certo i venditori ambulanti ed i negozianti si lamentano, qualcuno si dispera per i mancati guadagni ma i più si crogiolano al sole e si riposano aspettando i primi di luglio quando i primi turisti torneranno ad affollare, le vie e i negozi di questa caotica e chiassosa cittadina.
Approfitto quindi di una giornata un po’ più uggiosa per scrivere e aggiornare amici e parenti che mi chiedono di scrivere un po’ di più, bigiando le lezioni di inglese e kiswahili mi sono chiusa in veranda con lo sguardo sul giardino a mettere giù tutte le impressioni dolci ed amare raccolte in questi due ultimi mesi.
Come già ho scritto in un altro post, il mio cambiamento, il lento risveglio sta avvenendo, oramai ogni giorno mi sento sempre più lontana dalla marionetta che negli anni ero diventata e mi sento più libera di scoprire me stessa.
Quello che mi pareva un sogno, un film, ovvero di aiutare i bambini dell’orfanotrofio del LeaMwana sta incominciando a prendere forma.
Le adesioni per il corso per imparare a costruire una casa con le balle di paglia stanno arrivando.
Costruiremo o meglio inizieremo a costruire il nuovo orfanotrofio con la tecnica delle balle di paglia. Un metodo nuovo anche se antico che risale ai pionieri in America che sprovvisti di legname dovettero adattarsi a costruire le case con le balle di paglia, si accorsero ben presto che isolavano dal freddo e dal caldo e anche dal rumore. Man mano la tecnica si affinò e ad oggi esistono ancora case perfettamente funzionanti ed utilizzate costruite con questa tecnica nel Nevada.

