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Questo sarà il mio ultimo post su questo blog.

E’ un anno e più che non scrivo qui e ciò  è accaduto per diverse ragioni.

La mia vita in due anni si è stravolta e non solo, perché ho cambiato continente, lavoro, paesaggi, lingua e cultura intorno a me.
Le persone che io credevo essere in un modo, cambiando luogo e quindi prospettiva, si sono rivelate completamente diverse ai miei occhi, sono cambiate.
Sia le persone a me note e presenti in Kenya, sia molte di quelle lontane rimaste in Italia (che io credevo lontane col fisico ma non col cuore), si sono mano, mano, rivelate per ciò che davvero sono, attraverso pensieri ed azioni hanno dimostrato la loro vera anima.
Purtroppo devo dire che molte, la maggior parte di loro non l’hanno fatto ovviamente in un modo positivo.

Ora per molte di queste personali rivelazioni, tante delle quali rimarranno private e non da pubblicare, e per l’ambiente estremamente corrotto trovato in Kenya, ho deciso di cambiare nuovamente vita, ho deciso di non continuare più un blog che dava  un’immagine di me, che non mi appartiene più da tempo.
Gaia non è più legata al Kenya, Gaia non è più in questo blog. GaiaKenya è morta.

Infatti questo “diario sul web” lo avevo aperto tempo fa, felice di vivere una avventura che io credevo sarebbe stata dura ma comunque bellissima.
Questo spazio era qui per raccontare attraverso i miei occhi e con le mie sensazioni, agli amici ed ai conoscenti ciò che io stavo vivendo.
Ero piena d’amore per questo Kenya, tanto da legare il mio nome che in greco significa “terra” a questo paese.
Ero piena di buone idee e propositi per vivere bene nel paese, integrandomi piano, piano con le persone del posto, kenyote e straniere.
Ero piena di tanta volontà, per continuare ad aiutare i bambini di un orfanotrofio ed i loro direttori che io credevo brave persone, per andare avanti e crescere.
Ero speranzosa per un futuro nuovo e positivo in un paese che mi piaceva per molti versi.
Tutto questo in due anni si è sgretolato giorno dopo giorno.
La corruzione esplicita e sfacciata esibita alla luce del sole in ogni settore, per qualsiasi argomento e la mentalità razzista della moltitudine incontrata nel mio cammino  in Kenya mi ha fatto disinnamorare completamente.
Per tutte queste ragioni e molto di più non ho più scritto su questo blog.

Ora però, a distanza di quasi un anno, sono accadute delle cose in Kenya per le quali ho deciso di scrivere l’ultimo post.
Questo è solo ed unicamente per chiarire e spiegare alcune cose, delle quali avevo scritto in un senso positivo tempo fa. Ora essendo le mie idee e conoscenze cambiate completamente, anche alla luce di quello che è successo ultimamente, devo rettificarle, per un senso di correttezza in generale che sento dentro e nei confronti di persone di buon cuore che so hanno seguito la storia dei bambini meno fortunati in Kenya anche su questo blog.

Se vi collegate al sito internet e pagina facebook SAVEAMALJA.ORG, leggendo la storia completa che è stata pubblicata, ci sono anche degli stralci di una mia intervista, capirete meglio quel che sto per scrivere qui di seguito.
Vi prego per tanto, che siate nuovi, o vecchi lettori di questo piccolo blog di leggere quello che verrà pubblicato agli indirizzi di cui sopra.

Nel 2010 pochi mesi dopo essere giunta in Kenya per viverci e dopo quasi 4 anni di numerosi viaggi in quel paese, mentre cercavo di aiutare di più, insieme a degli amici un orfanotrofio, sono giunta ad una triste ed amara consapevolezza sulla mentalità e sullo stile di vita di molte persone in Kenya, a riguardo del fragile tema dei minori in generale e degli orfanotrofi.
Se arrivi in uno di questi paesi come il Kenya, ma posso immaginare sia così anche per altri in Africa, vieni colpito alla pancia. (n.d.r.vedi articolo su orfanotrofi di BALI del 7 dicembre 2011 della BBC che mi hanno girato da SaveAmalja)
TU, occidentale, appena sceso dall’aereo e fatto salire su un pulmino, vieni investito con un forte pugno allo stomaco dalla visione continua di scene pietose. Piccoli bambini mal vestiti di soli stracci, sporchi e mezzi malati che giocano tra la spazzatura abbandonata ovunque insieme a cani mezzi randagi, vacche e capre.
Se si arriva in Kenya e si va poi nella zona di Malindi, per gli italiani è un tuffo al cuore sentire gridare uno di questi piccolini, alti anche meno di 50cm, con gli occhioni sgranati e la bocca spalancata, con tutta la voce che ha in corpo un “ciiiiiiaaaaaoooooo” anziché un “jambo”, mentre dall’altra parte della strada, cerca di farsi vedere tra gli arbusti o cumuli di spazzatura.
Per noi dal cuore tenero e la coscienza inspiegabilmente ed istintivamente “sporca”, senza che ce ne sia davvero un motivo, ci sentiamo trafiggere come da un dardo dalle voci di questi bambini.

Ed ecco lì, senza che ce ne si renda conto, il primo aggancio è avvenuto.

Poi proseguendo e arrivando in alberghi e hotels, molti di questi turisti sono ossessionati oramai da quelle faccette e dalle vocine, collegate a quell’immagine di povertà e disperazione.
Da lì in poi ignari di ciò che sta accadendo, ci si ritrova in un percorso a tappe, organizzato spesso da qualche tour operator locale, o peggio dai guidatori di taxi, jeep e pulmini.
Chiunque, sarà portato a vedere prima incredibili animali selvaggi in savana, fantastici pesci in riserve marine favolose, quindi sarà portato anche a visitare, ovviamente il villaggio poverissimo, la zona poverissima della città, fino all’orfanotrofio poverissimo del quartiere.
A quest’ultima tappa del viaggio, il cuore e la coscienza di molti di questi turisti e brava gente, è inevitabilmente scosso.
Così, a quel punto, i turisti nell’orfanotrofio, messi di fronte a decine e decine di bambini in fila a cantargli la tipica canzoncina “Jambo, jambo bwana…”, crollano tutti emotivamente e clamorosamente.
Queste piccole creature danno inizio, anche loro inconsapevolmente quindi, alla fase finale del processo iniziato poco fuori l’aereoporto.
In questi posti i bambini sono vestiti leggermente meglio rispetto agli altri fuori, stanno in case leggermente più stabili delle altre che sono fatte solo di fango e foglie di cocco, questi hanno una parvenza di cucina, ma ovviamente spoglia e vuota di cibarie e di solito si è accolti da una o due persone locali, che si presentano come i salvatori di questi bambini. Questi infine ti fanno fare il tour della loro struttura, facendoti vedere la dispensa vuota, la povertà delle camere da letto, molte senza letti e solo materassi buttati a terra, il buco nel pavimento come bagno, ti mostrano l’insegna scrostata della loro “casa famiglia” o “centro per la cura dei bambini” o “orfanotrofio” e così chiunque si sente quasi felicemente spinto ad aprire il portafoglio.
A molti poi, sono certa gli viene il dubbio che questi soldi non vengano utilizzati tutti ed unicamente per i bambini ma pensano, illudendosi, che anche se solo una piccola parte arriva per i bambini, i soldi sono ben spesi.
Questa è una cosa assolutamente, che vorrei, per esperienza diretta e personale, sconsigliare a chiunque!
E’ assolutamente assurdo pensare questo, perché vorrei far riflettere un po’ di più sul fatto che in pratica, facendo così non si fa altro che sovvenzionare un “circo di Buttafuoco”. I bambini sono “piccole bestioline” in mostra in uno zoo per umani. Queste creature sono messe sul palco della povertà e miseria, appositamente ed unicamente per commuovere, per far risalire nelle coscienze europee, emotività e compassione. Fortissimi sentimenti questi, dei quali come dicevo, molti turisti sono forniti, purtroppo però insieme anche alle video e fotocamere. Pronti a scattare e farsi scattere foto ricordo coi bambini che credono di aiutare, svuotandosi le tasche e “alleggerirsi” così la coscienza.
Di fatto facendo così, si sta donando a questi aguzzini soldi, che a noi sembrano pochi ma che se li moltiplicate per i centinaia di turisti giornalieri che arrivano a frotte coi pulmini, potreste velocemente fare i conti di fine giornata (io l’ho fatto per 3 giorni di seguito dalla mattina alle 11, al pomeriggio alle 3 e considerate che  i turisti iniziano ad arrivare anche prima e ovviamente arrivano fino alle 7 di sera dopo il mare… Un anno fa ho contato, di quelli che ho intervistato su quante offerte hanno lasciato e visto coi miei occhi, circa 700€. In 3 mezze giornate durante la bassa stagione!!!)
Scusate ma ai famigerati zingari in Italia ed in Europa quanti di voi sganciano da un euro fino ad arrivare anche a 50-100 euro a volta?
Quanti di voi danno tutti questi soldi ai genitori di questi bambini seduti per terra o in metropolitana?
E’la stessa tecnica, travestita in maniera diversa e se si può anche peggiore. Tanto gli “zingari cattivi”, ci è stato inculcato, mettono i bambini sporchi, mal vestiti per le strade per commuovere e ricevere soldi, così molti di questi falsi e fatemelo ripetere, FALSI orfanotrofi mettono frotte di bambini in queste strutture per raccogliere quanti più soldi gli è possibile.
E se a qualcuno pensasse “allora gli compro io direttamente mobili, scarpe, libri, cibo….”, lasciate perdere appena voltato l’angolo molta di quelle cose saranno vendute, perfino i polli surgelati.
Ci abbiamo provato in ogni modo prima di gettare la spugna.

