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Archive for the ‘Orfanotrofio LeaMwana’ Category

Questo sarà il mio ultimo post su questo blog.

E’ un anno e più che non scrivo qui e ciò  è accaduto per diverse ragioni.

La mia vita in due anni si è stravolta e non solo, perché ho cambiato continente, lavoro, paesaggi, lingua e cultura intorno a me.
Le persone che io credevo essere in un modo, cambiando luogo e quindi prospettiva, si sono rivelate completamente diverse ai miei occhi, sono cambiate.
Sia le persone a me note e presenti in Kenya, sia molte di quelle lontane rimaste in Italia (che io credevo lontane col fisico ma non col cuore), si sono mano, mano, rivelate per ciò che davvero sono, attraverso pensieri ed azioni hanno dimostrato la loro vera anima.
Purtroppo devo dire che molte, la maggior parte di loro non l’hanno fatto ovviamente in un modo positivo.

Ora per molte di queste personali rivelazioni, tante delle quali rimarranno private e non da pubblicare, e per l’ambiente estremamente corrotto trovato in Kenya, ho deciso di cambiare nuovamente vita, ho deciso di non continuare più un blog che dava  un’immagine di me, che non mi appartiene più da tempo.
Gaia non è più legata al Kenya, Gaia non è più in questo blog. GaiaKenya è morta.

Infatti questo “diario sul web” lo avevo aperto tempo fa, felice di vivere una avventura che io credevo sarebbe stata dura ma comunque bellissima.
Questo spazio era qui per raccontare attraverso i miei occhi e con le mie sensazioni, agli amici ed ai conoscenti ciò che io stavo vivendo.
Ero piena d’amore per questo Kenya, tanto da legare il mio nome che in greco significa “terra” a questo paese.
Ero piena di buone idee e propositi per vivere bene nel paese, integrandomi piano, piano con le persone del posto, kenyote e straniere.
Ero piena di tanta volontà, per continuare ad aiutare i bambini di un orfanotrofio ed i loro direttori che io credevo brave persone, per andare avanti e crescere.
Ero speranzosa per un futuro nuovo e positivo in un paese che mi piaceva per molti versi.
Tutto questo in due anni si è sgretolato giorno dopo giorno.
La corruzione esplicita e sfacciata esibita alla luce del sole in ogni settore, per qualsiasi argomento e la mentalità razzista della moltitudine incontrata nel mio cammino  in Kenya mi ha fatto disinnamorare completamente.
Per tutte queste ragioni e molto di più non ho più scritto su questo blog.

Ora però, a distanza di quasi un anno, sono accadute delle cose in Kenya per le quali ho deciso di scrivere l’ultimo post.
Questo è solo ed unicamente per chiarire e spiegare alcune cose, delle quali avevo scritto in un senso positivo tempo fa. Ora essendo le mie idee e conoscenze cambiate completamente, anche alla luce di quello che è successo ultimamente, devo rettificarle, per un senso di correttezza in generale che sento dentro e nei confronti di persone di buon cuore che so hanno seguito la storia dei bambini meno fortunati in Kenya anche su questo blog.

Se vi collegate al sito internet e pagina facebook SAVEAMALJA.ORG, leggendo la storia completa che è stata pubblicata, ci sono anche degli stralci di una mia intervista, capirete meglio quel che sto per scrivere qui di seguito.
Vi prego per tanto, che siate nuovi, o vecchi lettori di questo piccolo blog di leggere quello che verrà pubblicato agli indirizzi di cui sopra.

Nel 2010 pochi mesi dopo essere giunta in Kenya per viverci e dopo quasi 4 anni di numerosi viaggi in quel paese, mentre cercavo di aiutare di più, insieme a degli amici un orfanotrofio, sono giunta ad una triste ed amara consapevolezza sulla mentalità e sullo stile di vita di molte persone in Kenya, a riguardo del fragile tema dei minori in generale e degli orfanotrofi.
Se arrivi in uno di questi paesi come il Kenya, ma posso immaginare sia così anche per altri in Africa, vieni colpito alla pancia. (n.d.r.vedi articolo su orfanotrofi di BALI del 7 dicembre 2011 della BBC che mi hanno girato da SaveAmalja)
TU, occidentale, appena sceso dall’aereo e fatto salire su un pulmino, vieni investito con un forte pugno allo stomaco dalla visione continua di scene pietose. Piccoli bambini mal vestiti di soli stracci, sporchi e mezzi malati che giocano tra la spazzatura abbandonata ovunque insieme a cani mezzi randagi, vacche e capre.
Se si arriva in Kenya e si va poi nella zona di Malindi, per gli italiani è un tuffo al cuore sentire gridare uno di questi piccolini, alti anche meno di 50cm, con gli occhioni sgranati e la bocca spalancata, con tutta la voce che ha in corpo un “ciiiiiiaaaaaoooooo” anziché un “jambo”, mentre dall’altra parte della strada, cerca di farsi vedere tra gli arbusti o cumuli di spazzatura.
Per noi dal cuore tenero e la coscienza inspiegabilmente ed istintivamente “sporca”, senza che ce ne sia davvero un motivo, ci sentiamo trafiggere come da un dardo dalle voci di questi bambini.

Ed ecco lì, senza che ce ne si renda conto, il primo aggancio è avvenuto.

