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Archive for the ‘Il cuore’ Category

Malindi 29 agosto 2010

Questi ultimi mesi sono passati così velocemente ed intensamente che a volte mi chiedo se vivo qui da sempre.
Mi fa ritornare alla realtà il fatto che ho i miei amici storici lontani, che non li sento spesso come prima e che soprattutto non organizzo cene e grigliate da noi con tutti loro.
Mi mancano nei pochi momenti vuoti che ho, dove cerco di godermi la pace e la quiete mi accorgo che mi mancano. Ma è stata una scelta la mia, la nostra, quella di sorvolare un continente, abbandonare la nostra terra e abbracciare una nuova vita e calpestare una terra diversa. Una nuova avventura. Sapevamo i rischi e più o meno abbiamo calcolato le pecche che per ora tolleriamo, certo è che quando vuoi bene a qualcuno fai fatica ad abituarti alla loro mancanza e questa è la pecca peggiore, sembra a volte una punizione.
Ma la vita è strana e bella anche per quello che ti può togliere, e sto capendo da tempo che a volte toglie, perché poi deve dare qualcosa che ancora non si sa e non si immagina ma qualcosa arriva, sempre anche un insegnamento che vale molto di più del tolto..
L’ho imparato presto e da tempo lo so e di questa consapevolezza, quando ero piccola me ne facevo a volte un cruccio, a volte una speranza.
Quando mio padre è morto all’improvviso e siamo finite, mia madre ed io nel tipico precipizio economico con poche speranze per una donna di 50anni senza lavoro e senza un solo risparmio, con una bambina di 9 anni, ho imparato che ci sono persone che inaspettatamente ti aiutano anche con poco, per loro ma che in realtà è tanto per te.
Quanti pomeriggi ho passato, ospite delle mie compagne di classe, che prima che io diventassi il caso umano della scuola, nemmeno mi calcolavano? Tante di loro, lo sapevo, avrebbero preferito altre compagne di giochi ma alla fine è nata un’amicizia, anche se forzatamente prima e anche se poi durante la crescita ci siamo perse, dopo con piacere ci siamo ritrovate e riscelte e ora siamo legate da un bel legame che è ancora più prezioso.
Quante cene calde ho avuto prima di affrontare ore di viaggio per tornare in una casa che era troppo lontana dalla città e dalla scuola ma che era l’unica che avevamo avuto gratis da amici. A loro sembrava di fare poco dandoci una ex-portineria per casa ma per noi alla fine era tantissimo e per le mamme delle mie amiche era quasi nulla darmi da mangiare, in realtà era enorme l’aiuto che stavano dando a me e a mia madre.
Quando ci stavamo risollevando, poco dopo il lutto e il dissesto economico, abbiamo perso tutto nuovamente, per colpa di un incendio doloso del nostro vicino e siamo finite a vivere in una topaia di albergo. Era pur sempre un appoggio, il quale ci ha permesso di avere una stanza calda e un bagno e lì in quei momenti ho anche imparato che i vestiti che avevo donato io, attraverso la scuola anni prima ai poveri, con un gesto banale e neppure consapevole, ora, attraverso lo stesso gesto di altre persone come me in precedenza, era indispensabile per aiutare me e a mia madre per coprirci da un inverno pesante e dall’impossibilità di comprarci qualcosa.
Ancora tempo dopo, quando da quella casa oramai inagibile per l’incendio, siamo finite a vivere a Milano in una casa a ringhiera, dentro una soffitta per casa, non era coibentata e per le molte perdite nel tetto, ci faceva morire di caldo d’estate e di freddo ed umidità di inverno. Ma ho imparato che ero, nonostante questi problemi, molto fortunata. Intanto non ero più così distante dalle mie amiche e da scuola e nonostante i difetti della casa, valendo questa poco, costava anche poco, quindi mia madre poteva pagare l’affitto e questo era già tanto per me. Grazie anche a questa soffitta ho imparato, dipingendola, sistemandola e riadattandola, facendola diventare quasi una vera casa ad usare le mani e la creatività soprattutto di tipo economico e che ora tanto ringrazio!