Le domande saranno mille nella testa di chi legge per la prima volta di questo materiale, ma posso assicurare che le mie mille, anzi no, miliardi di domande poste hanno avuto risposte esaustive ma soprattutto hanno avuto conferme esistenti. Le case stanno in piedi per secoli, ovviamente con una buona costruzione alle spalle ed una manutenzione ordinaria(ma questo dovrebbe valere per tutte le costruzioni).
Le balle di paglia e tutti i materiali utilizzati sono naturali e non inquinanti, non deturpano irrimediabilmente la Terra, se si abbattono queste case, tutto torna alla terra, tutto é smaltibile, nulla rimane irrimediabilmente ad inquinare dopo il nostro passaggio. Le balle di paglia sono eco-friendly.
Inoltre le balle di paglia, propriamente rivestite di una mistura di calce spenta e argilla in diversi strati, rendono le case fresche d’estate, calde d’inverno e soprattutto non si annida umidità e aria malsana, quindi sono più sane delle case tradizionali e anche più economiche nella manutenzione e gestione.
Rivestite opportunamente resistono agli incendi molto più a lungo che le normali case in cemento e questo non lo dicono tanto per dire gli ingegneri e gli architetti che si occupano di case in paglia ma lo dimostrano con esperimenti e test del fuoco ufficiali, realizzati un po’ ovunque e dimostrabili con certificazioni e video.
Le case sono silenziose, l’ambiente è ovattato all’interno e già dalla prima impressione percepisci che è sano,questo dato che non si utilizzano né vernici, né sostanze chimiche e tossiche per la salute.
Se costruite su fondamenta particolari, utilizzando copertoni (gomme per auto e camion) dismesse e ghiaia, diventano anche antisismiche. Il terremoto dell’Aquila ha un esempio citato sul sito :www.laboa.org.
Le forme da dare a queste case possono essere molteplici, da quelle dall’aspetto fiabesco, come le case coi tetti di paglia irlandesi o scozzesi, a quelle più in stile britannico con i muri bianchi e le travi di legno dipinte di scuro e il tetto in tegole grigie, fino ad arrivare a forme tonde, bombate e fantasiose dal gusto etnico e caliente dell’argentina con i tetti bassi e piatti, oppure ancora in stile molto pulito e asciutto dai tetti spioventi ed alti dal gusto nordico o ancora con uno stile tradizionale mediterraneo insospettabilmente dall’aspetto classico.
Imparare a costruire queste case è facile e rapido, si possono infatti seguire dei corsi in campo d’opera, ovvero in un cantiere.
Si va fisicamente a costruire, con le proprie mani, una casa e i corsi possono durare da pochi giorni, per avere un primo approccio, oppure prolungarsi fino al completamento di una stanza fino al tetto.
Lo spirito che mi ha subito affascinato, essendo donna, che le “femmine” non vengono respinte e guardate con sospetto e sufficienza per voler svolgere lavori di solito attribuiti solo agli uomini, anzi non solo sono ben accolte ma sono considerate alla pari e parte integrante del progetto, perfino persone anziane e bambini possono partecipare in alcuni dei passaggi, come per esempio l’intonacatura e l’eventuale decorazione dei muri e dei pavimenti.
Lette tutte queste cose prima sul sito : http://www.laboa.org di Stefano Soldati e poi sul libro di Barbara Jones, “Costruire con le balle di paglia”, ho deciso con la mia solita entusiastica intraprendenza, vista da molti a partire da mia madre con ironia e incredulità nel risultato, di contattare direttamente colui che mi aveva ispirato fiducia. Così ho scritto una mail a Stefano Soldati, sul mio progetto in Kenya. Gli ho illustrato il nostro progetto di trasferimento, della mia idea di costruirmi una casa con questa tecnica per non inquinare e non deturpare ambiente e natura ma soprattutto per sperimentarla prima sulla mia “pelle” e poi procedere, una volta visti gli eventuali problemi, costruendo l’orfanotrofio LeaMwana, per il quale nutrivo tanto interesse nell’aiutarlo da diversi anni ma alcuna risorsa economica sufficiente. Gli spiegavo che con questa tecnica saremmo riusciti almeno ad iniziare i lavori e poi chissà a trovare i finanziatori e poi i volontari e blablabla….. e la mia mente, la mia fantasia e la mia volontà di aiutare volavano sulle punte delle mie dita che digitavano veloci le parole…. e mentre scrivevo questa mail mi dicevo che forse, anzi di sicuro, mi avrebbe considerato un po’ matta, un po’ fuori dal mondo, una di quelle che si esalta come un bambino, senza rendersi conto dei limiti. Si vede però che anche Stefano deve essere un po’ matto o non so cosa, perché invece che cancellare la mia mail, o rispondermi evasivo, o mettermi davanti a delle problematiche insormontabili, facendo così crollare il mio entusiasmo, mi ha risposto che potevamo iniziare subito dall’orfanotrofio e intanto rispondendo a tutte le mie domande angosciate (la pioggiaaaaa durante il periodo delle piogge!!!???-quale pioggia? Piove più in Scozia a confronto!) e ai miei mille dubbi, mi stava concretizzando il sogno davanti agli occhi, i qauli si sono riempiti subito di lacrime. Ero emozionata.
Qualcuno mi dava retta, qualcuno voleva provare questa avventura senza dire subito: “non si può – è follia”.
Forse c’è davvero del folle in questo progetto, ma senza la follia positiva, mi chiedo che sarebbe la mia vita ora e quella di molte altre persone!!?
Ora sono qui, in questa terra che sento mia come non mai, a chiedermi come fare a divulgare questo mio progetto, come faccio a trovare tanti folli positivi come me,mio marito e Stefano e coinvolgerli in questi corsi?
Come faccio a far comprendere alle persone che i sogni si possono far esistere davvero ma soprattutto che la realizzazione di questi è possibile, solo se ci si mette insieme a più persone con tutto il cuore, la felicità e la fiducia ?!!
Si possono aiutare delle persone, dei bambini orfani, solo se si vuole davvero.

Nulla è impossibile. Nulla è impraticabile.
Le prime adesioni stanno arrivando ma ne servono ancora e molte di più!
Cerco persone curiose, di ogni estrazione sociale e cultura che vogliano sperimentarsi nell’imparare qualcosa di nuovo ed utile per loro ed allo stesso tempo un aiuto per dei bambini, per avere una casa migliore dove vivere.
Io pagherò il corso per me, per mio suocero che ho in pratica forzatamente reclutato(ma questa chiamata, sono sicura l’ha accolta con piacere) e per due persone del luogo, dei locali, così che il know-how non si disperda e con i quali potremo poi continuare a lavorare a questo progetto ed io spero a molti altri.
Spero che questo primo mese di corsi sia solo il primo di una lunga serie.
Spero che questa esperienza porterà conoscenza su una tecnica nuova, con materiali ecologici e poco costosi e che potrà aiutare non solo gli occidentali a costruirsi case di nuova ideologia e concezione eco-friendly ma anche le popolazioni locali più povere, che potranno costruirsi case più solide e durature con minor costi.
Spero e desidero che tutto ciò avvenga e chiedo anche il vostro appoggio, aiuto, anche solo diffondendo il link del mio blog, inoltrando il testo in una mail a degli amici, chissà che fra loro non ci sia qualcuno che possa essere interessato!?
Non metto mai limiti alla potenzialità delle persone.
Per questo credo nel progetto dell’orfanotrofio LeaMwana costruito con le Balle di Paglia.