Poi proseguendo e arrivando in alberghi e hotels, molti di questi turisti sono ossessionati oramai da quelle faccette e dalle vocine, collegate a quell’immagine di povertà e disperazione.
Da lì in poi ignari di ciò che sta accadendo, ci si ritrova in un percorso a tappe, organizzato spesso da qualche tour operator locale, o peggio dai guidatori di taxi, jeep e pulmini.
Chiunque, sarà portato a vedere prima incredibili animali selvaggi in savana, fantastici pesci in riserve marine favolose, quindi sarà portato anche a visitare, ovviamente il villaggio poverissimo, la zona poverissima della città, fino all’orfanotrofio poverissimo del quartiere.
A quest’ultima tappa del viaggio, il cuore e la coscienza di molti di questi turisti e brava gente, è inevitabilmente scosso.
Così, a quel punto, i turisti nell’orfanotrofio, messi di fronte a decine e decine di bambini in fila a cantargli la tipica canzoncina “Jambo, jambo bwana…”, crollano tutti emotivamente e clamorosamente.
Queste piccole creature danno inizio, anche loro inconsapevolmente quindi, alla fase finale del processo iniziato poco fuori l’aereoporto.
In questi posti i bambini sono vestiti leggermente meglio rispetto agli altri fuori, stanno in case leggermente più stabili delle altre che sono fatte solo di fango e foglie di cocco, questi hanno una parvenza di cucina, ma ovviamente spoglia e vuota di cibarie e di solito si è accolti da una o due persone locali, che si presentano come i salvatori di questi bambini. Questi infine ti fanno fare il tour della loro struttura, facendoti vedere la dispensa vuota, la povertà delle camere da letto, molte senza letti e solo materassi buttati a terra, il buco nel pavimento come bagno, ti mostrano l’insegna scrostata della loro “casa famiglia” o “centro per la cura dei bambini” o “orfanotrofio” e così chiunque si sente quasi felicemente spinto ad aprire il portafoglio.
A molti poi, sono certa gli viene il dubbio che questi soldi non vengano utilizzati tutti ed unicamente per i bambini ma pensano, illudendosi, che anche se solo una piccola parte arriva per i bambini, i soldi sono ben spesi.
Questa è una cosa assolutamente, che vorrei, per esperienza diretta e personale, sconsigliare a chiunque!
E’ assolutamente assurdo pensare questo, perché vorrei far riflettere un po’ di più sul fatto che in pratica, facendo così non si fa altro che sovvenzionare un “circo di Buttafuoco”. I bambini sono “piccole bestioline” in mostra in uno zoo per umani. Queste creature sono messe sul palco della povertà e miseria, appositamente ed unicamente per commuovere, per far risalire nelle coscienze europee, emotività e compassione. Fortissimi sentimenti questi, dei quali come dicevo, molti turisti sono forniti, purtroppo però insieme anche alle video e fotocamere. Pronti a scattare e farsi scattere foto ricordo coi bambini che credono di aiutare, svuotandosi le tasche e “alleggerirsi” così la coscienza.
Di fatto facendo così, si sta donando a questi aguzzini soldi, che a noi sembrano pochi ma che se li moltiplicate per i centinaia di turisti giornalieri che arrivano a frotte coi pulmini, potreste velocemente fare i conti di fine giornata (io l’ho fatto per 3 giorni di seguito dalla mattina alle 11, al pomeriggio alle 3 e considerate che  i turisti iniziano ad arrivare anche prima e ovviamente arrivano fino alle 7 di sera dopo il mare… Un anno fa ho contato, di quelli che ho intervistato su quante offerte hanno lasciato e visto coi miei occhi, circa 700€. In 3 mezze giornate durante la bassa stagione!!!)
Scusate ma ai famigerati zingari in Italia ed in Europa quanti di voi sganciano da un euro fino ad arrivare anche a 50-100 euro a volta?
Quanti di voi danno tutti questi soldi ai genitori di questi bambini seduti per terra o in metropolitana?
E’la stessa tecnica, travestita in maniera diversa e se si può anche peggiore. Tanto gli “zingari cattivi”, ci è stato inculcato, mettono i bambini sporchi, mal vestiti per le strade per commuovere e ricevere soldi, così molti di questi falsi e fatemelo ripetere, FALSI orfanotrofi mettono frotte di bambini in queste strutture per raccogliere quanti più soldi gli è possibile.
E se a qualcuno pensasse “allora gli compro io direttamente mobili, scarpe, libri, cibo….”, lasciate perdere appena voltato l’angolo molta di quelle cose saranno vendute, perfino i polli surgelati.
Ci abbiamo provato in ogni modo prima di gettare la spugna.

Soprattutto dopo che ho visitato altri orfanotrofi questi seri e ben organizzati, gestiti, purtroppo va detto, da persone europee e ho visto l’enorme divario di stile di vita di altri bambini non mi davo pace.
Questi bambini dove e come arrivano nelle mani di quei personaggi da film horror?
Me lo sono chiesta molte volte in questi ultimi 2anni mentre cercavo di non farmi più trascinare in un inferno emotivo.
Sono giunta a delle conclusioni, dopo averne viste e sentite tante, aver ascoltato molta gente con anni di esperienze, ho intervistato molte persone, sia stranieri che kenyoti che hanno provato ad aiutare davvero i bambini e i quali mi hanno aiutato a darmi la formula di questo scempio ed è presto spiegabile.
Mettici un paese tenuto nella povertà ed ignoranza dal proprio governo, mettici un’assenza appunto di educazione di qualsiasi tipo, aggiungici una sessualità spregiudicata e non protetta, molti anche stupri e violenze per carità, mettici la “cultura” che molti hanno e ti raccontano con sorrisi non proprio consapevoli, che fare figli allunga la vita e porta fortuna (nel senso per loro però che questi da grande poi ti potranno mantenere). Aggiungi il fatto che in Kenya tutto si vende, basta fare soldi. Mescola il tutto con un’assenza totale di controllo del territorio e delle strutture, infatti nessuno sa o meglio fornisce, dati ufficiali di quanti orfanotrofi governativi ci siano, quanti di privati e registrati ufficialmente e quanti altri invece non autorizzati siano in tutto il Kenya. Ecco, mettici questo, più una serie di ulteriori motivazioni, aggravanti che non sto qui ad elencare ancora….Cosa ottieni?
Il caos, l’anarchia totale sulla gestione di bambini disagiati.
Ora in tutta questa melma, mi e ci siamo ritrovati con degli amici nel cercare di aiutare un orfanotrofio e i suoi bambini.
Dopo diverse lotte e strategie andate a vuoto, ho abbandonato completamente l’idea di aiutare quella struttura. Ho assolutamente lasciato perdere l’utopico sogno di vedere stabilirsi questi bambini in un ambiente sano, con una minima speranza di poter studiare e fare un domani forse una vita decente.

Questa è la mia esperienza ma come dicevo non sono stata l’unica a vivere queste cose, ci sono persone che le raccontano anche meglio di me. Non siamo soli in questa melma, purtroppo però, mi viene da dire.