Quando solo poco tempo dopo, un nostro vicino di casa che soffriva da tempo di disturbi mentali, ha cercato di uccidermi, tentando di accoltellarmi prima e di gettarmi poi dal primo piano della casa a ringhiera nella quale vivevamo, ho imparato che la mia voglia di vivere era più forte della mia depressione e che la mia forza di sopravvivenza era più energica di un uomo 3 volte più grande di me con tanta voglia di spaccare il mondo e le persone. E l’ ho imparato ed ho avuto conferma che ci sono persone splendide che non hanno esitato un attimo per salvarmi, poliziotti e vicini di casa, persone semplici che senza pensare troppo alla loro incolumità mi hanno strappato a morte certa.
Ritornando al primo episodio nella mia vita, la morte di mio padre che ha rotto un falso perfetto equilibrio di una bambina di soli 9 anni in una famiglia apparentemente normale, mi ha insegnato tanto e posso dire in positivo. Tornando infatti a quel momento, posso dire che mio padre è morto all’improvviso per noi ma in verità non per colpa di una malattia scoperta improvvisamente o per un incidente ma perché all’improvviso ha deciso di palesare un suo malessere che nessuno vedeva o voleva vedere da anni, forse decenni, decenni di solitudine. Ha preso la pistola di suo padre, ha cercato un posto isolato sotto un ponte vicino a casa e ha deciso di portarsela alla tempia e sparare un colpo.
Ci ha lasciati così, con un vuoto lacerante, molti dubbi, inutili innumerevoli domande senza risposte e un troppo sintetico biglietto con spiegazioni troppo semplici per accettare una morte di un essere vivente, di un sensibile uomo, di un dolce padre.
Mio padre era morto dentro da tempo ma nessuno se ne era accorto, viveva una vita non sua con una forza che non era forza propulsiva ma solo di inerzia.
Dopo la sua morte e per la sua morte la mia vita è stata una continua lotta, dove le discese sono state rapide e dolorose e le salite lente e altrettanto dolorose ma ora ho imparato che quando arrivo in cima è perché l’ho voluto io e solo io. Ho imparato che non importa che lavoro si faccia, che compiti si svolgano, ho imparato a sopravvivere a tante situazioni pesanti e spesso anche tutte contemporaneamente. Ho imparato quanto una vita sia importante ma soprattutto che “Come si vive una vita”, ha un’importanza enorme. Ho imparato tanto dalla mia vita, per questo non voglio smettere di farlo, non voglio fermarmi davanti a nulla, non voglio avere paura di niente e soprattutto non voglio smettere di pensare che qualcosa sia impossibile da raggiungere. Io ne ho avuto dimostrazione, anche ora mentre ho affrontato mille problemi per costruire un primo pezzo di un orfanotrofio in kenya, fra mille problemi, ostacoli, e impedimenti ce la sto facendo.
Mi ha tolto tanta energia farlo ma mi ha regalato tanta esperienza e soprattutto mi ha regalato persone splendide che si sono dannate per dare un aiuto a me e a i bambini. E’ stata dura ma alla fine mi ha dato il regalo più bello, scoprire l’umanità di certe persone.
La vita toglie, perché deve dare qualcos’altro. A me ha tolto tanto ma ho avuto tantissimo indietro ed ogni giorno lo scopro con piacere, gioia e commozione.
Non ho rimpianti, ma un solo rimorso : che mio padre non sia qui a vedere come io sia diventata nel bene e nel male e come sia bella la vita nel bene e nel male ma senza il suo gesto, forse io non sarei qui. Quindi ringrazio la vita, perché ho imparato e sto imparando ma dico anche: Grazie Papà.