Soprattutto dopo che ho visitato altri orfanotrofi questi seri e ben organizzati, gestiti, purtroppo va detto, da persone europee e ho visto l’enorme divario di stile di vita di altri bambini non mi davo pace.
Questi bambini dove e come arrivano nelle mani di quei personaggi da film horror?
Me lo sono chiesta molte volte in questi ultimi 2anni mentre cercavo di non farmi più trascinare in un inferno emotivo.
Sono giunta a delle conclusioni, dopo averne viste e sentite tante, aver ascoltato molta gente con anni di esperienze, ho intervistato molte persone, sia stranieri che kenyoti che hanno provato ad aiutare davvero i bambini e i quali mi hanno aiutato a darmi la formula di questo scempio ed è presto spiegabile.
Mettici un paese tenuto nella povertà ed ignoranza dal proprio governo, mettici un’assenza appunto di educazione di qualsiasi tipo, aggiungici una sessualità spregiudicata e non protetta, molti anche stupri e violenze per carità, mettici la “cultura” che molti hanno e ti raccontano con sorrisi non proprio consapevoli, che fare figli allunga la vita e porta fortuna (nel senso per loro però che questi da grande poi ti potranno mantenere). Aggiungi il fatto che in Kenya tutto si vende, basta fare soldi. Mescola il tutto con un’assenza totale di controllo del territorio e delle strutture, infatti nessuno sa o meglio fornisce, dati ufficiali di quanti orfanotrofi governativi ci siano, quanti di privati e registrati ufficialmente e quanti altri invece non autorizzati siano in tutto il Kenya. Ecco, mettici questo, più una serie di ulteriori motivazioni, aggravanti che non sto qui ad elencare ancora….Cosa ottieni?
Il caos, l’anarchia totale sulla gestione di bambini disagiati.
Ora in tutta questa melma, mi e ci siamo ritrovati con degli amici nel cercare di aiutare un orfanotrofio e i suoi bambini.
Dopo diverse lotte e strategie andate a vuoto, ho abbandonato completamente l’idea di aiutare quella struttura. Ho assolutamente lasciato perdere l’utopico sogno di vedere stabilirsi questi bambini in un ambiente sano, con una minima speranza di poter studiare e fare un domani forse una vita decente.

Questa è la mia esperienza ma come dicevo non sono stata l’unica a vivere queste cose, ci sono persone che le raccontano anche meglio di me. Non siamo soli in questa melma, purtroppo però, mi viene da dire.

Ho visto e ascoltato storie che vorrei avere il coraggio di descrivere e di combattere ufficialmente per aiutare quante più persone, bambini sarebbe giusto aiutare.
Ma ne sono certa, scriverei “Una Gomorra kenyota” e dovrei poi vivere sotto scorta ogni volta mettessi un piede in Kenya e forse pure fuori.
La mentalità mafiosa non nasce in Italia e poi si espande, espatria all’estero e ce la copiano. No, la mafiosità è insita nell’animo umano, punto. Noi italiani abbiamo semplicemente trovato e dato una parola ad un lifestyle, chiamiamolo così.

Sono passati mesi stancamente lunghi con uno sgretolamento sistematico, traumatico e giornaliero della nostra, della mia, sciocca, infantile, fasulla consapevolezza su chi fossero queste persone.

Dico sempre che il Kenya mi ha tolto tanto, mi ha fatto invecchiare, mi ha tolto la freschezza, la poesia, l’amore dei quali ero ricca all’inizio per il paese e la popolazione.
Mi ha svuotato.
Il Kenya però mi ha dato anche tanto, mi ha fatto vedere la realtà delle cose e delle persone, mi ha aperto gli occhi sulla loro vera natura, mi ha “regalato” le storie orribili dei bambini che hanno risvegliato in me una più forte voglia di rivalsa e di giustizia, mi ha reso più matura e si spera anche più saggia.
Il Kenya mi ha anche quindi risvegliato.
Il risveglio non mi è piaciuto molto ma è così che doveva andare.

Una cara amica mi dice che sentendo queste cose, vivendo queste esperienze, il suo corpo le sta dicendo con mille dolori ovunque che non vuole vedere, sentire e vorrebbe decidere di andare avanti, “prescindendo dal proprio corpo” così da non soffrire.
“Prescindere:fare astrazione da ciò che non si ritiene rilevante –lasciando da parte, non considerando.”. Questa è la descrizione del verbo prescindere. Non si può prescindere quindi, credo, dal nostro corpo che manda segnali e neanche prescindere dalle persone e dai fatti che ci stanno intorno e che ci accadono.

Per tutto questo non ho scritto più su questo blog di una giovane donna sognatrice che non c’è più ma allo stesso tempo per tutto questo, ho deciso che questo ultimo post era dovuto anche se e soprattutto che “il sogno non c’è più”.

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Diani-10 novembre 2010 ore 23.45 ora locale(-2 ore in Italia)

Ce lo dicevano in tanti, prima che iniziassimo la nostra avventura quaggiù che aiutare la popolazione locale non sarebbe stato facile, né così scontato. In effetti i diversi commenti e considerazioni e raccomandazioni hanno più o meno trovato tutti rappresentazioni nei dati di fatti più che nelle opinioni nostre che volevano essere più ottimistiche delle premesse.

Aiutare non è semplice.
Questo però non lo è qui e credo in nessuna parte del mondo e per nessuna situazione o persona.

L’aiuto che uno vuole dare spesso non è quello che l’altro si aspetta e anche se ci si spiega tra le parti, spesso comunque una delle due parti rimarrà delusa.

Aiutare persone povere in difficili situazioni culturali generali ed economiche lo è ancora di più.

Lo vediamo da anni con il nostro paese, con il meridione, io sono per una parte meridionale d’origine e questo nostro paese l’ho girato e posso assicurare che effettivamente le discrepanze si sono sempre viste. Nonostante gli aiuti stanziati quando questi arrivavano erano sempre dati in mani sbagliate e forse(?)arrivavano anche decurtati rispetto alla partenza.

In ogni caso non è dell’Italia che volevo parlare anche se spesso mi ritrovo a fare parallelismi con la nostra condizione, la cultura, la mentalità e spesso ci trovo molto più simili di quanto vediamo o vorremmo vedere ed ammettere.

Aiutare le popolazioni diverse da noi non è sempre facile, soprattutto aiutarle attraverso enti, onlus, ong, organizzazioni mondiali che non sai mai davvero in che percentuale usino i tuoi soldi per la popolazione piuttosto che per farsi pubblicità, usarli nel marketing e viverci pure.

Così quando ti spingi direttamente in certi luoghi ti viene più spontaneo, o almeno per alcuni di noi, darti da fare e mettere mano al portafoglio.

In questi anni frequentando un po’ il Kenya, soprattutto un orfanotrofio ne abbiamo viste di tutti i colori e forme e devo dire che la poesia romantica di aiutare per il gusto puro di farlo insieme ed in gruppo ad altre persone magari sconosciute viene un po’ a mancare.