Ho visto e ascoltato storie che vorrei avere il coraggio di descrivere e di combattere ufficialmente per aiutare quante più persone, bambini sarebbe giusto aiutare.
Ma ne sono certa, scriverei “Una Gomorra kenyota” e dovrei poi vivere sotto scorta ogni volta mettessi un piede in Kenya e forse pure fuori.
La mentalità mafiosa non nasce in Italia e poi si espande, espatria all’estero e ce la copiano. No, la mafiosità è insita nell’animo umano, punto. Noi italiani abbiamo semplicemente trovato e dato una parola ad un lifestyle, chiamiamolo così.

Sono passati mesi stancamente lunghi con uno sgretolamento sistematico, traumatico e giornaliero della nostra, della mia, sciocca, infantile, fasulla consapevolezza su chi fossero queste persone.

Dico sempre che il Kenya mi ha tolto tanto, mi ha fatto invecchiare, mi ha tolto la freschezza, la poesia, l’amore dei quali ero ricca all’inizio per il paese e la popolazione.
Mi ha svuotato.
Il Kenya però mi ha dato anche tanto, mi ha fatto vedere la realtà delle cose e delle persone, mi ha aperto gli occhi sulla loro vera natura, mi ha “regalato” le storie orribili dei bambini che hanno risvegliato in me una più forte voglia di rivalsa e di giustizia, mi ha reso più matura e si spera anche più saggia.
Il Kenya mi ha anche quindi risvegliato.
Il risveglio non mi è piaciuto molto ma è così che doveva andare.

Una cara amica mi dice che sentendo queste cose, vivendo queste esperienze, il suo corpo le sta dicendo con mille dolori ovunque che non vuole vedere, sentire e vorrebbe decidere di andare avanti, “prescindendo dal proprio corpo” così da non soffrire.
“Prescindere:fare astrazione da ciò che non si ritiene rilevante –lasciando da parte, non considerando.”. Questa è la descrizione del verbo prescindere. Non si può prescindere quindi, credo, dal nostro corpo che manda segnali e neanche prescindere dalle persone e dai fatti che ci stanno intorno e che ci accadono.

Per tutto questo non ho scritto più su questo blog di una giovane donna sognatrice che non c’è più ma allo stesso tempo per tutto questo, ho deciso che questo ultimo post era dovuto anche se e soprattutto che “il sogno non c’è più”.

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Diani – Kenya , ora locale 20.09 (-1 ora in Italia)

Non so bene da dove cominciare i pensieri e le parole si confondo, accavallandosi…parto quindi per natura o forse in realtà per mia deformazione professionale dai conti:
Dal conto economico visibile in allegato nelle note posso riassumere che la prima costruzione, ovvero il primo dormitorio per l’orfanotrofio LeaMwana (ma sono state create anche le fondamenta del secondo dormitorio), è costata comprensiva di tutto, incluso alcuni costi di ricerca e spedizione e soprattutto il costo del reperimento dell’attrezzatura un totale di € 6.199 .
Il dormitorio misura 6 per 8 metri interni(7 x 9 esterni) ed ha un’altezza minima di 2,60 e massima 2,80. E’ stato completato fino al soffitto realizzato in canne di bambù ed è stata intonacata in terra cruda e paglia.
Le donazioni raccolte per i costi sostenuti sono state ad oggi di € 6.130 (vedi lista in allegato con nominativi ed importi).
La maggior parte del lavoro è stato effettuato con contributo volontario da parte dei locali: Ibrahim, i fratelli Ken e Ben, Charles e Mwangi, da parte dei corsisti arrivati dall’Italia, ovviamente da parte della mia famiglia, ovvero da parte mia, di mio marito, dei miei suoceri e di mia madre.
Enorme contributo ci è stato dato dall’Hotel Melinde nella persona di Eloisa Minoprio la quale anche con la sua famiglia ha anche contribuito economicamente al progetto. Altrettanto indispensabile e prezioso aiuto e contributo ci è stato fornito dal mitico signor Gordon proprietario del bar-ristorante TICS a poche centinaia di metri dal luogo dell’orfanotrofio.
Vari ringraziamenti anche ai cari guidatori di tuc tuc, Mike-Maina, Wachira, Dankan e Mohamed senza i quali non saremmo riusciti a trasportare sani e salvi e in tempo i volontari, i corsisti e a volte anche i materiali!!!
Ora nel concreto cosa manca e a dopo i più approfonditi ringraziamenti….
Ad oggi servirebbe finire :
>l’intonacatura con altra terra cruda e l’unico costo sarebbe degli operai (4 persone per 1 settimana 350scellini al giorno l’uno), l’acqua per mescolare la terra (circa 50 taniche a 5 scellini l’una);
> ultima mano con calce(circa 5 sacchi a 2500scellini l’uno) con relativi operai (idem come sopra per gli operai);
>copertura soffitto in lamiera (lunghe 3 metri larghe 1,5 ce ne vogliono almeno 24 pezzi ad un costo di circa 1900scellini l’una), minuteria come viti ed etc per fissarle ed operai specializzati(4 operai, montaggio in 5 giorni ad un costo di circa 450 scellini al giorno a persona);
>Pali di sostegno per lamiera e per ricreare piccolo porticato a sostegno della lamiera che fuoriesce dai muri (circa 25 pali, un costo approssimativo di 9000 scellini);
>Porta e telaio con serratura e chiavistelli di sicurezza interno ed esterno (7000scellini);
>2 telai e finestre con sbarre (3500 scellini cad);
>telai e zanzariere per finestre e spazi rimasti liberi sotto il tetto (4000 scellini circa).
>Pavimentazione da definire successivamente
>Impianto elettrico da definire successivamente
>Varie ed eventuali da capire successivamente.
Questo per completare definitivamente il primo dormitorio che accoglierà 8 letti a castello per un totale quindi di 16 bambini.

I direttori del Lea Mwana si stanno impegnando a raccogliere i fondi per completare questo dormitorio e poi continuare la costruzione, per ora di sicuro c’è che se riuscissimo a dare ancora una mano a questi bambini, raccogliendo personalmente i fondi e amministrandoli come fatto finora e poi organizzando i lavori con persone fidate, saremmo certi della riuscita e delle tempistiche.