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Malindi 7 luglio 2010 ore 21.20 ora locale (Italia -1 ora per via dell’ora solare)
LeaMwana Agnes prima dell'incidente
Nell’ufficio di Cristopher guardavo la foto di Agnes ha la mia età o forse un anno di più. Ha gli occhi profondi e dolci, è sua moglie. Hanno tre figlie, una di 15 ed una di 12anni molto diverse fra loro entrambe però molto educate e responsabili, poi c’e l’ultima di soli 3 anni, Zanella. In assoluto la più buffa e allegra di tutte, canta e balla tutto il giorno e poi parla in una lingua tutta sua che solo i suoi parenti, ovviamente, riescono a comprendere. Ha un carattere forte e un po’ ribelle se si mette in testa qualcosa niente e nessuno la fa desistere. Negli anni passati, piccolissima era portata sulle spalle a turno dalle bambine dell’orfanotrofio e veniva accudita da tutti loro come una sorella minore. Spesso, per non dire sempre, lei era presente, nelle nostre gite con i bambini. Anche le altre due figlie di Agnes e Christopher fanno parte del gruppo, sono sempre insieme a tutti i bambini e i ragazzi del LeaMwana.
Spesso rimangono da sole a controllare i loro “fratelli”e nel passato mi chiedevo osservandole,chi fosse la loro madre. Le bambine erano appunto frequenze fisse al LeaMwana e se arrivavo senza avvisare, una correva a casa lì vicino a chiamare il padre, il quale, spesso sempre e solo lui, arrivava con Zanella sulle spalle. Conoscendo Christopher, pur riconoscendogli carattere e uno spirito di organizzazione eccezionale non me lo vedevo ad educarle da solo, mi chiedevo chi e dove fosse la moglie e senza voler entrare troppo nel suo privato gli chiedevo semplicemente in generale della famiglia e lui sempre sorridente mi rispondeva “bene, bene sono a casa”. Ero curiosa di sapere come facesse questo uomo da solo ad organizzarsi con 3 figlie ed altri 35 bambini da accudire. Sapevo che la moglie lavorava nel campo dell’educazione, perché 3anni prima mi aveva detto che appunto lavorava part time in un asilo e quindi me la ero sempre immaginata presa con altri bambini da un’altra parte. In questi anni quindi LeaMwana era per me rappresentato da Christopher e basta. Qualche tempo fa, arrivando al LeaMwana, dopo una delle nostre gite, entrando lentamente nel piccolo cortile sabbioso, noto una signora seduta su di una sedia, ha una postura strana un po’ rigida, indossa uno scialle arancione sulla testa, penso che sia tipico di certe musulmane che si coprono solo la testa, intravedo in lei un sorriso e Amani, uno dei piccoli che sponsorizziamo, sussurra “ecco la signora”. Questa signora un po’ con fatica si alza dalla sedia e mi si avvicina lentamente, noto subito che c’è qualcosa che non va nel suo viso, le braccia e le mani hanno una postura strana. Realizzo in un attimo che ha vistose bruciature in faccia e sugli arti. La signora è ustionata, vecchie ustioni, oramai cicatrici che la legano nei movimenti e la rendono rigida nella postura.
Mi viene incontro e mi chiede se sono Gaia, rimango un po’ interdetta, Amani al mio fianco risponde per me, e lei mi butta le braccia al collo, mi tira a sé e mi stringe in un abbraccio. Sento le sue braccia piegate rigidamente in un’angolatura strana, io sono più rigida di lei, dalla sorpresa, non capisco cosa stia succedendo e chi essa sia. Ma lei senza capire i miei pensieri comincia a parlare e mi dice che mi ringrazia che i bambini parlano sempre di me, che Christopher gli parla da anni di Paolo e Gaia e che finalmente ci può vedere. Dopo pochi minuti capisce che io la guardo con un grande punto interrogativo dipinto sulla faccia e allora mi chiede: “ma sai chi sono io?” la guardo, mi sforzo di capire, mi sembra un viso noto, lo sguardo mi dice qualcosa ma sono certa di non averla mai conosciuta e poi di botto mi risponde con un largo sorriso che mette in mostra ancora di più le cicatrici che le incorniciano la parte bassa dal viso e mi dice. “sono Agnes la moglie di Christopher!”.
Non riesco a capire, la guardo e non riconosco la donna di appena 35-36 anni che dovrebbe essere, non corrisponde all’idea di donna che avevo, che guardavo nella foto nell’ufficio di Chris. Riesco a dissimulare il mio sgomento, faccio la svampita e comincio a parlare in generale dei bambini, con una scusa mi allontano e mi trascino via con me Amani, girato l’angolo lo blocco e lo riempio di domande su di lei, lui, sulle bruciature, su tutto. Amani con voce bassa e incerta risponde a tutto ma le sue risposte non sono abbastanza approfondite per me quindi lo liquido ringraziandolo. Torno indietro nel cortile e leggo nella faccia di Paolo rimasto da solo in piedi sotto il portico, le stesse mie domande, che intanto guarda interrogativo, il nostro guidatore di tuc-tuc che parla fitto fitto con Agnes e si abbracciano e lui sembra commosso e felice. Mi avvicino al gruppetto e chiedendo scusa, saluto Agnes promettendole di rivederci presto e ce ne andiamo verso il tuc tuc per tornare a casa.
Appena pochi metri dopo il LeaMwana sia io che Paolo ci proiettiamo in avanti verso la grata che ci separa dall’autista e lo tempestiamo di domande e così dopo anni di “buchi”, e di nostra inconsapevolezza, la storia di Agnes riaffiora dalle parole e dai ricordi di Mohamed il guidatore di tuc tuc.
Agnes, due anni e mezzo prima era a casa con la piccola Zanella che aveva pochi mesi, era stanca ma era ancora bellissima dopo la terza gravidanza che l’aveva un po’ affaticata e tenuta lontana dai suoi bambini dell’orfanotrofio che gestiva insieme a suo marito. Quella domenica aveva passato la mattina al LeaMwana con i bambini e vedendo rientrare Cristopher dopo una partita di calcio mentre lui stava facendo una doccia, voleva riscaldargli il pasto. Questo è l’ultimo ricordo di Agnes.
E’ quello che racconta a tutti in questi giorni che è ritornata a stare al LeaMwana. Poi più nulla e si risveglia in ospedale, con la parte alta del corpo, braccia comprese trasformate in dolorosissime profonde piaghe date dalle vampate di fuoco che l’hanno avvolta nella frazione di qualche secondo mentre scaldava su di un braciere il pranzo del marito.
Di quella foto dove si vede una donna affascinante con un bellissimo viso, guardandola oggi non rimane quasi più nulla, ma i suoi occhi forti, dolci e profondi sono ancora lì a testimoniare che la persona che era e che è ancora dentro esiste, forte e determinata a riprendersi la sua vita e i “suoi” bambini.
Se Cristopher era già per noi un mito prima, sapendo ora, che per anni non si è mai lamentato, mai sfogato di quello che aveva colpito lui e la sua famiglia, vedendo poi come ha continuato imperterrito ad occuparsi dei bambini e della sua famiglia, aumenta la stima per lui. Avendo conosciuto anche Agnes e la sua storia l’ammirazione per entrambi è alle stelle e questo ci serve e ci è servito per crescere e per gestire nostre situazioni e piccole sventure con ancora più coraggio e perseveranza.
Agnes tornerà nei miei post perché è uno spunto di vita eccezionale, che dovrebbe essere d’esempio per molti che si lamentano per meno, molto meno.