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Malindi 18 maggio 2010 ore 11.20 ora locale (Italia -1 ora per via dell’ora solare)

Manrani Club

Albert, Amani, Nassib

I ragazzi del LeaMwana hanno ricominciato la scuola, qui studiano per 3 mesi e poi si fermano per un mese, quindi in aprile, il mese di vacanza è passato troppo velocemente. Finalmente siamo in una nuova casa (sì, è la quarta in solo 4 mesi ma spero che per un po’ rimarrà la stessa) che ha una piscina ma dal sei d’aprile quando siamo entrati, siamo riusciti ad averla funzionante solo dopo un mese e mezzo ma qui si sa le cose possono andare molto a rilento. Basta una pioggia improvvisa e tutto si blocca o viene rinviato ad una non ben precisata data – qui per altro le piogge sono sempre improvvise, dato che non esiste l’abitudine della ricerca e controllo su internet o sui giornali o con il televideo o ancora attraverso i telegiornali delle previsioni del tempo del giorno dopo! Quindi ci sta che il pittore che deve rinnovare la verniciatura alla piscina decide malauguratamente di programmare il lavoro nella settimana sfortunata e a te ti tocca aspettare senza alcuna garanzia di un termine. – Quindi passata la vacanza dei ragazzi senza piscina a disposizione, li abbiamo portati a Kilifi, nell’ultima calma è un po’ noiosa domenica prima del rientro a scuola, quasi come un premio di consolazione, in un bellissimo resort a picco sul mare dotato di una stupenda piscina panoramica, dove godersi una giornata di sole e sperimentare qualche lezione semi seria di nuoto. Diciamo che prima di chiamare nuoto quegli annaspamenti ci vorranno molte altre domeniche e molti esercizi sulla fiducia del galleggiamento del proprio corpo.
Durante questa domenica è stato bellissimo vedere come i due piccolini, Nassib e Albert fossero più spontanei e ridessero di pancia e di cuore mentre li lanciavamo in acrobatici tuffi nella piscina, altrettanto toccante è stato vedere gli occhi profondi di Amani, mentre immerso fino al mento nell’acqua scrutava l’orizzonte mozzafiato della baia e si interrogava sul suo futuro. Questo ragazzino dagli occhi stupendi ha una storia alle spalle che non vuole raccontare ma che gli si legge nello sguardo, poi quando si sente osservato, distoglie la concentrazione da pensieri oscuri e torna a guardarti imbarazzato ma sorridente. Gli chiedo spesso “a cosa pensi!?” ma lui mi risponde “ a niente…” sorridendo, sapendo che so che non è vero. E’ un discorso questo che abbiamo affrontato diverse volte anche se toccandolo appena. Parlare con questi ragazzi dei loro ricordi e delle loro sofferenze è come uno strusciarsi di due barche che si toccano nello sciabordio delle onde, li colpisci con un colpetto deciso, ti ci avvicini, quasi ti accosti fianco a fianco ma è solo per un attimo, poi si allontanano nuovamente e ti guardano da lontano.
Ma sono sicura che le parole i discorsi arrivano e piano piano si apriranno con noi o con qualcun altro, l’importante è fargli capire che c’è qualcuno che li vuole ascoltare ed accogliere se e quando loro vorranno.
Lasciato da parte il nuoto e le confidenze che non davano i frutti sperati, siamo andati a mangiare al mitico buffet, strabordante di ogni ben di dio, i bambini non sapevano più dove guardarsi e rimanevano imbarazzati fermi con i loro piatti in mano indecisi se avvicinarsi ai cuochi vestiti nelle loro candide divise con i berretti alti sulla testa, gli dovevano parere dei maestosi uccelli appollaiati a  guardia di tavole riccamente imbandite come penne alte e ritte sulla testa.
Amani spingeva delicatamente Nassib e Albert, come al solito come un fratello maggiore, e sorrideva sotto i baffi vedendo i più piccoli con le bocche spalancate e gli occhi strabuzzati di fuori e le mani a mezz’aria indecisi sul da farsi, Paolo li chiamava a sé mentre cercava di mostragli e spiegargli che dovevano servirsi da soli e io da lontano mi gustavo la scena assorta in quella strana danza di passi in avanti ed indietro dei quattro improvvisati ballerini.
A  rompere gli indugi e a far cambiare scenografia alla scena sono intervenuti i cuochi che usciti da dietro le loro postazioni si sono dolcemente avvicinati e piegati sui piccoli aiutandoli con i piatti e nelle loro descrizioni. In un attimo hanno preso anche troppa dimestichezza con il buffet, riempiendosi i piatti di ogni cibo e di quantità di sicuro al di sopra della capacità delle loro pance.
Un’esperienza anche riuscire a stare a tavola composti ed utilizzare tutte le posate presenti, non limitandosi al cucchiaio e alle mani.
Dopo qualche approccio alla forchetta come se fosse un punteruolo e diversi tentativi di brandire il coltello come un’ascia, piano, piano verso la fine del pasto le mani si chiudevano meno violentemente sulle posate, riuscendole ad utilizzarle,credo anche senza crampi. Le facce soddisfatte per l’impresa appena superata e per le pance stracolme erano da fotografia ma mi sembrava irriguardoso tirare fuori la macchina digitale per immortalare le loro facce, erano talmente belle che mi rimarranno sempre impresse.