Infatti in soli 3 mesi siamo riusciti ad organizzare molte cose, dal trovare la materia prima, ovvero le balle di paglia e farle trasportare qui e non è stata cosa facile come si può credere, trovare dei volontari, cosa altrettanto non semplice qui in Kenya, fino a portare dall’Italia grazie a Stefano Soldati, docente costruttore specializzato in balle di paglia che ha organizzato due gruppi di lavoro eccezionali, a Siria dell’agenzia Orobica viaggi che ha gestito per molti di loro i voli e non solo. Poi siamo riusciti ad avere preziosi aiuti da molti come Mariangela, mitica ingegnera, sì con la A e se si potesse pure maiuscola, che ha dovuto creare un progetto basandosi su miei vaneggiamenti dati dall’ignoranza in architettura e dal caldo equatoriale e dallo sfibramento dell’ ”architetto” locale che aveva realizzato un progetto di dormitorio senza porte, nel senso che non si sapeva da dove far entrare i bambini…non c’è da ridere è la verità, ho le prove! A Jason Brayda che senza conoscerci da Nairobi si è fiondato sulla costa più volte per aiutarci e districarci in cose per molti banali che per noi erano come trattare di astrofisica…tipo fare delle fondamenta.
Fino ad arrivare agli sponsors, piccoli, medi e grandi, persone singole, gruppi di amici, anonimi e realtà locali che hanno donato soldi, materiali e non solo, ci hanno donato fiducia ed ottimismo!
Un dono enorme, che ci ha permesso di tirare fuori forza e grinta per continuare in questa impresa che per molti può essere sembrata piccola ma posso assicurare che è stata titanica.
Come molti sanno non siamo del mestiere e mettersi a costruire non è una cosa da poco se si tratta poi di un dormitorio per dei piccoli di un orfanotrofio la cosa si fa ancora più grande. Eppure ce l’abbiamo fatta e questo grazie a tutti quelli che ho messo in elenco nel file del conto economico.
Spero di non aver dimenticato nessuno e di essere stata precisa nella spiegazione delle diverse donazioni, se così non fosse perdonatemi e scrivetemi e provvederò a correggere!!!
Devo però ringraziare per questo progetto anche le avversità avute, le persone che ce l’hanno gufata, tanto per parlare semplice e per quelle che hanno sparlato dicendo che eravamo ridicoli e non ce l’avremmo fatta o che peggio, ci stavamo guadagnando!
Bene, grazie anche a loro, se con l’ottimismo e la fiducia abbiamo tirato fuori forza e grinta, beh con questi ultimi abbiamo tirato fuori le palle, sempre per parlare semplice e la mia natura di mettere tutto per iscritto ci è andata a nozze nell’elencare maniacalmente tutto, ogni singola spesa anche di 5 scellini.
Ed ecco per tutti il resoconto dettagliato delle uscite e delle entrate!
Grazie a tutti voi, nessuno escluso, perché ci avete reso più forti e determinati ma soprattutto consapevoli dei propri limiti ma ancora di più delle proprie potenzialità.
Ringrazio ovviamente anche mio marito, adorabile, instancabile, forte e delicato uomo che mi sopporta e che mi rende così sicura di fare tutto, “solo” perché so che lui mi sostiene, sempre.
Grazie, grazie, grazie ed ora, infine come ultimo inchino, ringrazio anche il Signore, perché in tutta questa bellissima avventura ho riscoperto anche la fede.
Grazie!