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Malindi 24 giugno 2010 ore 23.49 ora locale (Italia -1 ora per via dell’ora solare)

Radice di un albero secolare a Gede

Di carattere ad una prima occhiata, posso sembrare morbida e dolce, perché ho forme burrose e abbondanti, ho spesso il sorriso in faccia e gli occhi empatici e forse in parte è vero. In realtà però ho una pellaccia, sono coriacea, scontrosa per quanto posso essere diretta nel dire ciò che penso e quello che non mi piace. Per le cose importanti della vita, sui valori, sui principi profondi, non scendo a compromessi, mai o forse è bene dire quasi mai, ma accetto e spesso solo a metà unicamente quelli utili a qualcosa di positivo o se si rischia la vita. Non accetto quelli che non fanno che accorciare le strade, solo per risparmiare fatica e che al tempo stesso danneggiano la morale, l’etica mia e della comunità. Soprattutto non accetto compromessi che mi vengono imposti da altri, di solito me li cerco io e mai e dico mai cadono nell’illegalità. Quindi con me non si deve parlare di corruzione, di chiudere un occhio davanti alla pedofilia, alla violenza su donne, bambini e animali, di non pagare le tasse, soprattutto in un paese come questo che sono davvero fattibili.
Posso essere dura, molto dura col sorriso largo posso dire cose terribili e dare del cretino o del disonesto senza mai pronunciare queste parole. Non ho paura di dire quello che penso e a volte decido di non palesarmi solo perché capisco che non servirebbe a nulla e semplicemente prendo la decisione di tagliare fuori una persona o un business senza nemmeno dare spiegazioni.
Insomma non è facile con una persona come me cercare vie traverse. Sto cercando di farlo capire a questi quattro sgarruppati di italiani che hanno paura della propria ombra e agli altri 4 lestofanti che provano a farti scendere al loro livello, da ambo le parti facendoti pagare la corruzione.
Ma non capiscono che bisogna avere più palle a rimanere sulla retta via piuttosto che scendere a quei certi compromessi che loro non sanno  nemmeno più di poter rifiutare, anziché incentivarli.
Non capiscono che bisogna essere più tosti a rimanere puliti che a diventare delinquenti da cui guardarsi le spalle. Non capiscono che bisogna avere più paura ad essere corrotti e corruttori come loro, piuttosto che onesti come noi.
Io non ho paura quasi di nulla, non ho paura di fare fatica, non ho paura di sbagliare, non ho paura di tentare mille volte la stessa strada. Una che come me ne ha passate tante non ha paura di attendere per vedere un progetto completarsi. Quando uno vede la morte violenta in faccia, la respira a pieni polmoni, la tocca con tutta se stessa, la combatte con tenacia e slancio e ne esce praticamente illesa, capisce, se non impazzisce dalla paura e non si fa traumatizzare, che si può essere praticamente tutto nella vita, si può ottenere con tenacia qualsiasi cosa ci si metta in testa di essere e avere.
Si comprende che si è protagonisti della propria vita e non pallide comparse, dirette da altri.
Ho respirato troppa depressione nella vita e morte per replicare gli errori degli altri nella mia di vita, non spreco la mia possibilità di vivere pienamente per stupide ed infondate paure. So cosa significa morire e so cosa significa vivere, lo so sulla mia pelle e capisco molto bene la differenza. Per questo è difficile, se non impossibile farmi piegare.
Anche per questo l’altro giorno, nella frazione di qualche secondo, sapevo cosa dire e fare, quando mi hanno confermato in ospedale che al collo avevo un piccolo tumore di quasi sicura forma benigna, non ho tentennato: “tagliare-via-inutile ascoltare ancora % di rischi e di riassorbimenti e di esami pre-operatori istologici-via-lo facciamo dopo, solo per sicurezza”, tanto lo sapevo e lo so che sarà negativo che non è nulla, perché la vita mi ha destinato ad un percorso ancora lungo o per lo meno devo ancora risolvere delle cose e devo combattere delle battaglie, come tante ne ho fatte, perse e vinte ma ne devo ancora vincere e sono una che vuole vincere, sempre!
Alle 9 ho visto il dottore chirurgo, italiano, di Aosta, con le palle vere, laureatosi a Torino a riqualificato la sua laurea a Londra, poi è stato anche a Boston e poi non so per quale motivo è venuto qui in Kenya. Piccoletto, gambe da ex-calciatore, amante della montagna, capelli folti bianchi, occhi vispi e diretti, rapidi, dolce voce con l’inflessione torinese anche nel suo inglese, mi si riempiva il cuore di orgoglio mentre mi parlava, e sapevo che è molto stimato qui, tutti vanno da lui, le infermiere sono orgogliose di lavorare con lui e si vede. Mi parlava semplice,semplice, con tono tranquillizzante e mi diceva che non c’era motivo di spaventarsi e io ”e infatti non mi sono spaventata, ok facciamolo, subito però ho da fare oggi.”.