Come dicevo ne abbiamo viste tante, da i turisti che arrivano in pulmini, portati dalle guide a visitare l’orfanotrofio che scendono armati di macchine fotografiche e videocamere come se fossero ad un safari con soggetti umani, anziché animali. Quelli che scendono, si guardano attorno e cominciano ad elargire caramelle ai bambini, riprendendo e commentando ogni movimento del piccolo mentre scarta l’ennesima caramella del giorno. La sua faccia perplessa infatti non è perché non ha mai visto una caramella, quanto più perché non si spiega che ogni persona bianca che arriva deve dargliene una e non è contento finchè non la mette in bocca.
Ma vaglielo tu a spiegare al turista che non sono scimmie che scoprono i colorati bon bons.

C’è poi la signora armata di scatola di biscotti sotto il braccio che aiutata dalla figlia più piccola riunisce i bambini nella sala da pranzo e comincia a lanciare i micropacchetti ai bambini che dopo le prime perplessità si siedono composti e alzano a turno la mano per afferrare i 4 biscotti.
Mentre tu guardi la scena a bocca spalancata ti appare davanti la scena della tizia allo zoo mentre lancia arachidi incurante di un guardiano che scuote la testa sotto il cartello “non si deve dare cibo alle scimmie”.

Poi ci sono i ragazzotti e anche uomini sulla sessantina che arrivano si piazzano la bimba più bella del gruppo sulle ginocchia e fanno la foto ricordo senza nemmeno ricordarsi dopo 10 minuti come si chiamava, senza nemmeno aver chiesto come stava, da dove veniva, la sua storia.

A te, vengono i brividi di disgusto.

La gente viene qui, lancia biscotti, caramelle e filma e riprende tutto, fa la foto ricordo e se ne torna in albergo e poi a casa, pensando di aver fatto quello che poteva e di aver lasciato una buona impressione.

Ci sono anche quelli che più toccati nel profondo arrivano, vedono e in 3 minuti capiscono tutto e dopo 3 giorni si lanciano in immediate campagne per aiutare i bambini, tra gli amici in vacanza con loro, raccolgono i soldi e li donano al direttore, il quale ben contento gli porge una ricevuta e questi, sicuri della serietà si prodigano appena tornati in Italia a raccogliere fondi per costruire il nuovo padiglione, ristrutturare la cucina, comprare nuovi letti etc etc.
Spesso queste persone armate di tutta la buona volontà e fiducia nel prossimo, raccolgono davvero i soldi, li inviano e poi chiedono al direttore di ricevere informazioni che raramente riceveranno e ancor più raramente potranno verificare in futuro, perché con molta probabilità non torneranno più in quel paese.
Molti altri tornati dalle vacanze ci provano per un po’ poi desistono, presi anche da altri impegni e la vita che scorre frenetica e si dimenticano fino al prossimo viaggio dei bambini poveri di quell’orfanotrofio.

Noi con la nostra famiglia e un gruppo oramai allargato di amici, aiutiamo da tempo con diversi piccoli progetti anche un orfanotrofio vicino Malindi.
Perché abbiamo deciso di aiutarli? Perché siamo tra quelli di uno degli esempi, tornati in Italia abbiamo deciso di fare qualcosa di più ma con una variante. Abbiamo deciso di controllare personalmente quasi ogni fondo o sponsorship portata fisicamente al direttore.
Quindi una volta tornati abbiamo comprato direttamente merce che effettivamente serviva alla struttura, l’abbiamo fatta consegnare, mentre contemporaneamente la vecchia veniva rimossa e abbiamo fatto in modo che ogni piccola o media cifra donata venisse in 4 anni gestita, solo così e in nessun altro modo.
Ovviamente i soldi per le sponsorizzazioni, per le rette scolastiche non è stato possibile monitorarle ma venendo spesso in Kenya prima del nostro trasferimento abbiamo potuto notare che i bambini venivano effettivamente mandati a scuola e chi più e chi meno faceva progressi con l’inglese e non solo.
Ora tra i tanti “turisti degli orfanotrofi” ci sono anche personaggi che si lasciano facilmente trascinare in imprese grandiose di raccolta fondi dopo solo pochi giorni di conoscenza del paese, del luogo, delle persone e della cultura e soprattutto della struttura, queste persone si proiettano “in uno spot”, attrezzandosi in prima persona con siti web, brochure di presentazione, biglietti da visita, addirittura operazioni di marketing ad hoc con storie semi-vere e foto a forte impatto emotivo, conti bancari intestati a loro nome, etc etc  lanciandosi in crociate per questi bambini da lasciare molti a bocca aperta per l’entusiasmo dimostrato ma spesso per la fiducia spropositata che ripongono.

Accade spesso che i rappresentanti delle fondazioni serie, che gestiscono fondi e progetti sul posto, si chiedano e a volte indagano anche, per capire se questi individui siano del tutto ignari  dei rischi e credano ad ogni persona che mostri dei bambini sull’orlo della miseria, chiedendo loro soldi, o se invece siano mosse da altre leve, ovvio immaginare di che tipo e forma potrebbero essere queste, soprattutto in un paese come il Kenya.

In questo breve periodo di 4 anni sentendone e vedendone in prima persona molti di questi esempi di persone non proprio armate da buone intenzioni o comunque non sempre improntati con seria professionalità ed umanità, mentre molte altre tragicamente poi ingannate e deluse dall’esperienza di aver donato molti soldi con molta fiducia, senza poi averli visti di fatto mettere in pratica in opere e progettazioni promessi, abbiamo deciso di continuare i nostri micro-progetti investendo in prima persona, fondi, tempo e lavoro diretto per evitare che i soldi donati venissero dirottati verso altri scopi.
Com’è stato per il progetto “0” del dormitorio con le balle di paglia. Questo progetto è stato inizialmente finanziato totalmente da noi e la nostra famiglia e da qualche amico e poi piano piano si sono aggiunti altri amici che hanno così ridotto il nostro contributo, aiutandoci anche nella realizzazione concreta. Questo progetto doveva servire soprattutto per provare a portare una nuova-vecchia tecnica di costruzione, molto utile da imparare per la comunità locale perché usa di base gli stessi materiali che loro già conoscono(terra, argilla, calce, legno e paglia), la stessa modalità di autocostruzione(di solito si riuniscono tra parenti e amici e costruiscono una stanza alla volta), inoltre il basso impatto economico ed ambientale ma l’enorme differenza era portare abilità nuove per far durare la casa, la struttura molto più a lungo che le loro normali case fatte di fango, sassi e legni legati fra loro, le quali dopo 2 o massimo 4 stagioni delle piogge crollano miseramente.

Il progetto “0” significa che siamo partiti per fare una prova con la comunità locale che in parte è stata compresa e in buona parte ha permesso a noi di comprendere come avanzare per migliorare approcci e metodologia con una cultura totalmente diversa dalla nostra.
Qui infatti sono emerse le evidenze di diversità per le quali amici e conoscenti che frequentano il Kenya da tempo ci avevano messo in guardia.
La cultura keniota soprattutto sulla costa è impregnata di una mentalità di assistenzialismo, dove il bianco, il ricco arriva e da soldi. Punto.
Senza chiedersi a cosa servano davvero, senza chiedere se servono davvero quelli o se invece serve un macchinario, magari per aumentare destrezze e produttività.
O ancora se serve una tecnica per aumentare professionalità e cultura o se serve magari sì, un aiuto economico ma gestito diversamente per fargli costruire per esempio un pozzo e intanto imparare a farlo, per poi rendere indipendenti delle persone.
Magari anche insegnando loro a crearsi un orto così da rendersi autonome in buona parte.
No, il bianco è visto come un bancomat. Lui arriva, io tendo la mano e i soldi spuntano dalle tasche.
Questo poi purtroppo è rafforzato da un effettivo atteggiamento diffuso in molti occidentali.

Le persone di qui, quelle più colte, più intelligenti, più sensibili e più desiderose di emancipazione e cultura ce lo dicono da anni: teneteli i soldi e aiutateci a crescere, gestite voi i soldi insegnandoci a farlo, non date soldi ad un africano non li userà per quello che davvero dice di voler comprare ma li spenderà per altri stupidi scopi.
Questa è la tiritera che se ti fermi a parlare con un certo tipo di gente e soprattutto con i missionari religiosi e laici ma non solo, ti sentirai ripetere fino alla nausea.