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Malindi 5 marzo 2010 ore 18.40 ora locale (Italia -2ore)

Domenica africana, calda ma ventilata, abbiamo deciso di andare in spiaggia e portare con noi solo alcuni dei bambini del Lea Mwana per passare la giornata e fare il bagno. Quando li portiamo tutti insieme diventa faticoso parlare bene e con calma anche solo con uno di loro, i pensieri e i concetti che loro vorrebbero esprimere e che io vorrei passargli si perdono nel chiasso e nelle risate del gruppo. Quindi a malincuore abbiamo fatto una selezione, è brutta la parola ma vanno presi così, per piccole unità.
Con noi c’erano Nassib, Albert e Amani, di 8, 10 e 13 anni che abbiamo “adottato” noi, poi Eric, Eddy e Antony, di 9 e 8 anni che sono stati sponsorizzati dai nostri amici Gloria, Giovanni(detto Gufo) e Rita, infine Abubakar 11 anni che è “figlioccio” oramai nostro ma è stato anche lui adottato dalla nostra amica Giovanna e famiglia.
Con questa allegra ma silenziosa brigata siamo andati sulla bellissima spiaggia di Malindi vicino al molo; vi si accede direttamente dal pieno centro caotico e trafficato della cittadina e quasi non lo diresti nella calma e nel silenzio sterminato di questa spiaggiona.
Mi rallegro quando li guardo felici nel loro coraggioso tentativo di nuotare, nuotare si fa per dire, sembrano dei paperi in cerca di pesci sul fondo, sempre col sedere in sù e con la testa ficcata verso il fondo, mentre le braccia ai lati roteano furiosamente per cercare di stare a galla e allo stesso procedere nelle onde. Vivono a 5 minuti dal mare ma non sanno nuotare.
Non vedo l’ora di poter stare nella casa che abbiamo affittato dal 1° di aprile, dove c’è la piscina, così da insegnarglielo.
Nel frattempo mi accontento di portarli con me in mezzo alle onde in pochi centimetri d’acqua.
Dopo un’oretta di annaspamenti siamo tornati verso i lettini e gli ombrelloni in makuti (fatti con le foglie di palme di cocco sfrangiate) della spiaggia privata del Melinde (hotel in pieno centro di Malindi) e a quel punto ho affrontato con Albert lo spinoso argomento dei suoi bassi voti che ho ricevuto ieri da Christopher via mail.
Non va bene su nessun fronte e non capisco come mai.
Albert è un piccolo bambino di 10 anni, appare di fisico come uno di 6 e pure un po’ mingherlino. Di testa purtroppo non so capire molto come sia davvero, visto che davanti a me, a noi è timidissimo, non apre bocca quasi mai e il fatto che non parli ancora bene inglese non ci aiuta nel comprenderlo appieno.
Pur avendo 10 anni frequenta la seconda elementare, perché è stato accolto nella struttura solo 4 anni fa e non era assolutamente in linea con le conoscenze normali dell’età, non parlava praticamente kiswahili, né tantomeno inglese, a 6 anni quindi ha iniziato i 3 anni d’asilo che sono previsti qui per avere le basi di kiswahili e quindi in questo periodo ha fatto passi da gigante ed ora si trova in seconda elementare.
Mi sono messa con lui a fare e rifare i numeri, prima scritti in cifra e poi facendoglieli scrivere prima in inglese e poi in kiswahili. E’ intimorito, bloccato sembra a volte come ritardato ma se lo guardi in faccia, mentre si sforza nel pensare e dare la risposta giusta gli vengono dei tic sotto l’occhio sinistro e così capisci che è solo nervosismo, sicuramente ha delle lacune, di sicuro sa di essere indietro e quindi s’innervosisce bloccando come tutta risposta il suo cervellino insicuro.