Così tra le 9.30 e le 11.30 ci siamo precipitati a fare altre cose urgenti in centro per le quali effettivamente eravamo venuti a Nairobi, avevo messo come seconda cosa la mia visita, sospettavo fosse qualcosa da approfondire ma non volevo darci troppa importanza e così è stato.
Giù di corsa agli uffici dell’immigrazione, spiegare a Paolo che nel frattempo dell’operazione lui doveva portarci avanti a fare altre cose e che poi subito dopo saremmo ritornati da quei furbacchioni di impiegati governativi. Così alle 11.30 di nuovo in ospedale, compilata la scheda delle familiarità di malattie, morti, allergie e intanto pensavo che della vita di mio padre, del suo passato so poco o nulla e mi viene la malinconia ma poi penso ai “nostri bambini” che non sanno nemmeno chi siano i genitori, i parenti e allora mi dico, di cosa mi lamento e mi intristisco e proseguo veloce, meccanicamente come se stessi preparandomi per un’estrazione di un dente ma se ci si pensa effettivamente può essere così.
Alle 12.10 ero già dentro in sala operatoria, perfetta, stra-organizzata, tutti efficienti, 2 infermieri ad assistere il chirurgo, al lato della sala, noto due persone, le guardo distrattamente e il chirurgo per nulla superficiale, riscontrando il mio sguardo, mi informa che ho un anestesista ed un rianimatore, che sono solo lì per ogni evenienza ma che devo stare tranquilla. Sono tranquilla. Mi sdraio, chiedo se mi spiega per filo e per segno cosa mi farà, perché ho bisogno di sapere e lui lo fa, preciso, rapido, senza scendere in macabri particolari, sembra facile, come tracciare una riga nera su un foglio bianco.
Mi preparano, gentili e leggeri tocchi di mani mi sollevano, mi coprono con una coperta calda, che finezza e gentilezza penso. Mi ricordo in un flash in passato una sala di un pronto-soccorso con il letto gelido di metallo a contatto della mia schiena nuda e io mezza pesta nell’animo e un po’ sulla faccia, nessuno che mi diceva di stare tranquilla. Ero tranquilla lo stesso, anche se quella volta avevo rischiato di morire e lo sapevo. Ma qui è diverso, è un’altra storia.
Così il dottore inizia con l’anestesia, sento un dolore lancinante ma so che passerà, respiro profondamente. Chiedo di avere uno specchio sulla luce per guardarmi ma il dottore mi dice “non si può è meglio di no, non si fa”, ok, non sa lui che io non mi impressiono a guardare ma più ad immaginare, però decido che qui comanda lui e quindi obbedisco.
I minuti passano, sento il bip-bip alle mie spalle del mio battito, ad un certo punto una mano mi solleva un polpaccio e mi mette sotto una placca fredda, capisco che è il rianimatore, intanto sentendo tutto e capendo sempre meglio l’inglese sento che sto sanguinando molto, è il mio “problema” ho il sangue molto fluido vado facilmente in emorragia, l’ho scritto sulla scheda, l’ho sottolineato e la testa gioca un brutto scherzo e comincio a pensare, e se non l’ha letto, se c’è qualche complicazione, e se quella facile riga nera da tracciare su un foglio bianco fa un buco?e se muoio!?oddio, no….il bip-bip aumenta di velocità, me ne accorgo, sono io che mi sto agitando, allora mi dico, ma no dai, hai talmente tante cose da fare là fuori che non si può….allora respiro di pancia, visualizzo subito una luce calda, soffice, morbida arancione che mi entra dentro dal naso e va fino alla pancia, respiro calma come mi ha insegnato Karen a yoga e a meditazione e il respiro si fa di nuovo lento, il bip lo conferma le mani non le sento più ma sono pesanti come tutto il resto del corpo e sono tranquilla nuovamente.
In un attimo sento dei piccoli strattonamenti e capisco che sono i punti che mi sta dando il dottore, sbircio attraverso le garze che mi ha messo sugli occhi e lo vedo chino, calmo, concentrato e sono di nuovo consapevole: un’altra battaglia vinta, piccola ma vinta, contro la mia paura che mai voglio ammettere di avere, quella di morire, senza aver fatto tutto, tutto quello che voglio fare.