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Malindi 15 luglio 2010 ore 21. 47 ora locale (Italia -1 ora per via dell’ora solare)
Emmanuel solo 10 anni
Emmanuel ha  10 anni, è magrolino ma dinamico e forte. Ama fare karaté come suo papà. Ha il mito di Bruce Lee e con l’aiuto di Paolo, mio marito, sta imparando a far roteare un bastoncino di bambù come si fa con i “nunchaku” e qualche nozione base di difesa personale. Mentre si allena è molto fiero di sé, concentrato e serio con lo sguardo fisso verso Paolo, mentre svolge i movimenti lenti.
A prima vista in mezzo ai tanti non lo noti, 35 bambini sono tanti, ancora dopo 4 anni e passa, di frequentazione con questo gruppo allegro e chiassoso, facciamo fatica a ricordarci i nomi di tutti.
In passato qualche notizia su qualcuno di loro la abbiamo ricevuta da Christopher ma  in mezzo a tante tristi storie, la similitudine di destino di molti di loro, te li fa confondere : “la mamma è morta, non ha il padre”, “era malato è morto”, “aveva l’aids”, “beveva”, ”era una prostituta”, “la nonna è troppo vecchia per occuparsene”, “è finito in carcere il suo unico genitore e non ha nessuno a casa che si occupi di lui”, insomma in questo desolato elenco si faceva fatica a ricordarsi il passato di tutti.
Ma in questi giorni mi sto mettendo a fianco uno di loro a turno per scrivere qualcosa su le loro vite e sto imparando a conoscerli meglio. Allora a fatica con alcuni di questi, iniziamo scrivendo la loro età, cosa amano studiare, il loro piatto preferito, come vanno a scuola, cosa vorrebbero fare da grandi, quanto tempo fa sono arrivati al Leamwana.
Piano, piano ci avviciniamo ai ricordi, al momento di quando si sono separati dalle famiglie. “Cosa provavi?” Qualcuno si ricorda, qualcuno no, qualcuno dice che era felice da subito, qualcuno invece dice che è felice ora, sottintende che all’epoca non lo era, mi chiedo io?
Con molti bisogna ripetere con calma e dolcezza le domande più volte, ancora dopo 4 anni che ci conoscono e molti mesi che li frequentiamo assiduamente, si vergognano, un po’ per carattere e un po’ per educazione, sono poco abituati a parlare di sé e soprattutto credo con un muzungu(bianco).
Invece con pochi altri ma soprattutto con Emmanuel, semmai si ha la situazione opposta.
Lui è un fiume in piena, parla, si spiega, ricorda. Che piacere, pensavo ieri, mentre parlava con emozione e con la voce carica di dolcezza di come si ricordava di sua madre e di come lo amasse molto. Mi ha raccontato un pezzo della sua vita, dei suoi ricordi. Di sua madre e di suo padre, fiero, mi spiega che lavorava per la compagnia dell’elettricità ma che ora non lavora più. “Non si può occupare più di me e anche mia nonna è troppo anziana!”. Semplice e diretto spiega che quindi è arrivato qui ma si è subito trovato bene, perché mangia regolarmente e dorme in un letto anche se lo deve dividere con un altro bambino ma soprattutto e ci tiene a sottolinearmelo, qui gli danno la possibilità di studiare come amava fare suo padre e lui vuole studiare tanto per diventare un soldato.
Mamma mia, penso io, spero proprio di no! Provo a chiedergli “come mai pensi a questo lavoro, per le armi forse?Ti piace giocare  alla guerra?” “No, assolutamente ma io voglio servire il mondo se ce ne fosse bisogno!”.
Il tempo di tornare a casa è arrivato allora lo ringrazio e gli dico che continueremo domani. Lui è felice, perché a potuto dirmi tante cose e me lo dice pure.
Oggi quindi quando sono arrivata e mi sono seduta iniziando a scrivere con una delle bambine e a rispondere con dei bambini a qualche mail dei loro sponsor tra i miei amici, vedevo che mi ronzava intorno e spesso mi faceva domande o mi correggeva mentre scrivevo. Così dopo aver finito alcune cose e visto che rimaneva ancora vicino a me abbiamo ricominciato a parlare. Siamo partiti da Paolo, mi ha chiesto “dove va tutti i pomeriggi?” e così gli ho spiegato che lui non è stato fortunato quando era più piccolo e non ha potuto studiare le lingue e quindi ora gli tocca imparare con più fatica. Così lui mi dice che sa di essere fortunato perché al Leamwana può studiare cosa che a casa non gli sarebbe stato possibile fare.
“Sai Emmanuel è molto bello quello che dici, hai avuto una vita un po’ difficile, è vero ma i problemi possono essere occasioni per capire delle cose della vita e anche se hai vissuto cose brutte ce ne sono altre per le quali puoi considerarti comunque fortunato!”. “Sì ringrazio Dio” mi dice e da quel pensiero, come un fiume in piena mi ha raccontato i tasselli sulla sua vita che mi mancavano.
Prima che morisse sua mamma avevano una bella casetta, anche se di fango e pietre e mangiavano bene ma i vicini gelosi li hanno denunciati alla polizia raccontando bugie e cose brutte su di loro. Si ricorda che sono arrivati i poliziotti e gliel’ hanno distrutta, buttandola giù. Suo fratello ha cercato di impedire lo scempio, il padre non c’ era, così lui e sua mamma sono dovuti scappare nella foresta, mentre suo fratello è fuggito lontano. Quando, finalmente il padre li ha ritrovati li ha fatti rimanere nascosti anche se non ha mai saputo perché e così lui ha perso diversi mesi di scuola.
Molto probabilmente l’intervento della polizia era stato scatenato da lotte di pulizia etnica tra tribù, le quali spesso sono successe e forse ancora accadono in certe parti del paese, senza che nessuno lo sappia.
Dopo che si erano nuovamente riuniti, non era ancora momento di stare tranquilli, il fratello, il quale era tornato dopo molto tempo, probabilmente dopo molti mesi, avendo frequentato brutte compagnie, “si era trasformato in un diavolo”. Così dice lui spalancando gli occhi, “era drogato?” gli chiedo io e lui annuisce. In un altro soffio mi dice che suo fratello ha cercato di ucciderlo e che lui se lo ricorda molto bene mentre è stato salvato dalla madre e solo per fortuna. Il padre tornato a casa e scoperta la malefatta ha cacciato quindi l’altro suo figlio, il fratello Caino.
Sembrerebbe già tanto per un bambino ma si vede che la vita anche per lui ha deciso di accanirsi. Sopo poco, una caduta massi da una collina travolge delle persone, tra le quali c’e anche sua madre, dopo una lunga malattia, forse un coma, gli viene così portata via l’amata mamma.
Il padre rimasto solo, con un lavoro che lo porta spesso lontano e senza poterlo affidare a nessuno, decide di trasferirsi dalla nonna . Il destino non è ancora soddisfatto abbastanza e così poco dopo, un incidente sul lavoro rende il padre di Emmanuel invalido tanto che è destinato ad usare le stampelle a vita. Così è stato deciso, per il bene del bambino di portarlo al LeaMwana per essere accudito e seguito con cura, dove i pasti sono garantiti, la scuola privata è una realtà e la vita per lui si auspica migliore che se fosse rimasto a vivere a casa con il padre oramai senza lavoro e senza soldi.
A questo punto del racconto, il suo respiro si era fatto corto e il petto si alzava e abbassava velocemente, i suoi occhi hanno cominciato a riempirsi di lacrime e a quel punto me lo sono tirato vicino e l’ho abbracciato forte. L’ho coccolato come si fa con i bambini piccoli e l’ho cullato e gli ho detto che poteva piangere e liberarsi. Così è stato.
Poi gli ho sussurrato che è fortunato, perché sarà un uomo forte e buono e potrà aiutare gli altri, perché sa cosa sia la dura vita ma sa anche che ha avuto la fortuna di incontrare persone che si occuperanno di lui e che gli vogliono bene.
Emmanuel ha solo 10 anni e una vita dura ed intensa alle spalle.
Ma per esperienza diretta so per certo che ce la farà.

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Kim ha 11 anni e frequenta la 5°. È stato affidato alle cure del Lea Mwana per i gravi problemi di denaro in cui versava la mamma, che non le consentivano di provvedere al suo sostentamento. Ha solo lei ed in un anno è riuscita a vederla solo una volta a causa della grande distanza. A Kim piace stare al Lea Mwana, perché si rende conto che qui può studiare in maniera adeguata: le sue materie preferite ? Scienze e matematica. Gli piace studiare molto perché animato da un senso di patriottismo nei confronti della sua terra. Parla molto bene e conosce approfonditamente la storia della sua nazione; è molto sveglio e spero (commento personale) che possa diventare un maestro.
I suoi cibi preferiti sono ugali (per l’energia), pesce (per la struttura corporea) e banane (perché protettive). I commenti tra parentesi sono le motivazioni da lui stesso date. Gli piace il ballo doping-dancing stile Michael Jackson.