Mi si stringe lo stomaco e mi viene su un magone che mi riempie gli occhi di lacrime ma resisto, ingoio aria e cerco di non pensarci, mi do un contegno da maestrina dolce ma ferma e continuo decisa nel chiedergli di rispondere.
Alla fine dopo 2 ore di tentativi, ragionamenti su come si arriva a 100 e su come a 134, sia in inglese che in kiswahili, dopo numerosi incitamenti e discorsi su come lui sia intelligente e non ci sia nulla di male a non sapere o a sbagliare, Albert era felice di aver dimostrato che era capace di comprendere, leggere e scrivere senza fare errori. Soprattutto era felice che nessuno l’avesse sgridato. Non te lo dimostra raccontandotelo o spiegandosi ma il suo sguardo diretto e fisso nei miei occhi e l’assenza dello spasmo sotto l’occhio parlano e spiegano più di mille parole.
Arriva il momento di tornare a casa per tutti, ovunque e qualunque sia la casa in questo momento, per loro un orfanotrofio e per noi un appartamento in affitto. Carico i 7 bambini con me su di un tuc tuc e mi avvio al Lea Mwana, nel tragitto abbiamo parlato della giornata e abbiamo anche discusso su come sia importante credere in noi stessi e nei nostri obbiettivi, discorsi filosofici sull’autostima, forse troppo sconfinati per delle testoline di bambini così piccoli e così indifesi poco abituate a ragionare fuori da rigidi schemi di disciplina e studio. Troppo lunghi anche per essere digeriti in pochi kilometri traballanti di tragitto, a qualcosa serviranno, intanto è un inizio, mi dico e sull’entrata del cortile, li faccio scendere e li guardo mentre rapidi entrano uno in fila all’altro senza quasi voltarsi, senza dire ci vediamo, s’infilano dentro nella stanza buia e poi quasi timidamente qualcuno rispunta col naso fuori a vedere se sono ancora là. Alzo la mano, li saluto lentamente :“Tutaonana kesho”(ci vediamo domani) e faccio segno al guidatore di fare retromarcia. Il sole è basso su di un cielo rosa e quasi sembra accarezzarti  gli occhi, per un attimo mi estraneo ma subito rientro nella realtà mi guardo intorno mentre l’ape piaggio mi riporta a casa veloce e saltellante sui dossi e fossi delle strade dissestate di Mujeje, quartiere sconfinato e poverissimo di Malindi,  forse è più idoneo chiamarlo per quello che è :una baraccopoli alle porte del centro, con casupole fatiscenti, pochi edifici in pietra e cemento assenza di strade vere con spazzatura e fogne a cielo aperto. Mi guardo intorno come se qualcuno mi avesse tolto un velo pesante dagli occhi e mi rendo conto cosa questi bambini vedono tutti i giorni. Distese di spazzatura ovunque, sacchetti di plastica che giacciono incastrati in ogni dove, galline, vacche e capre a razzolare in mezzo a questi ed altra spazzatura come se fosse normale. Un paesaggio desolato, brutto, sporco indescrivibile credo con le parole e forse anche con una foto che non rende abbastanza l’abruttimento del luogo.
Mi sento piccola, inerme, schiacciata da questa inevitabile realtà: non posso fare abbastanza non sono sufficientemente potente per risolvere questo.
Per un attimo mi sento che mi manca il fiato per il pianto che sta arrivando come in piena, mi chiedo, cosa sto a fare qui ma a cosa servo?Dove credo di andare e chi credo mai di essere?
Sono un’illusa, una scema ragazzina che crede nelle utopie invece che una donna matura consapevole dei propri limiti. Non posso nulla a confronto di tutto questo squallore.
Mi sento sconfitta.
Poi mi ricordo dello sguardo di Albert e mi dico, però oggi hai forse instillato un po’ di autostima ed orgoglio in uno di loro, l’ha visto felice e sentirsi meglio.
Sono pari, sono uno pari con questa vita di merda.
Per ora va bene così.