Mi tolgono il telo, mi guarda da dietro gli occhialoni, se li toglie mi sorride e mi dice che mi ha dato 5 punti esterni e un po’ interni, 7 o 8 “posso vedere quello che mi ha tolto!?”, si gira e mi tiene con le pinze, sospeso sopra il mio naso il pezzetto di me impazzito. Si può provare schifo per una parte di sé?, in quel momento sì, è una parte che riconosco mia ma che non sento così piacevole. La guardo e rimango in contatto visivo per far arrivare alla pancia, dove sento le sensazioni, e capisco che era tutto lì, in un pezzetto di carne e pelle, qualcosa che dovevo buttare fuori, e poi tagliare via con decisione. Fatto. Si va avanti.
Chiedo di alzarmi e uscire dalla sala sulle mie gambe, ci tengo, gli dico e lui mi batte teneramente la mano aperta sulla testa, come si fa coi bimbi, a metà tra una pacca ed una carezza e mi dice: ”you’re a strong woman”, “yes it’s true…c’ho le palle quadre!”, si gira e scoppia a ridere di gusto.
Mi fanno sedere fuori e mentre sono lì un po’ intontita per la paura e l’anestesia e la tensione che comincia a scendere, mi passa davanti un’infermiera con in braccio un neonato, ancora sporco, silenzioso con gli occhi semi chiusi, nel passarmi davanti ci incontriamo con lo sguardo e  sono sicura mi stesse guardando. Mi sono messa a piangere, ho pensato che la vita è stupenda e questo bambino ne è la prova e lui lo scoprirà quanto dura e bella sarà la vita.
Dopo poco ero in macchina per strada di nuovo con Paolo per vincere un’altra battaglia. Di nuovo agli uffici governativi dell’immigrazione per fare il mazzo a un gruppetto di furbi di loro. Parliamo con uno di questi che vuole di sicuro la mazzetta per farci passare la pratica e io coi punti, l’anestesia che mi da un po’ di senso di intontimento e le bende mentre rigida come un baccalà lo guardo truce e gli sorrido glaciale e gli dico che io la corruzione non la pago soprattutto, perchè siamo seri e professionisti e che non tutti gli italiani sono così merde e che la maggior parte di noi è un popolo eccellente e possiamo portare lavoro e benessere e che se non ci vogliono…beh c’è la loro cugina Tanzania a fianco, andiamo da loro….e penso…muori tu prima di me brutta piccola schifezza di omuncolo, tu, tumore della società. Il sangue mi pulsa nelle vene della fronte, sto per sbottare …
Poi ripenso alle parole del nostro taxista con il quale abbiamo parlato di quello che ci stava succedendo e lui con orgoglio di Keniota offeso per la corruzione del suo paese, ci ringrazia perchè ci dice che se ce ne fossero anche solo 10 al giorno come noi, loro vincerebbero la corruzione e il suo paese sarebbe salvo, che ci ringrazia perché stiamo lottando non solo per noi ma per i diritti di tutti, “tenete duro”.
Sì, tengo duro, devo dire che se è vero che ho le palle cubiche , me lo dicevano degli amici ridendo, riscontro che qui ti ci vogliono più che in altri posti…e ti escono proprio e se si è in gamba si viene fuori con i lati migliori, come Paolo che calmo e serafico a fianco a me mi ha sostenuto sempre, su tutto, non sa ancora parlare inglese e non può interagire come vorrebbe ma ora lo comprende molto di più e quando non capisce, interrompe, chiede spiegazioni, puntualizza e la sua calma mi aiuta non si fa mai prendere dal panico e questo vuole dire tanto e anche quando si arrabbia è composto, regale, signorile e la gente qui credo si spaventi ancora di più.
Io sto cercando di imparare da lui a contenere la rabbia, le esplosioni e poi dopo questa cosa del collo, capisco che la vita è davvero un gioco e non vale la pena prendersela mai tanto seriamente per certe cose, indignarsi, lottare, ribellarsi ma sempre col giusto distacco per non farsi intaccare nel profondo.
Scendiamo giù da quel palazzone carico di speranze, corruzioni e vite misere con un tassello raggiunto in più, aspettiamo il prossimo round, siamo consapevoli di non essere ancora arrivati ma siamo fermi sulle gambe. Lui mi tiene per un braccio, mi cinge il fianco e mentre scendo le scale, mi scende anche l’adrenalina di tutta la giornata e comincio a piangere e lui, sempre calmo, mi consola, dicendo che ce la faremo, sempre, insieme ce la faremo.