Noi quindi abbiamo applicato questa tecnica quasi alla lettera e si potrà capire quindi, quante difficoltà abbiamo incontrato sul nostro percorso, ovviamente, e ce lo aspettavamo anche se non così tante, dai locali, che si sono prima stupiti, poi risentiti e poi di nuovo stupiti dell’assenza da parte nostra di elargire soldi da far gestire a loro per comprare i materiali o peggio per pagare persone non professionalmente valide per svolgere un compito che era svolto da un vero professionista oltretutto volontario ma cosa ancora più assurda e più sconvolgente, abbiamo incontrato anche alcuni nostri connazionali, veramente risentiti dalle nostre raccomandazioni.
Queste care persone, purtroppo ancor più ignoranti(dal verbo:ignorare, significato:colui che ignora che non conosce), dei sottoscritti, sulle culture  e sulle mentalità del luogo, perché alla loro prima esperienza, hanno rifiutato in maniera ferma e sicura gli esempi non proprio edificanti, vissuti da altri concittadini che abbiamo citato loro ma non solo, hanno deciso di donare ed inviare denaro frusciante a cascata su progetti ancora campati per aria e senza il minimo controllo e ci siamo sentiti anche aspramente criticati per la nostra malafede.
Che dire…dare fiducia è difficile e veramente difficile, riporla anche e a volte poi si viene così tanto confusi dalle emozioni e dalle spinte caratteriali da farci prendere vie più impervie.
Ma si sa che ognuno di noi deve fare l’esperienza che più gli serve per comprendere appieno come comportarsi e proseguire.
Noi ci sentiamo di dire a chiunque abbia avuto una brutta esperienza in merito a donazioni di non perdere la fiducia, di provare a continuare ad aiutare, di farlo magari se si può personalmente o attraverso persone che conoscete.
Nonostante le delusioni anche da noi subite in diverse situazioni non ci stiamo arrendendo anche se a volte lo sconforto arriva, perché capiamo che è solo attraverso gli errori che si cresce e si comprende meglio noi stessi e la vita.

Aiutare col cuore e riuscirlo a fare senza rimanere delusi da aspettative mancate insieme alla fiducia ben riposta sono la cosa più bella da provare, quindi nonostante le difficoltà, gli errori e i dubbi che si possono incontrare in un progetto piccolo o grande che sia, non molleremo perché il risultato finale è quello che davvero conta e non gli incidenti sul percorso.

Diani-Ukunda – domenica 17 ottobre 2010- ore 18.00 ora locale (-1 ora in Italia)


Oggi, dopo anni che non andavo spontaneamente di cuore ad una messa, mi sono avventurata alle 10.30 nella parrocchia St.Joseph di Diani. Dopo anni per diversi motivi personali mi sono riavvicinata alla fede nel Signore, non nella chiesa, quella del Vaticano per intenderci che per me in larga misura si riassume in una SpA (andatevi a leggere il libro interessante e sconcertante a riguardo: VATICANO SPA).
Comunque Vaticano a parte…se andate in qualche parte dell’Africa dove ci sia una chiesa magari cattolica, dovete entrare a vedere celebrare la messa!
Scordatevi le messe barbose, scure e seriose dell’Italia.
Qui è un’altra storia, come tutto d’altronde lo è già di per sé ma la messa ne è la prova lampante.
Le persone si riuniscono tutte e dico tutte per andare insieme a festeggiare il Signore. Dalla strada al di fuori del cancello senti i cori e nel tragitto, tutti elegantissimi bambini ed uomini e le donne in vestiti chi più o chi meno della festa si incamminano allegramente.
Nel giardino di questa bella semplice chiesa si riuniscono tutti all’ombra dei frangipani ad intonare i canti. I bambini corrono allegri mentre una massa colorata e vociante si infila nella caldissima ed afosa chiesa.
Quando entri accecata dalla luce del sole, gli occhi cercano riparo nell’ombra della sala e mentre si adattano al passaggio di luce, ti si apre davanti il sipario e prende vita uno spettacolo fatto di persone multicolore e plurirazziale.
Ci sono le signore europee, inglesi si presuppone, distinte, eleganti con la gonna al ginocchio perfettamente stirata, la croce semplice ma d’oro al collo, che si guarda intorno divertita, poi intravedi un gruppetto di tedeschi, li riconosci(almeno io) dalla montatura degli occhiali, squadrata e colorata, dai pantaloni con le tasche a trequarti e i sandali birckenstock, l’abbronzatura “all’aragosta maculata”e il sorriso gioviale che regalano a tutti. Intorno a noi anche qualche americano dalla tipica andatura dinoccolata, altissimi, biondi, vestiti sportivamente e con al seguito 5 figli biondissimi come loro. Poi si riconosce qualche italiano anziano e forse nutro sospetti su un’altra coppia più giovane qualche metro più in là che si guarda intorno con la bocca spalancata, qualche altro occidentale di altra nazionalità spicca in mezzo a braccia e teste scure e tutto intorno il colore, l’allegria, il disordine nell’ordine delle cose belle.
Ci sono le tipiche “mama” dai fondoschiena ampi, ampi ma stretti nei vestiti di cotone pesante a fantasia floreale, con l’accrocchio in testa, come lo chiamo io, che fa pendant col vestito, il sorriso largo e gioviale su di un sudatissimo viso. Ci sono le ragazze magre vestite o quasi all’ultima moda, forse quella delle riviste di 2 anni fa ma che per loro fa tanto ultima moda, con una corona in testa di treccine multicolore che sembrano essere lì “più per stare in vetrina” che a pregare. Ci sono anche le giovani coppie con un figlio o massimo due, si incomincia infatti a vedere il cambio di mentalità, in queste famiglie più simili alle nostre e non più dotate di schiere di figli in scala, come si vedeva invece qualche anno fa.
Poi quelli che a me fanno più spalancare la bocca e sgranare gli occhi, sono i Samburu, “cugini” dei Maasai, avvolti nei loro vestiti, o meglio parei rosso fuoco, alternati ed incrociati a quelli turchese e giallo intensi, con le treccine color mattone nei capelli e le mille perline che adornano i braccialetti, creando come tatuaggi multicolore alle caviglie, ai polsi, sulle braccia, con la croce al collo, rigorosamente anch’essa di perline colorate. Si sono convertiti al cristianesimo ma le perline non si toccano e la tradizione neppure!
Loro hanno la mia massima attenzione, li guardo mentre intanto il coro inizia, cantando e annunciando così l’ingresso della croce, dei chierichetti, del corpo di ballo, sì ci sono ballerini che ballano, dei preti e della bibbia, portata con gioia ed allegria in processione e innalzata sopra le teste per farla vedere a tutti e per tutti goderne della vista.
La posizione migliore, quella che io consiglio, è quella delle file interne laterale alla corsia centrale, da lì si vede tutta la fantastica processione colorata e danzante. Ci sono diversi micro-gruppi di ballo che inscenano differenti piccole coreografie ma tutte sincronizzate tra loro.
Stare fermi è impossibile, persino io pezzo di marmo solitamente che si scatena a ballare solo coi bambini per farli ridere, non riesco a contenermi e balletto sui piedi e muovo le braccia, batto le mani e canto anche se non capisco ancora una parola o quasi di kiswahili.
La messa dura due ore. Te credo, per ogni passaggio si canta e si balla! Ma giuro che passano veloci e sono davvero un piacere per gli occhi, le orecchie e l’animo.
La cosa più che tocca e vedere e sentire che la messa per queste persone è davvero importante, è un momento di ritrovo e di riflessione puro e globale. Si sentono parte di un gruppo e questo è bellissimo. Li vedi che si fermano dopo la funzione sul prato della chiesa, chi ha portato delle sedioline, chi la borsa frigo…la prossima volta vorrei rimanere anche io un po’ dopo, per capire, per vedere cosa fanno.

E magari poi raccontarvelo.

Malindi 5 novembre 2010 ore 13.30 ora locale(-2 ore in Italia)

La sporcizia di Malindi fa davvero l’ eco a quella in Italia?

Cammini per Malindi e devi scansare la spazzatura accumulata ovunque. Non esiste un vero e proprio marciapiede in nessuna parte della cittadina.
Tutto viene buttato a terra da chiunque. I turisti si devono districare tra mendicanti insistenti, venditori petulanti, tenendo stretta la borsa e la macchina fotografica, schivando o facendosi schivare da un boda boda(taxi in bicicletta) che sfrecciano a velocità impensabile, per non essere investiti e il tutto va associato a fulminei sguardi a terra per fare lo slalom della spazzatura imperante ovunque.
Questa è l’immagine di Malindi al di fuori dei resorts.