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Malindi – 24 febbraio 2010 ore 08-27 ora locale ( – 2 ore in Italia)

La storia del Lea Mwana (in kiswahili significa: “prendersi cura dei bambini”)

L’orfanotrofio Lea Mwana – Children Center Care è una struttura per l’assistenza di orfani, che si trova a Malindi-Kenya per l’esattezza nel “quartiere” Mujeje, attualmente presenti sono 35 bambini orfani o con genitori che non possono occuparsi di loro, perché malati terminali o carcerati o semplicemente non interessati ad occuparsi di un ulteriore bocca da sfamare. Lea Mwana nasce nel 2006 grazie a Cristopher , una persona del posto che aveva raccolto in casa sua da diverso tempo alcuni dei bambini tutt’ora presenti nel centro. Grazie a donazioni di privati, come turisti e residenti esteri per lo più e a piccoli aiuti governativi, tutti i bambini mangiano regolarmente e vengono mandati in scuole private che costano poco di più delle scuole governative ma danno una formazione migliore e con classi meno numerose; Cristopher infatti nutre per questi bambini la speranza di poter offrire loro attraverso un’istruzione migliore un futuro più roseo .

La struttura dove attualmente vivono è in affitto ma è troppo piccola, fatiscente e non idonea alla presenza di bambini che vanno dai 4 ai 16 anni, necessitano infatti di camerate, di diversi bagni, di una sala mensa, una sala per lo studio e di aree gioco interne ed esterne. Il centro Lea Mwana non è affiancato da alcuna associazione di volontariato o di beneficenza di qualsiasi tipo, realizza tutto solo con l’aiuto del passaparola. Molti bambini vengono “adottati” a distanza, garantendo così per loro e per gli altri l’aiuto economico necessario per la scuola privata, gruppi di turisti acquistano cibo e fanno piccole donazioni monetarie e i risultati si sono concretizzati dopo solo 4 anni, infatti il direttore Cristopher è riuscito, risparmiando su molte cose  ad acquistare un piccolo terreno così da costruire la nuova struttura dell’orfanotrofio.

Ovviamente però servono fondi per costruire l’edificio che potrà contenere fino a 65 bambini, il progetto è ambizioso ben strutturato ma costoso. La difficoltà viene proprio ora, nel cercare di raccogliere fondi sufficienti per completare buona parte dell’edificio così da permettere ai bambini di trasferirsi comodamente.

Case di paglia

Mio marito ed io seguiamo questo orfanotrofio da praticamente l’inizio ed esattamente dall’estate del 2006, pochi mesi dopo la sua apertura e possiamo testimoniare con la nostra esperienza come sotto i nostri occhi i bambini abbiano realizzato passi da gigante, imparando a parlare il kiswahili benissimo e l’inglese allo stesso livello. Addirittura molti di loro all’inizio erano talmente inibiti da muoversi e guardare chiunque a malapena ma ad ogni nostra visita notavamo con stupore come gli stessi bambini fossero diventati più spigliati e spontanei nel parlare, muoversi e giocare. In questo periodo siamo tornati ogni anno e ci siamo talmente innamorati del posto e dei piccoli da decidere di trasferirci a vivere qui. Una delle forti spinte emotive che ci ha portati a questo passo è stato il desiderio di voler aiutare questo gruppetto di piccoli adorabili e scatenati ragazzini.

Qui arriva la mia idea delle case con le balle di paglia. Tempo fa avevo letto su dei siti come poter costruire in modo ecologico ed eco-compatibile edifici di tutti i generi in più parti del mondo, con materiali naturali, si parlava del legno, fino ad arrivare appunto alle balle di paglia. Me ne ero quasi dimenticata, fino a che un giorno la mia amica Mabel mi ha ricordato di quella tecnica e come d’incanto mi sono resa conto che avevo forse la soluzione davanti agli occhi e bastava attivarsi per metterla in pratica. Così dopo una breve ricerca ho trovato molti siti in inglese e tedesco che descrivevano la tecnica e i progetti realizzati poi ne ho trovato uno in italiano: http://www.laboa.org e ho poi preferito contattare direttamente il responsabile di questo sito, perché mi aveva convinto per diversi motivi che non sto qui a spiegare. In breve, in tempi rapidi mi sono trovata nel salotto, in fase di trasloco per il Kenya, di casa mia a farmi rapire da una lezione affascinante ed interessante di come si può costruire senza inquinare, creando praticamente qualsiasi tipo di struttura, in modo più veloce, senza compromettere solidità, sicurezza e la salute (sono antiallergiche perché utilizzano materiali ecologici ) in maniera ecocompatibile e soprattutto anche, risparmiando!

Stefano Soldati è il responsabile del sito e della neo nata Associazione EDILPAGLIA, opera in diverse parti del mondo  insegnando come costruire le case con le balle di paglia, lui ha concretizzato un sogno davanti ai miei occhi  che mi pareva irrealizzabile:

costruire l’orfanotrofio con costi contenuti e soprattutto senza inquinare ma al tempo stesso potremo insegnare una nuova tecnica alle persone del luogo.

Ora, febbraio 2010 siamo a Malindi, ci siamo trasferiti definitivamente e stiamo organizzando 2 corsi che si terranno in agosto con persone che si spera arriveranno da diversi paesi d’Europa e dall’Italia per costruire il primo modulo 5metri per 5 dell’orfanotrofio.