Eccomi lì, dura e morbida al tempo stesso.

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Malindi 23 maggio 2010 ore 21.20 ora locale (Italia -1 ora per via dell’ora solare)

Il silenzio del cielo e la calma del mare

Barca dei pescatori a Watamu

La vita qui scorre velocemente, ti assorbe, ti risucchia come in un vortice d’ energia dove dai e ricevi con una forza che è quasi talmente forte e veloce che non riesci neppure a percepire, è nell’aria, nell’acqua, nella gente, nella luce del giorno e nell’oscurità.
I rumori sono più forti, gli odori più intensi, i minuti più lunghi e al tempo stesso tutto scorre più veloce e così anche il silenzio è più profondo.
Sto vivendo intensamente ogni nuova cosa e sto riscoprendo con passione e profondità le cose già note, perfino il gusto dell’acqua per me ora è una scoperta.
Mi sto risvegliando da un torpore, da una sorta d’anestesia che non so come mi aveva colpito e avvolto in un bozzolo da anni. Il mio corpo da tempo mi dava segnali ma non ero ancora capace di ascoltarli ma ora, qui, in questa nuova terra, con tempi e prospettive diverse mi fermo, ascolto e vedo come forse mai sono riuscita prima d’ora.
Una sensazione, più sensazioni che è difficile esprimere e complicato da spiegare a terzi, bisogna sperimentare per capire.
Ora sento i mie piedi che millimetro dopo millimetro toccano terra e compiono passi, le mie mani che stringono un oggetto, i miei capelli che sentono l’aria, la mia faccia che percepisce il vento e i miei sensi che ascoltano le sensazioni, le vibrazioni della gente, della terra. L’energia ora la sento e riesco ad ascoltarla a capire se mi fa bene o mi fa male.
Se qualcuno ora mi chiede “chi sono, cosa faccio” non so rispondere come in passato, mi sono spogliata dalle etichette, dai ruoli, dagli “abiti” nei quali dovevo necessariamente ritrovarmi e descrivermi. Mi sento solo di dire che sono libera, che sto cercando di esserlo ancora di più e che non voglio più tornare quella di prima.
Fino a poco tempo fa mi dicevo che se mi avessero detto che avrei vissuto qui e così come sto facendo non ci avrei creduto ma invece se mi ricordo com’ero, come vivevo solo un anno fa o peggio cinque anni fa, ora stento a riconoscermi.
Come facevo? Chi ero? La proiezione di qualcuno che non ero io.
Ora respiro a pieni polmoni e l’aria la sento entrare in ogni parte del mio corpo. Guardo lontano e finalmente vedo.
La vita banale di tutti i giorni, i piccoli, medi e grandi problemi li vedo per quello che davvero sono, c’è una nuova consapevolezza che si sta facendo spazio dentro di me e quei blocchi e al tempo stesso quei vuoti, si stanno via, via sciogliendo facendo spazio a un fluido che riempie morbidamente il mio essere.
Sto conoscendo una parte di me che non avevo mai conosciuto e al tempo stesso sto conoscendo mondi e persone nuove. Comprendo la mia storia, il mio passato e capisco perché ho dovuto tanto soffrire mentre ero ancora una bambina, perché ho dovuto imparare a corazzarmi così tanto, perché dovevo arrivare all’apice del dolore fisico e psicologico, perché così ora è stato più facile spogliarmi di tutto.
Le persone mi dicevano che avevo coraggio e incoscienza in questa mia, nostra scelta, penso che ce ne volessero molto di più per vivere come stavo facendo prima.
Finalmente mi sono risvegliata.

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Malindi 13 marzo 2010 ore 18.00 ora locale (Italia -2ore)