Se parli con molti degli italiani residenti a Malindi ti dicono che questo posto, questo paesotto è uno schifo, sporco, in disordine e oltretutto che la corruzione è indescrivibile, che il tuo minimo diritto di cittadino straniero e pure di investitore è calpestato, dimenticato, ignorato.
Signori distinti, educati pensionati che frequentano questo strano caso assurdo, di colonizzazione massiccia italica, ti sconsigliano di investire a Malindi:
“In Kenya sì ma a Malindi mai per carità…”, “Cari miei questa è la fogna del Kenya…”, ti dicono addirittura altri, scuotendo tristemente la testa, quando dici loro che sei appena arrivato per iniziare un’attività.
Qui in effetti i peggiori italiani sono arrivati e hanno fatto di tutto, hanno portato una non-cultura, trasformando una popolazione in accattoni, corrotti, ed estortori peggiori di quelli che già avevano ed hanno in altre parti del paese.
E’ notizia di poco che hanno arrestato il sindaco di Nairobi e 3 ministri si sono dimessi per casi di corruzione.
Intanto sempre sul Daily Nation ci sono notizie di italiani ricercati e pluricondannati in Italia che grazie all’appoggio della polizia locale e di personalità importanti all’immigrazione, si godono beatamente il buen ritiro alla faccia della legge italiana sulla costa kenyota e precisamente a Malindi.
Sul link che riporta la notizia su facebook, seguono molti commenti non proprio gradevoli su quello che pensano i kenyoti di noi italiani, il commento più soft è che violentiamo i loro figli ridendo in faccia loro sul fatto che non andremo mai in galera.
Le parole che più si associano a noi  sono: mafia e pedofilia.
Diciamo che il nostro presidente in questi giorni non ci sta aiutando molto a dimostrare che ci sono altri tipi di italiani in circolazione.
Non passa giorno che non si parli di tangenti, di corruzione, di mafia ed ora l’ennesimo scandalo con escort oltretutto minorenni.

In un mio pezzo precedente, sull’arresto assurdo di mio marito per una multa, parlo di come i poliziotti qui diano per scontato che tutti i bianchi ed in particolare gli italiani siano di facile mancia, o meglio chiamarle per quello che sono: tangenti.

Il suo caso sembra non essere isolato, infatti molti altri italiani hanno raccontato quando ci hanno fermato per strada che ci erano finiti nella stessa condizione di Paolo, poi un pò la poca voglia di difendersi e la molta paura di stare in gattabuia, ha fatto sì che allungando una mancia se la siano scampata.
Eccolo lì il nostro buon costume, la nostra cultura.
Parli poi con altri italiani e ti dicono che non ci si può fare nulla, la corruzione c’è, il malcostume pure ma è così e non è perché arrivi tu che allora puoi cambiare le cose!!
E’ come in Italia, lo vediamo in questi giorni, oramai è una fogna a cielo aperto di nefandezze, scandali e scandaletti. Ma oramai sono tutti rassegnati, non ci si può fare nulla.
Ed eccoci anche qui a farci fregare con la nostra solita mentalità lassista, depressa: Non puoi cambiare le cose.
Ah no?
Non posso farlo al mio paese e quindi nemmeno qui?
Cioè io arrivo in un luogo che una volta era gradevole, si stava bene e stavano bene in tanti, così ci dicono i nostri amici inglesi e tedeschi e scopro che è diventata addirittura una fogna grazie anche e soprattutto al peggior genere italico in abbinamento a quello kenyota e non posso fare nulla?
Quasi, quasi li innervosisco perché me ne lamento e non solo, addirittura mi indigno, perché credo nei diritti e credo nella possibilità di farli rispettare.
No, non posso cambiare nulla, solo perché noto che c’è qualcosa che non mi piace.
Allora io mi dico ma se per ipotesi sto vivendo in un posto che sarebbe bellissimo ma invece è sporco e fa schifo e che è addirittura una fogna, posso provare a ripulirlo, no? Magari se ci si mette in tanti, forse viene pulito anche prima…e se, mentre io da sola o  con pochi altri stiamo lì a pulire , arrivano altri a sporcare ci si può ribellare li si può anche…udite udite: fermare!!

Non ci si deve limitare a dire :”evvabeh che ci posso fare, loro sporcano e allora io non pulisco, mi turo il naso e chiudo gli occhi e va bene così!”

No, non sta scritto da nessuna parte che mi debba turare il naso, e non sta scritto da nessuna parte che loro siano  sempre i più forti.
Questo non dovrebbe accadere nel nostro paese ma nemmeno qui.

E se invece scopro che dove sono venuta a vivere, che gli zozzoni sono molti di più di quelli puliti e anche quelli puliti non ne vogliono sapere di riunirsi e ribellarsi, allora posso anche scegliere di andarmene in un posto migliore e più pulito, dove si faccia rispettare la buona regola della pulizia, non solo fisica ma anche quella della legge e questo per buona pace di quelli che pensano che sono una “rompi-equilibri-quasi-perfetti”.
E in effetti gente che la pensa come me ce n’è tanta a partire dall’Italia…avete letto di quanti giovani italiani da anni se ne stanno andando dal loro, dal nostro paese?
Li vedete quelli della passata generazione come sono arrendevoli?
Deve essere generazionale, infatti anche qui li vedo!
La gente che sta a Malindi, pensa che se non ci sono riusciti loro in 40anni a cambiare le cose, passando il tempo a lamentarsi senza che le cose cambiassero, come posso pensare io di rivoluzionare questo loro piccolo mondo?
Meglio continuare a lamentarsi allegramente, rassegnati a dover offrire “una soda” (ndr che in gergo significa 1000-1500 scellini/10-15€) al poliziotto che ti ferma per una stupidata, piuttosto che passare la giornata tra polizia e corte per pagare una multa di 500 scellini(5 €).
Così poi almeno avranno da che raccontare al bar sull’ennesimo sopruso subito e così crogiolarsi nelle proprie disgrazie.
Meglio sbuffare nel veder passare un nostro concittadino che si sa benissimo essere pedofilo e far finta di nulla.
Meglio non andare a lamentarsi dal sindaco sulla sporcizia delle strade nonostante si paghino le tasse.
Meglio non riunirsi con altri concittadini e decidere di fare associazioni vere di residenti all’estero, che servono davvero per combattere i nostri concittadini criminali, isolarli e semmai denunciarli e aiutare quelli seri ed onesti.
Meglio non riunirsi e cercare una strategia comune per rompere le scatole al nostro governo estero, affinché non si dimentichi di noi qui, che siamo il 5° paese che aiuta il Kenya con finanziamenti e non solo ma che veniamo trattati peggio che se fosse l’ultima delle zecche succhia-sangue.
Salvo poi che i nostri criminali vengono coperti ed aiutati perché corrompono, mentre noi vorremmo invece sbatterli in galera nel nostro paese.
Meglio continuare quindi a riunirsi al bar a lamentarsi senza mai fare nulla.

Questo in Italia contro un governo che non governa e che manda allo sbando un paese e i nostri giovani e qui in Kenya, a Malindi dove la brava gente è isolata e nascosta nelle case e i delinquenti vanno in giro liberamente.
Meglio tenersi le cose così come stanno piuttosto che cambiarle.

Sapete cosa c’è…che se ci tenete così tanto a tenervi un’Italia così e una “little Italy” in Malindi così, sporche letteralmente e non solo fisicamente parlando e piene di delinquenti che camminano alla luce del sole, bene, ve le potete tenere.
Voi continuate le vostre vite a lamentarvi e a non fare nulla che altri se la andranno a cercare e creare diversamente altrove.