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Malindi-Muyeye 13 luglio 2010

Prima che aprisse LeaMwana, Carolyn arrivò nella famiglia di Agnes e Christopher; aveva solo 7 anni. Perse il padre per un incidente d’auto che era molto piccola; sua madre essendo molto giovane e con un altro figlio non poteva occuparsi di lei e quindi la diede alle cure di Agnes e suo marito. Nel frattempo suo fratel…lo morì per malattia e sua madre incominciò a bere e le cose andarono peggiorando così che Carolyn restò al LeaMwana (che nel frattempo avevano aperto la struttura). Sfortunatamente questa settimana sua madre è morta per malattia. Così Carolyn ora è sola completamente. E’ una bella ragazza di 13 anni è responsabile con gli altri bambini più piccoli, ama studiare ed ovviamente è una brava scolara tanto che vorrebbe diventare un dottore per aiutare gli altri.
A febbraio 2011 andrà al liceo, una scuola più cara rispetto alle medie, il costo annuo per la retta della scuola sarà di 500€. Più persone e famiglie potrebbero diventare insieme sponsor per i suoi studi, donando 100€ a famiglia per un anno.

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Malindi 7 luglio 2010 ore 21.20 ora locale (Italia -1 ora per via dell’ora solare)
LeaMwana Agnes prima dell'incidente
Nell’ufficio di Cristopher guardavo la foto di Agnes ha la mia età o forse un anno di più. Ha gli occhi profondi e dolci, è sua moglie. Hanno tre figlie, una di 15 ed una di 12anni molto diverse fra loro entrambe però molto educate e responsabili, poi c’e l’ultima di soli 3 anni, Zanella. In assoluto la più buffa e allegra di tutte, canta e balla tutto il giorno e poi parla in una lingua tutta sua che solo i suoi parenti, ovviamente, riescono a comprendere. Ha un carattere forte e un po’ ribelle se si mette in testa qualcosa niente e nessuno la fa desistere. Negli anni passati, piccolissima era portata sulle spalle a turno dalle bambine dell’orfanotrofio e veniva accudita da tutti loro come una sorella minore. Spesso, per non dire sempre, lei era presente, nelle nostre gite con i bambini. Anche le altre due figlie di Agnes e Christopher fanno parte del gruppo, sono sempre insieme a tutti i bambini e i ragazzi del LeaMwana.
Spesso rimangono da sole a controllare i loro “fratelli”e nel passato mi chiedevo osservandole,chi fosse la loro madre. Le bambine erano appunto frequenze fisse al LeaMwana e se arrivavo senza avvisare, una correva a casa lì vicino a chiamare il padre, il quale, spesso sempre e solo lui, arrivava con Zanella sulle spalle. Conoscendo Christopher, pur riconoscendogli carattere e uno spirito di organizzazione eccezionale non me lo vedevo ad educarle da solo, mi chiedevo chi e dove fosse la moglie e senza voler entrare troppo nel suo privato gli chiedevo semplicemente in generale della famiglia e lui sempre sorridente mi rispondeva “bene, bene sono a casa”. Ero curiosa di sapere come facesse questo uomo da solo ad organizzarsi con 3 figlie ed altri 35 bambini da accudire. Sapevo che la moglie lavorava nel campo dell’educazione, perché 3anni prima mi aveva detto che appunto lavorava part time in un asilo e quindi me la ero sempre immaginata presa con altri bambini da un’altra parte. In questi anni quindi LeaMwana era per me rappresentato da Christopher e basta. Qualche tempo fa, arrivando al LeaMwana, dopo una delle nostre gite, entrando lentamente nel piccolo cortile sabbioso, noto una signora seduta su di una sedia, ha una postura strana un po’ rigida, indossa uno scialle arancione sulla testa, penso che sia tipico di certe musulmane che si coprono solo la testa, intravedo in lei un sorriso e Amani, uno dei piccoli che sponsorizziamo, sussurra “ecco la signora”. Questa signora un po’ con fatica si alza dalla sedia e mi si avvicina lentamente, noto subito che c’è qualcosa che non va nel suo viso, le braccia e le mani hanno una postura strana. Realizzo in un attimo che ha vistose bruciature in faccia e sugli arti. La signora è ustionata, vecchie ustioni, oramai cicatrici che la legano nei movimenti e la rendono rigida nella postura.
Mi viene incontro e mi chiede se sono Gaia, rimango un po’ interdetta, Amani al mio fianco risponde per me, e lei mi butta le braccia al collo, mi tira a sé e mi stringe in un abbraccio. Sento le sue braccia piegate rigidamente in un’angolatura strana, io sono più rigida di lei, dalla sorpresa, non capisco cosa stia succedendo e chi essa sia. Ma lei senza capire i miei pensieri comincia a parlare e mi dice che mi ringrazia che i bambini parlano sempre di me, che Christopher gli parla da anni di Paolo e Gaia e che finalmente ci può vedere. Dopo pochi minuti capisce che io la guardo con un grande punto interrogativo dipinto sulla faccia e allora mi chiede: “ma sai chi sono io?” la guardo, mi sforzo di capire, mi sembra un viso noto, lo sguardo mi dice qualcosa ma sono certa di non averla mai conosciuta e poi di botto mi risponde con un largo sorriso che mette in mostra ancora di più le cicatrici che le incorniciano la parte bassa dal viso e mi dice. “sono Agnes la moglie di Christopher!”.
Non riesco a capire, la guardo e non riconosco la donna di appena 35-36 anni che dovrebbe essere, non corrisponde all’idea di donna che avevo, che guardavo nella foto nell’ufficio di Chris. Riesco a dissimulare il mio sgomento, faccio la svampita e comincio a parlare in generale dei bambini, con una scusa mi allontano e mi trascino via con me Amani, girato l’angolo lo blocco e lo riempio di domande su di lei, lui, sulle bruciature, su tutto. Amani con voce bassa e incerta risponde a tutto ma le sue risposte non sono abbastanza approfondite per me quindi lo liquido ringraziandolo. Torno indietro nel cortile e leggo nella faccia di Paolo rimasto da solo in piedi sotto il portico, le stesse mie domande, che intanto guarda interrogativo, il nostro guidatore di tuc-tuc che parla fitto fitto con Agnes e si abbracciano e lui sembra commosso e felice. Mi avvicino al gruppetto e chiedendo scusa, saluto Agnes promettendole di rivederci presto e ce ne andiamo verso il tuc tuc per tornare a casa.
Appena pochi metri dopo il LeaMwana sia io che Paolo ci proiettiamo in avanti verso la grata che ci separa dall’autista e lo tempestiamo di domande e così dopo anni di “buchi”, e di nostra inconsapevolezza, la storia di Agnes riaffiora dalle parole e dai ricordi di Mohamed il guidatore di tuc tuc.
Agnes, due anni e mezzo prima era a casa con la piccola Zanella che aveva pochi mesi, era stanca ma era ancora bellissima dopo la terza gravidanza che l’aveva un po’ affaticata e tenuta lontana dai suoi bambini dell’orfanotrofio che gestiva insieme a suo marito. Quella domenica aveva passato la mattina al LeaMwana con i bambini e vedendo rientrare Cristopher dopo una partita di calcio mentre lui stava facendo una doccia, voleva riscaldargli il pasto. Questo è l’ultimo ricordo di Agnes.
E’ quello che racconta a tutti in questi giorni che è ritornata a stare al LeaMwana. Poi più nulla e si risveglia in ospedale, con la parte alta del corpo, braccia comprese trasformate in dolorosissime profonde piaghe date dalle vampate di fuoco che l’hanno avvolta nella frazione di qualche secondo mentre scaldava su di un braciere il pranzo del marito.
Di quella foto dove si vede una donna affascinante con un bellissimo viso, guardandola oggi non rimane quasi più nulla, ma i suoi occhi forti, dolci e profondi sono ancora lì a testimoniare che la persona che era e che è ancora dentro esiste, forte e determinata a riprendersi la sua vita e i “suoi” bambini.
Se Cristopher era già per noi un mito prima, sapendo ora, che per anni non si è mai lamentato, mai sfogato di quello che aveva colpito lui e la sua famiglia, vedendo poi come ha continuato imperterrito ad occuparsi dei bambini e della sua famiglia, aumenta la stima per lui. Avendo conosciuto anche Agnes e la sua storia l’ammirazione per entrambi è alle stelle e questo ci serve e ci è servito per crescere e per gestire nostre situazioni e piccole sventure con ancora più coraggio e perseveranza.
Agnes tornerà nei miei post perché è uno spunto di vita eccezionale, che dovrebbe essere d’esempio per molti che si lamentano per meno, molto meno.