gatto-cane

Addio mio caro amico

Da ieri sera il mio fidato gatto Whisky non si trova più, si è come volatilizzato. Al rientro ieri dopo un pomeriggio passato a scuola e poi al Lea Mwana, non ho trovato il mio gattone nero che era solito aspettarmi in veranda. Ho capito subito che era strano, col buio infatti era solito rimanere o in casa oppure appunto in veranda, e se andava per scorribande lo faceva solo mentre mangiavamo fuori, poi ritornava e stava quasi tutta la notte a dormire.
In queste poche settimane qui, Whisky si era comportato come era stato solito fare nella nostra convivenza degli ultimi 12 anni, la sua vicinanza a me nonostante la libertà era il cardine del nostro rapporto uomo-gatto.
Infatti diciamo che non era un vero felino ma un gatto-cane, a richiamo arrivava di corsa, se anche aveva modo di allontanarsi non lo faceva mai abbastanza, per essere sempre pronto a tornare verso di me, anche solo per sentire lo schiocco della mie dita. Da ieri sera non c’è più.
Ho passato molte ore a cercarlo tra ieri sera e stamani presto, insieme a tutti ci siamo riuniti nella battuta dei campi vicini e delle ville qui intorno. Ho parlato con chiunque io abbia trovato sulla mia strada, ho bussato a molti cancelli, ho coinvolto anche il nostro “amico” Dankan, un nuovo fidato guidatore di tuc tuc. Ma niente il mio adorato micione pare essere sparito.
MI dicono di sperare che tornerà ma io sento che non è così…La sensazione che ho avuto da subito non è stata positiva e i miei pensieri e sogni stanotte non sono stati sereni. Ho la capacità di visualizzare cose che non esistono come se fossero vere e forse mi dico, è perché in realtà esistono davvero.
Ero così felice di vedere i miei gatti finalmente liberi di girovagare per un giardino enorme pur essendo consapevole dei rischi che correvano loro e di conseguenza io.
D’altronde essere liberi e dare la libertà comporta sempre un prezzo da pagare.
Ma la loro gioia nel vederli rotolarsi nell’erba e sostare dopo piccole baruffe tra di loro e rincorse di lucertole all’ombra delle acacie e degli ibisco valeva il prezzo per tutti noi.
Lo vedevo da giorno molto sonnacchioso e pigro ma davo la colpa al caldo, forse la responsabilità era data anche dall’età…e allora mi dico che forse, come i suoi più grandi cugini felini, ha deciso che era arrivata la sua ora ed è andato a trovarsi un posto tranquillo nella quiete di un cespuglio di bouganville, o all’ombra di baobab col solo frinire dei grilli nell’aria come ultima canzone.
Me lo immagino anche mentre nel rincorrere una lucertola si sia avventurato nel caldo sole del tramonto africano in mezzo all’erba alta oramai bruciata mentre si gode la vera libertà da felino quale lui in realtà è sempre in fondo stato. Riprendendosi così un’identità che in qualche modo io gli devo e quindi sapendo che non tornerà.
Oppure ancora si è ritrovato fuori dal cancello a lottare con un cane o un gatto o un procione e me lo vedo mentre combatte fino all’ultimo soffio e zampata come un vero combattente quale è sempre stato anche se non ha avuto la meglio.
In ogni caso sia andata, gli auguro ora di stare meglio di come sia mai stato, di essersi goduti questi momenti di vera libertà, di aver lottato fino alla fine meritandosi una gloriosa fine di gatto-cane di città, ridiventato finalmente felino libero e ribelle.
Ho pianto tutte le mie lacrime facendole mischiare sotto una doccia fredda per cercare di essere più forte ma non ci riesco, ancora ora mi rigano e mi annebbiano nella scrittura.
Addio mio caro, dolce e intenso amico che mi hai seguito in questi anni tenendomi compagnia anche nei momenti bui, dove hai visto le mie discese e risalite dai tuoi occhi gialli intensamente pieni d’amore per me.
Non ero ancora pronta per saperti lontano e per fare a meno di te, non ero ancora pronta ma in qualche modo mi stai dicendo che forse lo sono, o meglio lo dovrò essere. Caro amico addio.

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Quando muore una persona che conosci lo sgomento e l’incredulità arrivano per primi.

Poi arriva il dolore e all’improvviso sale sù dalla pancia o forse anche da più in giù e rapidamente arriva sulla faccia e sulla bocca come uno schiaffo, pesante e fulmineo. Come una frustata su un viso gelato dal freddo vento fa male, molto male mentre ti colpisce.

Il fiato s’interrompe, lo sguardo si fissa verso un orizzonte lontano come a cercare un ‘immagine, una figura che si stagli sul fondo ma che non si vedrà più.

Le parole non arrivano alla gola che si stringe come un mazzo di fiori recisi. Le voci sono troppo ovattate per percepirle nitidamente. Tutto sembra lontano e non si sentono bene nemmeno i piedi. Le mani sono intorpidite e gelide e le persone intorno si sfuocano e deformano in curve pittoriche.

Il sangue circola piano e intanto, molto lentamente scorre denso, va via dal centro verso le estremità, lasciando il cuore a pompare aria. Con molta inesorabile calma il cuore si paralizza.

E nell’anima all’improvviso è buio.

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Hell's Kitchen, Kenya

contrasti d'Africa

Perchè inspiegabilmente ed improvvisamente  questo paese si è impossessato di me. Mi è entrato nel respiro, nelle orecchie e nella mente che spesso mi porta a vedere orizzonti che di fatto non ho davanti a me, magari mentre attraverso grigie metropoli e periferie, sento il sole caldo, vedo la luce forte e morbida la tempo stesso e “sento” queste sensazioni come più reali della grigia realtà nella quale vivo.

Come in un lento risveglio da un coma prolungato, vivo di nuovo sulla mia pelle le sensazioni di quei momenti …

Tsavo est

l’infinita savana che dà calma e agitazione al tempo stesso,

quel mare turchese che mi regala la quiete nel cuore

e le immense foreste di un verde intenso ed inspiegabile,

infine i cieli d’Africa che non stanno mai zitti nè fermi.

Il famoso e tanto pubblicizzato mal d’Africa che io credevo uno spettacolare strumento di marketing ben organizzato, esiste davvero e mi ha irrimediabilmente colpito.

Scriverò del Kenya e di altri viaggi, non solo semplicemente di differenti paesi ma soprattutto di viaggi emotivi,  raccoglierò ricordi e racconti di vita,  miei e degli amici…

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