I sogni nel cassetto

Diani-Ukunda – lunedì 18ottobre 2010- ore 20.00 ora locale (-1 ora in Italia)

Sisal Plantation
Vediamo un po’ se mi ricordo quanti sogni ho riposto nel cassetto da quando ero piccola…dunque quando avevo poco più di 6 anni avevo deciso di fare la veterinaria perché mi piacevano tanto gli animali, ne avevo anche abbastanza in casa e quindi mi vedevo a lavorare e vivere solo con e per loro, poi c’è stata fase della redazione di giornale, dove con le mie cugine facevamo disegni, ritagliavamo foto dai giornali di mia madre, che lei collezionava gelosamente e compulsivamente, le impaginavamo e decidevamo di “scriverci un pezzo”, poi graffettavo tutto, creavo la copertina e montavo il giornale che poi fotocopiavo in un ufficio dove mia madre lavorava part-time come segretaria tutto fare.
Chi me lo avesse insegnato o da chi lo avessi visto fare resta un mistero, sta di fatto che poi in qualche modo ho davvero svolto questo genere di lavoro nella mia vita e per diversi anni.
Dopo quella fase sognavo di scrivere, fare la giornalista, magari l’inviata speciale, come uno dei miei zii, quello più affascinante all’epoca perché lo vedevo poco di persona ma mi capitava di vederlo in tv ma a scuola mi hanno tarpato subito o quasi le ali dicendomi che non ero capace a scrivere e quindi ho abbandonato l’idea, anche se adesso in barba loro scrivo, tanto è solo un blog, “echissenefrega!, se non è scritto benissimo, tanto lo leggono i miei amici e qualche povero sventurato che si imbatte nelle mie lugubrazioni e nei miei tormenti sulla vita.
Ma anche il lavoro di scrivere lo ho effettivamente svolto, quello a fatica e con un perenne senso di nausea, quando scrivevo comunicati stampa per l’azienda per la quale svolgevo le pubbliche relazioni e l’ufficio stampa.
Poi più grandicella oramai uscita dall’adolescenza avevo deciso che avrei aiutato i ragazzini in difficoltà con le loro famiglie, volevo fare l’assistente sociale, per avere un ruolo in certe storie orribili che leggi sui giornali e che io vedevo e vivevo con i miei occhi.
Anche qui sono stata fermata in realtà da me stessa e dalla mia esigenza di lavorare subito e mantenermi anche prima del tempo e la qualcosa non si conciliava molto con gli studi e la gavetta da fare nella professione da me prescelta in quel periodo della mia vita. Ma occuparmi dei bambini e dei ragazzi è sempre stato presente come pensiero e alla fine, qui in Kenya è questo che sto facendo anche se nei ritagli di tempo con dei bambini di uno o più orfanotrofi, non è granchè, non è esattamente l’aiuto che vorrei dare, o meglio non è solo questo che vorrei dare loro ma mi posso ritenere accontentata in parte, in buona parte.
Ed eccomi qui a distanza di anni a ricordarmi i miei sogni nel cassetto, che avevo riposto come un promemoria, scritto su un foglietto destinato a sbiadirsi ed invece nonostante le difficoltà, gli impedimenti e le deviazioni della vita, riprendo quel foglietto e vedo che molte cose anche se non proprio nella loro forma le ho vissute, le sto vivendo le sto portando avanti.
Sono fortunata mi dico perché vivo intensamente a volte mi lamento, ci piango dei problemi avuti, delle disgrazie, ma poi sento estranei e amici che si raccontano e parlano di come hanno un sogno nel cassetto e non riescono a realizzarlo da anni, di come sono infelici in un lavoro, in un ruolo che non è il loro, lo sentono, lo capiscono ma non si sa bene come, non riescono a raggiungerlo anche solo a sfiorarlo.
Io alla fine ho avuto mille intoppi, salite faticose, anche adesso è sempre una lotta per tutto ma il mio sogno di venire a vivere in Africa, in Kenya per ora con tutti i miei animali e nuovi animali lo sto coronando, l’ho già raggiunto e infatti ho nuovi sogni e vecchi sogni da rispolverare e da inseguire e le strade fatte fino ad ora e quelle sono sicura che farò, sono sempre più affascinanti della meta, è il viaggio che mi rende viva.
Penso caramente quindi ai miei amici, ai miei cari, agli sconosciuti che mi hanno detto di avere un sogno, anche solo uno e da tempo non riescono ad esaudirlo e allora con il cuore auguro loro di arrivare sulla strada che li condurrà ad esso …ma …consiglio loro di godersi il viaggio passo, passo, perché a ripensarci ora, mentre stavo arrivando a una delle mete che ho citato, non mi ero accorta fino alla fine che stavo giungendo al sogno, solo che una volta raggiunto ci si sveglia.
Allora buona fortuna, buon sogno e buon viaggio!

Diani – Kenya , ora locale 20.09 (-1 ora in Italia)

Non so bene da dove cominciare i pensieri e le parole si confondo, accavallandosi…parto quindi per natura o forse in realtà per mia deformazione professionale dai conti:
Dal conto economico visibile in allegato nelle note posso riassumere che la prima costruzione, ovvero il primo dormitorio per l’orfanotrofio LeaMwana (ma sono state create anche le fondamenta del secondo dormitorio), è costata comprensiva di tutto, incluso alcuni costi di ricerca e spedizione e soprattutto il costo del reperimento dell’attrezzatura un totale di € 6.199 .
Il dormitorio misura 6 per 8 metri interni(7 x 9 esterni) ed ha un’altezza minima di 2,60 e massima 2,80. E’ stato completato fino al soffitto realizzato in canne di bambù ed è stata intonacata in terra cruda e paglia.
Le donazioni raccolte per i costi sostenuti sono state ad oggi di € 6.130 (vedi lista in allegato con nominativi ed importi).
La maggior parte del lavoro è stato effettuato con contributo volontario da parte dei locali: Ibrahim, i fratelli Ken e Ben, Charles e Mwangi, da parte dei corsisti arrivati dall’Italia, ovviamente da parte della mia famiglia, ovvero da parte mia, di mio marito, dei miei suoceri e di mia madre.
Enorme contributo ci è stato dato dall’Hotel Melinde nella persona di Eloisa Minoprio la quale anche con la sua famiglia ha anche contribuito economicamente al progetto. Altrettanto indispensabile e prezioso aiuto e contributo ci è stato fornito dal mitico signor Gordon proprietario del bar-ristorante TICS a poche centinaia di metri dal luogo dell’orfanotrofio.
Vari ringraziamenti anche ai cari guidatori di tuc tuc, Mike-Maina, Wachira, Dankan e Mohamed senza i quali non saremmo riusciti a trasportare sani e salvi e in tempo i volontari, i corsisti e a volte anche i materiali!!!
Ora nel concreto cosa manca e a dopo i più approfonditi ringraziamenti….
Ad oggi servirebbe finire :
>l’intonacatura con altra terra cruda e l’unico costo sarebbe degli operai (4 persone per 1 settimana 350scellini al giorno l’uno), l’acqua per mescolare la terra (circa 50 taniche a 5 scellini l’una);
> ultima mano con calce(circa 5 sacchi a 2500scellini l’uno) con relativi operai (idem come sopra per gli operai);
>copertura soffitto in lamiera (lunghe 3 metri larghe 1,5 ce ne vogliono almeno 24 pezzi ad un costo di circa 1900scellini l’una), minuteria come viti ed etc per fissarle ed operai specializzati(4 operai, montaggio in 5 giorni ad un costo di circa 450 scellini al giorno a persona);
>Pali di sostegno per lamiera e per ricreare piccolo porticato a sostegno della lamiera che fuoriesce dai muri (circa 25 pali, un costo approssimativo di 9000 scellini);
>Porta e telaio con serratura e chiavistelli di sicurezza interno ed esterno (7000scellini);
>2 telai e finestre con sbarre (3500 scellini cad);
>telai e zanzariere per finestre e spazi rimasti liberi sotto il tetto (4000 scellini circa).
>Pavimentazione da definire successivamente
>Impianto elettrico da definire successivamente
>Varie ed eventuali da capire successivamente.
Questo per completare definitivamente il primo dormitorio che accoglierà 8 letti a castello per un totale quindi di 16 bambini.

I direttori del Lea Mwana si stanno impegnando a raccogliere i fondi per completare questo dormitorio e poi continuare la costruzione, per ora di sicuro c’è che se riuscissimo a dare ancora una mano a questi bambini, raccogliendo personalmente i fondi e amministrandoli come fatto finora e poi organizzando i lavori con persone fidate, saremmo certi della riuscita e delle tempistiche.