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I bambini del LeaMwana-Children of LeaMwana

Costruire con la tecnica delle balle di Paglia-Building with the strawbales technique

Perché usare le balle di paglia?

Per diversi, tanti motivi che qui di seguito elencherò, ma solo dopo una breve introduzione sull’origine di questo metodo.

Costruire con le balle di paglia è una tecnica nuova, anche se antica che risale ai pionieri di fine novecento in America, i quali, sprovvisti di legname, mattoni e cemento, dovettero adattarsi a costruire i muri delle case con le balle di paglia.
Si accorsero ben presto che queste case isolavano dal freddo, dal caldo e anche dal rumore. Man mano nei secoli la tecnica è stata migliorata, regalando case solide e durevoli. Difatti dopo diverse generazioni, esistono ancora case, costruite con questa tecnica perfettamente funzionanti ed abitate.
Le domande ed i dubbi possono essere mille per chi legge la prima volta sull’utilizzo di questo materiale, ma per ogni domanda o dubbio, esiste una risposta e non solo teorica ma concreta e visibile nelle molte case costruite con questa tecnica in ogni parte del mondo.
Le case, erette correttamente, possono durare per secoli, certamente serve una buona ed ordinaria manutenzione come ovviamente vale per ogni tipo di costruzione!
Le forme da dare a queste case possono essere molteplici. Case dall’aspetto fiabesco come quelle irlandesi o scozzesi, con i tetti di paglia, o quelle in stile britannico con i muri bianchi attraversate dalle travi di legno scuro con il tetto in tegole grigie, fino ad arrivare a forme tonde, bombate, fantasiose con dei giardini sui tetti, o ancora dal gusto etnico con tetti bassi e piatti, oppure ancora in stile molto asciutto dai tetti spioventi ed alti tipicamente nordici o ancora dall’aspetto tradizionale mediterraneo, insomma anche dall’aspetto classico.

Leamwana e il nuovo orfanotrofio-The new Orphanage LeaMwana

Costruire ecologico-Ecologic building

Nel dettaglio, il perché usare le balle di paglia?

RISPARMIO
Il grano esiste in abbondanza in quasi ogni paese e parte del mondo. Da Nord a sud, da est a ovest della terra, si possono trovare campi di grano e dopo la mietitura rimangono sui campi le balle di paglia. Queste sono, di fatto un materiale di scarto e solitamente vengono usate per le stalle, in generale per gli animali e quindi hanno un prezzo molto basso. – Le balle di paglia ci sono in abbondanza e costano poco.
Il rivestimento dei muri con le balle di paglia, è una mistura di calce spenta, argilla, sabbia e paglia, che stesi in diversi strati rendono le case fresche d’estate e calde d’inverno. – Le case con le balle di paglia sono economiche, perchè significa risparmiare anche per il riscaldamento e il raffreddamento delle abitazioni.

SICUREZZA
Gli spessi muri di queste case regalano silenzio ed un ambiente ovattato. Grazie all’utilizzo di materiali naturali, visto che non si utilizzano, né vernici, né sostanze chimiche e tossiche per la salute, i muri respirano, rendendo l’aria sana e anti-allergica. – In queste case quindi non si annida umidità e aria malsana, sono più sane delle case tradizionali.
Le balle di paglia, rivestite opportunamente con la mistura di calce e argilla, resistono agli incendi più a lungo che le normali case in cemento; questo non viene detto “tanto per dire” dagli ingegneri e architetti che si occupano di edilizia in paglia in tutto il mondo ma è dimostrabile dagli esperimenti e test del fuoco, realizzati un po’ ovunque in Europa, i quali sono ufficiali e visibili con certificazioni e filmati. – Le balle di paglia, quindi sono sicure anche contro gli incendi.