Ovviamente servono fondi per raccogliere la paglia a nord di Eldoret, vicino al confine con l’Uganda e farla trasportare fino a Malindi, sulla costa; inoltre dovremo acquistare anche il restante del materiale, argilla, calce, legname e poi pagare l’elettricista e l’idraulico.

Serve l’aiuto di tutti, amici e conoscenti che conoscono noi e la nostra storia e che si possono quindi fidare nel donare piccole cifre così da raccoglierle e destinarle alla costruzione dell’orfanotrofio e per chi lo volesse resta sempre valida l’opzione di adottare a distanza uno dei piccoli.

Sono fiduciosa, l’aiuto arriverà.

Nel frattempo ringrazio il destino, dio o chi per essi per avermi portato fin qui.

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Malindi – 15 febbraio 2010 ore 14-26 ora locale (-2 ore in Italia)

Lea Mwana – Children center care – Orfanotrofio

Non saprei da dove cominciare per descrivere come sia nato il nostro primo incontro con questo centro e i bambini che ci vivono e Cristopher che li cura e gestisce, posso solo iniziare ricordando che eravamo in giro con il nostro fidato guidatore di tuc-tuc, Gheddaf, soprannominato da tutti Zare, il quale ci portò per la prima volta all’orfanotrofio. Ma per far percepire bene le emozioni forti che abbiamo provato, bisogna che mi dilunghi nel far capire come siamo finiti da loro.
Era l’estate del 2006, la prima volta che quasi per caso capitammo a Malindi, eravamo ospiti paganti in una struttura italiana all’epoca molto “in” della cittadina, un resort molto sfarzoso arredato alla keniota con gusto italiano, personale del luogo e in molti di loro parlavano e parlano tutt’ora molto bene l’italiano. Avevamo accettato l’invito di una coppia di amici ad unirci alla loro vacanza organizzata a prezzi contenuti per una convenzione della quale godevano e della quale potevamo usufruire anche noi.
Non ero convinta al 100%, non mi sono mai piaciuti i viaggi organizzati e soprattutto in villaggi turistici. Non ho mai amato la vita da turista italiano intruppato ad ogni ora ad appuntamenti del tipo: risveglio muscolare, beach volley, acqua gym, aperitivo, e così via fino alla sera, rimanendo alla fine sempre chiusi dentro il villaggio senza mai vivere la vita del luogo e senza essere mai lasciati da qualche fidata guida.
Insomma non mi è mai piaciuto fare una vacanza classica e ho sempre organizzato da me itinerari, spostamenti, noleggio di auto, soggiorni e soste. Sapevo però che l’Africa era un po’ diversa dal resto del mondo che avevo visitato e ci avrei dovuto mettere più tempo, fatica e soldi per organizzare un tour come intendo io, all’epoca ero a corto di tutte e 3 le variabili utili per un viaggio coi fiocchi, quindi accettammo il compromesso.
Erano anni che sognavo l’Africa guardando i documentari e non me la sapevo immaginare davvero, ma questo lo scoprii solo arrivati a Mombasa.
Il primo ricordo di noi all’aereoporto fu uno strano sollievo nel sentire l’aria fluire tiepida ma piacevole nei capelli, le pale nell’ingresso dagli alti soffitti giravano veloci e dalle ampie aperture grigliate in mattoni entravano folate con odori e rumori diversi da qualsiasi altro aeroporto che conoscevo. Seriosi e quasi scorbutici funzionari di dogana scrutavano i passaporti dei turisti e leggevano la dichiarazione da ognuno di noi compilata e firmata.
Dopo un po’ di pratiche burocratiche, recupero del bagaglio e ricerca del nostro autista che ci aspettava all’ingresso, salimmo su un furgoncino. Eravamo in 9 a bordo, piovigginava, ovviamente non faceva freddo ma credo avesse piovuto molto prima del nostro arrivo perché le strade erano abbondantemente allagate.
Baracche mezze rotte erano sul ciglio di un fiume marrone in piena, barattoli vuoti galleggiavano insieme a ciabatte orfane delle compagna, insieme a sacchetti di carta e di plastica, donne, con ceste sulla tesa, uomini anziani con bastoni e uomini più giovani spingevano in questi flutti i loro carretti pieni di mercanzie. Si era trasformata in fiume la via che dall’aeroporto portava verso il centro di Mombasa e che poi ci avrebbe condotto verso nord e quindi verso Malindi. Queste erano le loro strade.
Il tragitto fu per molti kilometri istruttivo,se così posso definirlo, centinaia, migliaia di persone andavano quasi tutte a piedi, la stragrande maggioranza non aveva mezzi di trasporto se non le proprie gambe, su strade sterrate e marciapiedi inesistenti una moltitudine marciava in entrambe le direzioni. La povertà, lo stato di abbandono di persone e luoghi, la sporcizia e lo scrostamento degli edifici era ovunque. Piansi molte silenziose lacrime che non riuscivo e non volevo fermare.