Infatti in soli 3 mesi siamo riusciti ad organizzare molte cose, dal trovare la materia prima, ovvero le balle di paglia e farle trasportare qui e non è stata cosa facile come si può credere, trovare dei volontari, cosa altrettanto non semplice qui in Kenya, fino a portare dall’Italia grazie a Stefano Soldati, docente costruttore specializzato in balle di paglia che ha organizzato due gruppi di lavoro eccezionali, a Siria dell’agenzia Orobica viaggi che ha gestito per molti di loro i voli e non solo. Poi siamo riusciti ad avere preziosi aiuti da molti come Mariangela, mitica ingegnera, sì con la A e se si potesse pure maiuscola, che ha dovuto creare un progetto basandosi su miei vaneggiamenti dati dall’ignoranza in architettura e dal caldo equatoriale e dallo sfibramento dell’ ”architetto” locale che aveva realizzato un progetto di dormitorio senza porte, nel senso che non si sapeva da dove far entrare i bambini…non c’è da ridere è la verità, ho le prove! A Jason Brayda che senza conoscerci da Nairobi si è fiondato sulla costa più volte per aiutarci e districarci in cose per molti banali che per noi erano come trattare di astrofisica…tipo fare delle fondamenta.
Fino ad arrivare agli sponsors, piccoli, medi e grandi, persone singole, gruppi di amici, anonimi e realtà locali che hanno donato soldi, materiali e non solo, ci hanno donato fiducia ed ottimismo!
Un dono enorme, che ci ha permesso di tirare fuori forza e grinta per continuare in questa impresa che per molti può essere sembrata piccola ma posso assicurare che è stata titanica.
Come molti sanno non siamo del mestiere e mettersi a costruire non è una cosa da poco se si tratta poi di un dormitorio per dei piccoli di un orfanotrofio la cosa si fa ancora più grande. Eppure ce l’abbiamo fatta e questo grazie a tutti quelli che ho messo in elenco nel file del conto economico.
Spero di non aver dimenticato nessuno e di essere stata precisa nella spiegazione delle diverse donazioni, se così non fosse perdonatemi e scrivetemi e provvederò a correggere!!!
Devo però ringraziare per questo progetto anche le avversità avute, le persone che ce l’hanno gufata, tanto per parlare semplice e per quelle che hanno sparlato dicendo che eravamo ridicoli e non ce l’avremmo fatta o che peggio, ci stavamo guadagnando!
Bene, grazie anche a loro, se con l’ottimismo e la fiducia abbiamo tirato fuori forza e grinta, beh con questi ultimi abbiamo tirato fuori le palle, sempre per parlare semplice e la mia natura di mettere tutto per iscritto ci è andata a nozze nell’elencare maniacalmente tutto, ogni singola spesa anche di 5 scellini.
Ed ecco per tutti il resoconto dettagliato delle uscite e delle entrate!
Grazie a tutti voi, nessuno escluso, perché ci avete reso più forti e determinati ma soprattutto consapevoli dei propri limiti ma ancora di più delle proprie potenzialità.
Ringrazio ovviamente anche mio marito, adorabile, instancabile, forte e delicato uomo che mi sopporta e che mi rende così sicura di fare tutto, “solo” perché so che lui mi sostiene, sempre.
Grazie, grazie, grazie ed ora, infine come ultimo inchino, ringrazio anche il Signore, perché in tutta questa bellissima avventura ho riscoperto anche la fede.
Grazie!

8 settembre 2010 – “Ho pensato molto se pubblicare questo mio post, infatti è datato rispetto ad oggi, risale al 30 luglio ma solo ora dopo lunga riflessione ho deciso di renderlo pubblico. Ho pensato che il mio blog si chiama Gaiakenya proprio perché voglio raccontare della mia vita, della mia visione e della mia esperienza quiin Kenya, brutta o bella che sia è la mia quotidianità e quindi la racconto. Non sono un blog o un sito di propaganda a favore o sfavore di un paese o di una città di uno stato, né tantomeno sono un sito commerciale che deve vendere un pacchetto vacanze in una località e quindi non mi devo sentire in colpa a descrivere un mal costume che si riscontra qui dove ora vivo. Mi perdoneranno coloro che fanno il loro meglio per descrivere questa cittadina come bellissima e magica…in effetti per certi versi lo è, dato che è da qui che il nostro mal d’Africa è iniziato anni fa.”