ECOLOGIA
Le balle di paglia e tutti i materiali utilizzati per completarla sono naturali e non inquinanti. Se demolite, queste case non deturpano irrimediabilmente la Terra con gli scarti, tutto torna alla natura, tutto è smaltibile e nulla rimane ad inquinare dopo il nostro passaggio. – Le balle di paglia quindi sono eco-friendly.
Queste case sono solide ma leggere e ci si può permettere di costruirle su fondamenta differenti, utilizzando per esempio, al posto dei pilastri in cemento, dei copertoni di camion e gomme d’auto esausti. Questi materiali, insieme alla ghiaia, oltre ad essere riciclati ed economici, grazie anche alla leggerezza degli edifici, creano fondamenta elastiche e quindi case antisismiche. – Le balle di paglia e le fondamenta di copertoni esausti regalano case sane, ecologiche e sicure anche contro i terremoti.

ECONOMIA
Imparare a costruire queste case è più facile e rapido di quanto si creda, o possa pensare. Si possono seguire dei corsi in campo d’opera, ovvero in un cantiere per una casa, per la quale si organizzano dei gruppi di lavoro. Si va fisicamente a costruire, con le proprie mani una parte di un edificio, in giro per l’Italia o per il mondo ed esistono molti corsi ed esempi, già realizzati con enorme successo. I corsi possono durare da pochi giorni, per avere un primo approccio, oppure prolungarsi fino al completamento di una stanza, fino al tetto. Persone comuni, senza alcuna esperienza possono imparare a costruirsi da sé la propria abitazione e con l’aiuto di volontari ed amici si possono vedere i risultati per la propria casa dopo soli pochi giorni. Costruire questo tipo di casa è quindi possibile con l’auto-costruzione e con l’utilizzo minore di mano d’opera. – Questa tecnica permette quindi di economizzare su costi altrimenti molto elevati, perché affidati unicamente ad altri.

SOCIALMENTE SOSTENIBILE
Portare questa tecnica in Africa, per ora in Kenya, significherebbe tantissimo per diverse ragioni. Prima di tutto, grazie al materiale usato, ovvero la balla di paglia, essendo questa leggera, significa poter coinvolgere anche le donne, le quali possono partecipare per la gran parte della costruzione. In un paese come l’Africa, dove le donne sono in forte numero ma spesso senza un vero lavoro, significa poter dare forza e soprattutto know-how anche a loro. Perfino gli anziani e i bambini possono partecipare in alcuni dei passaggi, come per esempio l’intonacatura e l’eventuale decorazione dei muri e dei pavimenti. Le famiglie allargate e le ampie comunità locali potrebbero unirsi quindi per costruire insieme i propri villaggi. – Con questa tecnica potrebbero avere case migliori, perché solide, sane, durature, con un impatto ecologico minimo ed ovviamente con dei costi per i materiali bassissimi e di mano d’opera esperta pari a zero.

Ecco svelati i perché!

Per tutte queste ragioni, mio marito, la mia famiglia ed io, come singoli individui, senza alcuna ong o onlus alle spalle, con la sola collaborazione dell’associazione La Boa e dell’associazione EDILPAGLIA Italia, nella persona del suo presidente Stefano Soldati, inizieremo ad agosto il primo corso sul cantiere per il nuovo edificio dell’orfanotrofio, LeaMwana a Malindi, Kenya, il quale è interamente gestito ed amministrato da persone locali da oltre 4 anni.

Questo progetto dell’orfanotrofio LeaMwana, costruito con le Balle di Paglia, potrà essere il primo esempio, di una lunga serie, perché i diversi gruppi di volontari e corsisti, che verranno da Europa, Italia e soprattutto volontari del posto, dimostreranno che è possibile, tutti insieme imparare a costruire case, con un materiale povero, economico ma ecologico, grazie ad una tecnica valida ed utile soprattutto per la comunità locale.

Risultati ottenuti e da ottenere:

Ad oggi siamo riusciti a raggruppare 15 volontari kenyoti, i quali doneranno 15 giorni del loro tempo, rinunciando a lavorare, quindi a guadagnare e questo è uno sforzo enorme ed ammirevole per la realtà qui del posto. Queste persone, insieme ai corsisti impareranno a costruire le fondamenta, con i pneumatici ed una stanza 6 metri per 6, dal pavimento al tetto.

Il lavoro è ancora tanto da fare, i materiali si stanno recuperando, soprattutto abbiamo finalmente trovato nel nord del Kenya, a Navaisha ed Eldoret, diverse fattorie disposte a venderci a prezzi bassi le balle di paglia.
Il direttore dell’orfanotrofio sta cercando donazioni ed offerte da parte dei locali e soprattutto altri volontari per poter proseguire, successivamente ai corsi, l’ultimazione dell’orfanotrofio. Si sta insomma cercando di fare tutto con i fondi dell’orfanotrofio, piccole nostre donazioni e offerte locali.

Serviranno in ogni caso degli aiuti economici per sponsorizzare il trasporto delle balle di paglia, dal nord alla costa che sarà l’unica voce un po’ più costosa nel bilancio dei materiali.

Contiamo di trovare degli sponsor, magari attinenti al progetto eco-sostenibile che vogliano supportare oltre che l’ultimazione di questa struttura, l’inizio di altre strutture utili per la comunità.
Con lo sviluppo di questi corsi per questa tecnica, si potranno infatti creare, oltre a tutti i vantaggi sopra elencati, anche nuove identità di occupazione, ovvero nuovi lavori!

Questi quindi sono i molti motivi per i quali sto promuovendo la tecnica delle balle di paglia e confido in chi legge che capisca e che ci aiuti a diffondere questo nostro progetto e chissà, magari ci aiuti anche diventando uno dei tanti piccoli sponsor che stiamo già raccogliendo.

Per ulteriori informazioni e approfondimenti :
libro “Costruire con le balle di paglia” di Barbara Jones
siti web: http://www.laboa.org e http://www.edilpaglia.it

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