Prima di arrivare a Malindi notai come se anche nella povertà la vita al di fuori della città era meno stridente, perché le capanne e alcune costruzioni basse in cemento erano immerse in una verde vegetazione che la faceva da padrone, ma la tristezza che mi si era aperta dal cuore non finiva.
Lo choc più grande fu nel momento di entrare nel resort, là per la prima volta mi sentivo fuori luogo insieme agli europei e non a posto con le persone del posto. Non mi sentivo né parte di una, né dell’altra realtà. La prima sensazione fu quella di voler scappare.
In camera lo dissi quasi subito a Paolo che all’epoca non era ancora mio marito. Continuai, senza dirlo a nessun altro, a pensare di cercare un volo di rientro appena avessi intercettato un’ agenzia, mi sarei inventata una scusa. Passai due giorni bruttissimi. Il senso di autocontrollo perenne che ero abituata ad avere in ogni situazione e che amavo tenere, vacillava pesantemente.
Ero insofferente al lusso, all’esubero di cibo e allo sfarzo dei turisti che si agghindavano a festa, con cambi d’abito per ogni momento della giornata, quando fuori e sotto i loro occhi c’erano persone che vivevano nelle baracche. Riuscii a resistere solo 1 giorno chiusa nel villaggio e poi chiesi, a dir la verità supplicai mio marito di uscire con me per andare a visitare la città. Ero armata di 2 guide e tanta cocciutaggine, nonostante il personale italiano ci esortasse ad uscire solo accompagnati da loro guide fidate, non avrei accettato una soluzione diversa e così fu, noi facemmo di testa nostra. Era sabato, appena fuori su un angolo vidi un ape piaggio con capottina, a bordo il guidatore non era africano ma arabo e dietro un sedile a 3 posti vuoto, non servì nemmeno fare cenno e arrivò subito.
Si presentò con gentilezza ed un largo sorriso, in un italiano stentato ci disse: “Benvenuti, io Zare! Questo mio tuc–tuc.”
Con lui iniziò la nostra avventura. Girammo ogni angolo del paesone Malindi, tutti si immaginano chissà cosa e quale cittadina, in realtà ha un fascino tutto suo fatto di negozietti italiani con prodotti africani ristudiati col gusto e lo stile del nostro italico paese ma in fin dei conti è un caotico, disordinato paesone con tantissimo traffico e quasi nessun marciapiede. Ma io me ne sono innamorata seduta stante.
Un giorno mentre chiedevamo di vedere un qualcosa che non fosse gestito da italiani, Zare ci portò alla fabbrica del legno, una cooperativa di intagliatori del luogo nella vera Malindi, fatta di strade gobbose di sabbia battuta e baracche senza luce, né acqua, né fogne, con la spazzatura a cielo aperto sparsa nei campi, dove pascolano caprette e gatti alla ricerca di cibo, insieme a bambini che giocano e imparano a governare le bestiole.
In pochi giorni la mia consapevolezza si fece un secondo bagno nella sporcizia del mondo nascosto a noi occidentali.
Passando al ritorno dalla fabbrica, lui con una certa naturalezza ci indicò un edificio basso con uno spiazzo di terra sabbiosa davanti e ci disse che era un orfanotrofio : “è africano è povero e non ricco come quello italiano.”. Ovviamente ci fermammo e scendendo ci vennero incontro dei bambini e la loro maestra.
Dentro le stanze erano spoglie, scrostate, senza dei veri mobili ma solo piccole sedie di plastica dove i bambini sedevano per mangiare, o per cantare o per studiare poche parole di swahili e di inglese. I piccoli diverse età erano tanti e le foto appese in una sorta di bacheca li ritraeva con mezzi sorrisi. I dormitori non esistevano, la stessa stanza serviva la sera come camera da letto, materassoni venivano stesi per terra e tutti insieme dormivano in quella unica camera.
Lo stomaco mi si strinse mi sentivo inerme, senza poter far nulla.
Uscii, da quello stanzone triste e chiesi solo a un uomo che si era presentato come il resposabile se potevamo fare qualcosa, mi chiese solo della farina e del sapone per pulire i panni.
Andai verso Zare, Paolo mi seguiva silenzioso.

Mi girai e vidi il cartello dipinto a mano che

Children of LeaMwana

Orfanotrofio

diceva: “LeaMwana-Children Center Care”, lì appunto, incominciò senza che ce ne fossimo accorti la nostra storia.

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