Malindi è strana, affascinante, intensa, contrastante, bella e brutta al tempo stesso. Ne rimani colpito, mai indifferente. Il Kenya poi pare essere un paese di contraddizioni, a volte ti fanno sorridere, altre volte riflettere spesso ti lasciano perplesso. Malindi è un’assurda realtà africana dove tutti parlano italiano, ti salutano con “ciao come stai?”e spesso ti parlano in diversi dialetti italiani. La polizia turistica impara la nostra lingua per accogliere e assistere meglio i turisti  e tutti fanno il loro meglio per far sentire gli italiani un po’ più che a casa, di come si potrebbero sentire nel loro paese. Insomma qui, nonostante le enormi diversità dal nostro paese, ti dicono che puoi sentirti veramente in una succursale dell’Italia.
Peccato però che le contraddizioni in Kenya esistono e non solo secondo me, qui a Malindi lo sono ancora di più!
Può capitarti difatti che alle 8.15 di mattina con la strada deserta mentre stai scendendo dal parcheggio in strada di fronte ad un hotel, rimanendo sospeso tra il marciapiede e la strada con una sola ruota posteriore che fuoriesce sulla ampia via sgombra da ogni veicolo, il tuo amico che hai appena lasciato,  ti richiama perché si è dimenticato di darti una cosa e in quel momento ti vedi accostare quasi stringere da un tuc tuc sulla destra con a bordo due poliziotti.
Immaginate la scena: ancora assonnati, in una fresca mattina di fine luglio, stai portando in auto i tuoi genitori e degli amici al mare, le strade sono vuote, la piccola città dorme ancora, i turisti sono pochi, le macchine rare. I tuoi parenti e amici sono appena arrivati a Malindi che gli decanti da anni come un posto incantevole dove tutti sono gentili ed ospitali ma a screditarti arrivano invece all’improvviso due in divisa ma senza cartellino di riconoscimento che con aria truce e modi sgarbati spingono via il tuo amico, ovviamente ti parlano in kiswahili che tu non capisci e con un loro inglese poco comprensibile e con modi molto sgarbati ti fanno capire che hai intralciato il traffico. Ti viene da domandarti mentre giri a destra e a sinistra la testa osservando il vuoto intorno, “quale traffico?”dato che appunto a parte noi e loro non c’è nessuno in giro? Poi ti rispondi da sola che non è il caso di porre a lui la domanda che potrebbe sembrargli ostile e sarcastica. Stessa cosa deve averla pensata Paolo, dato che entrambi ci siamo immediatamente scusati, spiegando che stavamo facendo manovra per scendere dal marciapiede (il quale viene usato anche come parcheggio abituale) e non ci eravamo accorti che una  ruota era già giù dal marciapiede essendo stati chiamati dal nostro amico. “Ce ne andiamo subito, ci scusi!” ma la spiegazione e la nostra gentilezza e cordialità non sono state accolte nel modo che ci si aspetterebbe. Anzi la nostra reazione pacata deve averlo inspiegabilmente indispettito, perché oltre a chiedere a mio marito alla guida la patente che ha subito sequestrato, ci ha informato con tono ancor più truce che aveva commesso un gravissimo reato e aggiungeva: “sapete ora quanto tempo perderete in polizia e poi in corte? Sapete che perderete molte ore?”. Nel frattempo dall’hotel erano usciti gli altri nostri amici che ci avrebbero dovuto seguire da lì a poco per il mare e vista la scena si sono avvicinati per chiedere informazioni. A questo punto il poliziotto ancora più scocciato, molto probabilmente da più testimoni ci ha detto di seguirlo in polizia dato che doveva farci una multa che a suo dire non era possibile pagare immediatamente. Senza proferire alcuna lamentela e sempre con il sorriso, siamo scesi dal marciapiede con la macchina li abbiamo seguiti da lì a pochi metri alla stazione di polizia. Entrati nel piazzale l’atteggiamento è diventato se pur possibile ancora più aggressivo come se si fosse sentito più autorizzato a trattarci male. Il poliziotto continuava a ripeterci che avremmo perso tutto il giorno e ci pareva a tutti noi presenti (eravamo in 5 in auto), un po’ dai toni e soprattutto dai modi, sopra le righe e continuava a ripeterci come se fosse una minaccia il fatto che avremmo perso tempo. Lo stesso ha perfino provato a dire che il mezzo era sequestrato e che era un obbligo nostro dargli le chiavi dell’auto, cosa che, per la pronta e ferma ma sempre gentile risposta di mio marito, è stata evitata dato che gli  ha spiegato che l’auto era sì guidata da lui ma essendoci a bordo altre persone se lui doveva intanto pagare la multa noi potevamo essere liberi di andare altrove.
Arrivati a questo punto, la nostra idea, il nostro concetto di pagare una multa, si sono rivelati molto differenti, infatti pare che, anche se senza un vero e proprio diritto legale, per una qualsiasi tipo di multa, ovvero per una sciocchezza come questa del parcheggio che sporgeva per una ruota sul manto stradale o come l’assenza di cintura di sicurezza, si è messi in arresto.
Nel vero senso della parola vieni arrestato e sequestrato in una stanza, insieme a diversi altri guidatori che possono essere stati arrestati per diversi e ben più seri motivi e non puoi permetterti di uscire a prendere aria, non ti puoi permettere di stare sulla porta e nemmeno parlare con nessuno al di fuori della guardiola.
Dopo 3 ore di paziente attesa! Sì, 3 ore di attesa si sono decisi a riunire i 7-8 mal capitati tra cui mio marito, li hanno caricati su di una camionetta e li hanno portati in tribunale dove ci era stato detto, un giudice avrebbe deciso la multa corrispondente al reato.
Mio marito ed io non sapevamo se ridere o se piangere, nel frattempo i nostri parenti e amici accorsi alla stazione di polizia che non si capacitavano del trattamento non hanno voluto lasciarmi un attimo, perché dato l’ambiente anche poco rassicurante e l’atteggiamento del poliziotto temevano per mio marito e per me. Io sono riuscita a rimanere con lui solo dopo molte insistenze e solo, perché ho spiegato che lui non parlando bene l’inglese poteva avere difficoltà a comunicare e comprendere e quindi anche io, in pratica “mi sono messa in arresto” pur di rimanere con lui. Arrivati in tribunale, in corte per l’esattezza, essendo arrivata io qualche minuto dopo la camionetta che avevo seguito, non ho trovato mio marito, non era né nell’aula, né nel cortile e con mio grande stupore mi sono sentita chiamare dalla sua voce, la quale proveniva da alcune fessure in un muro. Ho scoperto così che era stato messo in una cella insieme ad una ventina di arrestati per ogni specie di reato. Ho provato a chiedere spiegazioni ma nessuno mi ha voluto aiutare, anzi sia i dipendenti del tribunale e sia i poliziotti, ridacchiavano o non mi guardavano neppure e non mi rispondevano alle domande. Fortunatamente ho trovato un legale all’interno della corte, amico di amici il quale avendomi riconosciuto mi ha subito dato una mano per cercare una soluzione a questa storia assurda. Di quelle storie che leggi sui giornali o solo nei libri!
Purtroppo non c’era molto da fare se non aspettare che il giudice in corte lo chiamasse e così pochi minuti prima delle 12.30 dopo un’altra ora di attesa in gattabuia, mio marito è stato portato dalla cella all’aula. Se prima ero rimasta sotto choc quando era dietro le sbarre in una cella orribile, sporca e maleodorante con più di 20 persone, quando l’ho visto entrare in cortile, incolonnato insieme a tutti i delinquenti mi sono sentita male, dato che, se anche non fosse stato abbastanza il prima, ora aveva anche le manette alle mani! Non è uno scherzo, aveva davvero le manette!
Per un “parcheggio fatto male” si è ritrovato in cella con e come un criminale addirittura con le manette!!
Io ho tenuto botta alla scena, come i miei suoceri presenti ma mia madre che era con me non si è più contenuta e si è avvicinata al poliziotto che lo teneva e gli ha detto che si sarebbero dovuti vergognare a trattare una persona, per una multa ridicola come se fosse un criminale. Il poliziotto l’ha guardata e si è anche messo a riderle in faccia. Nel frattempo con l’avvocato abbiamo tentato di far sbrigare le pratiche ma alle 13.00 in punto il giudice ha deciso che doveva andare a mangiare e così mio marito e tutti gli altri sono stati riportati dentro in cella nuovamente con le manette fino alle 14.45. Dopo di che, finalmente verso le 15.00 il giudice si è degnato di parlare con il nostro avvocato il quale è riuscito per lo meno a velocizzare la discussione del suo caso che si è concretizzato in una multa di 3000Scellini, circa 27 euro.
Uno pensa a questo punto è uscito subito? No, a questo punto una persona normale, vorrebbe, come dalla mattina alle 8.15 pagare la multa ma non può, infatti deve aspettare ancora più di un’ora, e perché uno si chiede? Perché il cassiere non c’è, semplicemente non è rientrato dalla pausa pranzo e così mio marito è stato nuovamente chiuso in cella fino alle 16.30 del pomeriggio.
Quasi 9 ore arrestato, chiuso in cella con individui poco raccomandabili, ammanettato come un criminale per esser sceso e sostato forse nemmeno 3 minuti con una ruota giù dal marciapiede!
Parlando con persone del posto, italiani ed altri stranieri, ci hanno spiegato che se avessimo “offerto una soda” al poliziotto ci saremmo risparmiati fatica e tempo e di sicuro l’arresto e che l’atteggiamento arrogante e l’eccesso di potere esercitato erano atti a convincerci a pagare direttamente il poliziotto anziché la multa, infatti offrire una soda in gergo significa una tangente.
I nostri amici che hanno assistito all’arresto, e a tutta l’assurda spiegazione sulla folle giornata, hanno deciso di annullare la prenotazione a Malindi di una settimana, si sono chiusi in camera fino alla mattina dopo quando hanno preso un pulmino che li ha portati all’aereoporto per un volo last minute per Zanzibar.
I nostri parenti ci scongiurano ogni minuto di non investire alcunché in questo paese, tantomeno a Malindi, i nostri amici che risiedono qui stanchi da anni di accadimenti simili e anche peggiori ci incitano ad andarcene ma a denunciare queste persone.
E noi siamo qui frastornati a spiegare loro che per colpa di una, due mele marce si sta guastando tutta una città e la loro immagine e reputazione.
In realtà forse la considerazione è più profonda e amara da fare. Un conto era, anche se per una sciocchezza, avere torto e quindi voler pagare una multa, ben altro è stato finire per 9 ore in galera e per di più con le manette solo perché forse non abbiamo voluto pagare una tangente!
Nessuno dalle 8.15 alle 16.30, dai poliziotti semplici fino ai grandi capi, i quali ci hanno fatto sapere solo dopo di scusarsi, salvo prima far finta di nulla, sono intervenuti per cercare di evitare questo scempio e la loro pessima figura, come istituzioni, governo, stato e paese.
Quindi ci chiediamo se non c’erano i termini e nemmeno i diritti di arrestare perché è stato permesso? Significa forse che tutti erano d’accordo ad aspettare che noi cedessimo alla corruzione?
Gente, brava gente di Malindi non c’è bisogno di pagare “una soda” a nessuno se si è nella ragione e se anche nel torto basta pagare il giusto. Smettiamola, soprattutto noi italiani di prestare il fianco a queste situazioni,(non è solo un malcostume italiano pagare una tangente per non passare una giornata come la nostra o semplicemente per velocizzare una qualsiasi cosa), smettiamola di dimostrare che il luogo comune che siamo corruttori e corruttibili è vera in Italia come anche all’estero. Smettiamola di farci sempre riconoscere, possiamo essere meglio e  tanti italiani davvero brave persone ne sono la prova.
In ogni caso per questo accadimento, non ci sono termini gentili o pacati per esprimere questa situazione, né tanto meno la nostra delusione. Delle scuse del capo della polizia, ricevute tramite il portavoce dei residenti italiani di Malindi, sinceramente non ce ne facciamo nulla ed ovviamente non le possiamo accettare e le rimandandiamo cortesemente al mittente, il quale tra le altre cose, avrebbe per lo meno potute farle di persona per renderle ancor meno sterili.
Non credo effettivamente che Malindi sarà più una meta da tenere in considerazione per amici e parenti e sinceramente spero che questa notizia trapeli molto velocemente e arrivi ad informare tanti, così che altri non possano subire quello che abbiamo passato noi.
Mi dispiace per l’ennesima cattiva pubblicità che questa cittadina si è fatta ma per quanto mi riguarda posso confermare che se la merita in gran parte e che anche e soprattutto il mal costume di noi europei e qui a Malindi soprattutto italiani è artefice di questi eventi e questa ne è stata l’ennesima prova tangibile.
Credo anche che gli aiuti che eravamo riusciti ad ottenere per la realizzazione di un programma di volontariato culturale e sociale per la comunità locale per la costruzione di un orfanotrofio con una nuova tecnica  a basso impatto economico ed ecologico con la paglia, verranno ridimensionati se non addirittura deviati per altre destinazioni.
Dispiace solo vedere che la popolazione continuerà a risentire degli errori di pochi ma che purtroppo però paiono essere di più che pochi e di certo predominanti sul resto.
Ma si sa il detto dice “che chi è causa del suo mal “… .